Speciale EASD 2013. In Italia 3,3 milioni col diabete. Ne soffre il 9% della popolazione attiva

Speciale EASD 2013. In Italia 3,3 milioni col diabete. Ne soffre il 9% della popolazione attiva

Speciale EASD 2013. In Italia 3,3 milioni col diabete. Ne soffre il 9% della popolazione attiva
Una percentuale che è destinata a crescere non solo perché si fanno più diagnosi. Se dovesse aumentare il numero di pazienti però il sistema potrebbe crollare. Questo e altri temi affrontati nel corso del Congresso di Barcellona: dal problema delle ipoglicemie all'“affair incretine”

Secondo le stime ISTAT 2012 le persone con diabete in Italia sono 3 milioni e 300 mila, il 5,5% della popolazione. Ma il dato preoccupante non è solo quello assoluto: quello che veramente allarma i medici è che nella fascia di età tra i 20 e i 79 la percentuale sale quasi al 9%. Ciò vuol dire che quasi un italiano si dieci in età attiva ha il diabete. Con evidenti ripercussioni sul sistema sanitario in particolare, ma anche sulla società e sull'economia in generale. Un dato che spaventa anche perché è destinato a crescere, visto il trend degli ultimi decenni, e perché ai pazienti conclamati vanno aggiunti i casi ancora non diagnosticati e le persone che sono a rischio di sviluppare la malattia. Questi i dati allarmanti che sono emersi nel corso del 49esimo Congresso della European Association for the Study of Diabetes, una delle edizioni più partecipate di sempre, che si sta svolgendo a Barcellona proprio in questi giorni.
 
In altre parole, in Italia, circa 27.000 persone fra i 20 e i 79 anni muoiono ogni anno a causa del diabete: si tratta di un decesso ogni 20 minuti. Oltre a ridurre l’aspettativa di vita di 5-10 anni, il diabete è responsabile di complicanze serie ed invalidanti: ogni 7 minuti una persona con diabete ha un attacco cardiaco, ogni 26 minuti una va in insufficienza renale, ogni 30 minuti una ha un ictus, ogni 1,5 ore una subisce un’amputazione, ogni 3 ore una entra in dialisi. “Si può stimare che considerati i pazienti che hanno già diagnosi, i casi a rischio e quelli non ancora riconosciuti, in Italia ci siano circa 5 milioni di italiani interessati dal problema diabete”, ha commentato Salvatore Caputo, presidente di Diabete Italia, associazione che raccoglie medici, operatori sanitari professionisti, associazioni di persone con diabete. “C'è da dire che il rapporto tra i casi diagnosticati e quelli ancora da riconoscere sta cambiando, se qualche anno fa si diceva che per ogni paziente in cura ce ne era uno ancora da scoprire, oggi possiamo dire che il rapporto si avvicina ad essere 3 a 1”.
 
Alcuni miglioramenti sono stati ottenuti, ma il problema diabete in Italia rimane. “La rete diabetologica italiana funziona, non sono molti i paesi che possono dire di essere riusciti ad ottenere buoni risultati come i nostri: ad esempio abbiamo ridotto del 30% il numero di amputazioni maggiori”, ha continuato. “Questo vuol dire che se prima nel caso di complicazioni più gravi dovevamo amputare l'intero arto ora riusciamo a limitarci alle dita dei piedi, con tutto ciò che questo comporta a livello personale per il paziente ma anche socio economico”. Tuttavia, spiega ancora Caputo, “il numero di diabetici in Italia è destinato a crescere e il Sistema sanitario nazionale non può reggere un aumento sconsiderato di pazienti. Anche se l'economia funzionasse alla perfezione, già 4 milioni di diabetici in cura potrebbero metterci in difficoltà”.
 
Ma qual è la soluzione? Secondo gli esperti, sicuramente la prevenzione. “Ma deve essere fatta dal sistema paese e non solo dalla sanità”, precisa Caputo. “Per questo ridurre le ore di educazione fisica a scuola o minacciare di inserire l'iscrizione in palestra tra le voci del redditometro non sono certo passi che aiutano”.
Soprattutto nel momento in cui diminuisce l'età media di insorgenza. “Venti o trenta anni fa stupiva rilevare il diabete di tipo 2 nei pazienti più giovani, tanto che si potevano trovare al massimo uno o due case studies sull'argomento”, ha ricordato Edoardo Mannucci, diabetologo dell'Azienza Ospedaliera Universitaria Careggi di Firenze. “Oggi si fanno trial per farmaci per il diabete di tipo 2 in età pediatrica con un campione di 300 o anche 400 bambini”.
Senza contare, conclude Caputo, che se ad oggi “ci preoccupa il dato della prevalenza del diabete tra i 20 e i 79 anni, l'età in cui si guida, si vota e si produce”, non bisogna sottovalutare la percentuale di diagnosi di diabete che si registrano nei primi decenni di vita, perché “seppure i casi di diabete giovanile in Italia siano statisticamente molti di meno di quelli di diabete 2, l'impatto emotivo generato sulle famiglie e quello sanitario sulla società sono comunque molto grandi.
 
Dal nostro inviato a Barcellona Laura Berardi

Laura Berardi

24 Settembre 2013

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