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La pandemia non è finita ed endemico non significa benigno

di Grazia Labate

L'endemicità è stato uno dei concetti più fraintesi durante la pandemia. Significa livelli di infezione più o meno costanti, ma non dice nulla su quanto siano alti questi livelli e quanto sia grave il loro impatto: il comune raffreddore è endemico, ma lo è anche la malaria. Endemico non significa benigno. Nonostante quello che dicono alcuni politici, la pandemia non è finita. E mentre il Covid potrebbe essere stato dimenticato da alcuni, è tutt'altro che scomparso

21 MAR - La data del 18 marzo 2020 non la dimenticheremo più. Una immagine, quella dei mezzi militari che a Bergamo trasportavano le vittime da Covid 19 racchiudeva il dramma dell’intera pandemia che ci arrivava addosso come un ciclone. Sono passati due anni da quando l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato l’infezione da SarsCov2 una pandemia globale. La società piano piano ha riaperto le attività e la mente, per tornare alla normalità, la vita è ripresa. L'attenzione si è comprensibilmente rivolta alla straziante crisi in Ucraina. Nessuno ci biasimerebbe per aver sperato che non si parlasse più di Covid. Eppure giovedì, il direttore generale dell'Oms ha twittato che la pandemia è "tutt'altro che finita".
 
Parlando con amici e parenti, sembrano sorpresi dal fatto che i casi di Covid e i ricoveri stiano aumentando di nuovo, e il fenomeno vediamo che si sta verificando nelle ultime tre settimane. In salita anche l’indice Rt che si posiziona a 0,94 rispetto allo 0,83 della scorsa settimana. L'occupazione dei letti in terapia intensiva è al 4,8% rispetto all’6,6% di sette giorni fa ma si ferma il calo in Area non critica dove si registra un 12,9%, il medesimo livello rispetto alla scorsa settimana.
 
Per comprendere le implicazioni di questi recenti aumenti per il futuro della pandemia, dobbiamo capire cosa li ha causati. È solo un ostacolo sulla strada verso l'endemicità di alto livello, o queste cifre annunciano l'inizio di un'altra ondata minacciosa.
 
Ci sono una serie di ipotesi contrastanti che potrebbero spiegare perché stiamo assistendo ad aumenti. Potrebbe trattarsi di un'immunità in declino, cambiamenti nei test, allentamento delle restrizioni, cambiamenti comportamentali, una nuova variante o qualsiasi combinazione di questi elementi.
 
Osservando più da vicino i dati, possiamo iniziare a eliminare alcune possibilità. Questi aumenti probabilmente non sono il risultato della diminuzione dell'immunità dai booster. Il lancio del booster è stato scaglionato in base all'età, quindi se l'immunità stesse calando, ci aspetteremmo di vedere un aumento dei casi e dei ricoveri nelle fasce di età più anziane, che ora sono più lontane dal loro booster. Non lo siamo, però. I casi in diversi gruppi di età hanno iniziato ad aumentare più o meno contemporaneamente. Inoltre, l' ultima edizione del sondaggio sugli anticorpi dell'Office for National Statistics del NHS inglese, mostra che alte percentuali di adulti (95% o più) continuano ad avere anticorpi Covid.
 
Quindi, se non un'immunità in declino, potrebbe essere la sottovariante BA2 di Omicron. Le prime evidenze che arrivano da Israele, Danimarca e Regno Unito, che stanno già attraversando una fase di prevalenza della variante BA.2, indicano che Omicron 2 ha una capacità di diffusione maggiore del 30 per cento rispetto a Omicron 1. Se questi risultati fossero confermati, saremmo di fronte alla variante più contagiosa mai conosciuta.
 
È possibile che l'aumento di questo ceppo più trasmissibile possa contribuire all'aumento dei casi e dei ricoveri ospedalieri che stiamo vedendo. C'è anche Deltacron, il soprannome di una variante rilevata per la prima volta a gennaio. Si tratta di un mix tra la variante Delta e la variante Omicron. La sua prima apparizione era stata registrata a Cipro. La sua esistenza era però stata smentita presto, perché sarebbe stata frutto di un errore di un’analisi di laboratorio. In realtà, la variante “ibrida”, attualmente, sarebbe presente in Francia, Paesi Bassi, Danimarca e persino negli Usa. La comunità scientifica non sarebbe preoccupata da Deltacron. La mutazione sarebbe conseguenza di una combinazione di geni tra i due virus, chiamati ricombinanti.
 
Al momento, sarebbero state registrate solo poche decine di casi di Deltacron in tutto il mondo, mentre gli scienziati sottolineano che non si tratta del primo caso di varianti ricombinate. Le varianti ricombinate non sono rare e Deltacron, sebbene esista almeno da gennaio, non si sarebbe diffusa in modo esponenziale. Dalle analisi, il gene che codifica la proteina di superficie del virus, la Spike, proviene quasi interamente da Omicron. Il resto del genoma è Delta. In questa fase della pandemia, gli esperti segnalano che alcune persone possono essere infettate contemporaneamente da due "versioni" del coronavirus. È possibile quindi che due virus invadano la stessa cellula in contemporanea. Quando la cellula inizia a produrre nuovi virus, il materiale genetico potrebbe potenzialmente creare un nuovo virus ibrido, ma non fortemente nocivo. La Deltacron è stata chiamata anche AY.4/BA.1.
 
Riguardo alle varianti in grado di diffondersi più della mutazione Omicron, gli scienziati non escludono l’eventualità, ma questo potrebbe accadere nei Paesi più poveri e con un tasso di vaccinazione molto basso. Per evitare che si creino le condizioni per la formazione di una nuova variante aggressiva del Covid-19, bisogna continuare con le vaccinazioni anche nei Paesi più poveri, per fare in modo che il tasso mondiale di protezione sia abbastanza alto da rendere più difficile per il virus proliferare e mutare.
 
C'è chi parla dunque, ancora una volta, di una nuova variante, ma la contemporaneità delle crescite porta a dubitare che questa potrebbe essere la ragione principale della nuova crescita.
 
La spiegazione che appare più ovvia per l'aumento dei tassi è l'impatto della rimozione di tutte le restrizioni restanti per il Covid, incluso l'autoisolamento.
 
Ciò avrà senza dubbio portato a più infezioni e ricoveri e potrebbe essere stato sufficiente per invertire la tendenza al calo dei casi di cui godevamo da quasi due mesi prima. I ricoveri e i casi hanno iniziato ad aumentare più o meno contemporaneamente in tutte le regioni e in tutte le fasce d'età, sostenendo l'idea a livello nazionale, che il cambiamento comportamentale che si è generato, siano la causa principale delle recenti perdite del prezioso terreno che abbiamo guadagnato nella battaglia contro il Covid.
 
Quello che forse è più difficile da spiegare è perché i ricoveri hanno iniziato ad aumentare nello stesso momento, o anche leggermente prima, dei casi. Di solito c'è un ritardo da sette a 10 giorni tra le persone risultate positive e il ricovero in ospedale, se necessario. Di solito ci aspetteremmo di vedere un aumento dei casi prima dei ricoveri ospedalieri.
 
Sappiamo anche che ci sono state modifiche recenti ai requisiti di test e all'accessibilità dei test, quindi forse stiamo assistendo all'impatto di tali modifiche nei dati.
 
Qualunque sia la causa dei recenti aumenti, anche se i casi si stabilizzassero intorno ai livelli attuali, ciò costituirebbe comunque una cattiva notizia. L'endemicità è stato uno dei concetti più fraintesi durante la pandemia. Significa livelli di infezione più o meno costanti, ma non dice nulla su quanto siano alti questi livelli e quanto sia grave il loro impatto: il comune raffreddore è endemico, ma lo è anche la malaria. Il vaiolo era endemico, fino all'eradicazione.
 
Endemico non significa benigno. Anche se non prendiamo misure per mitigare la pandemia, continueremo a soffrire di un elevato carico di malattie. Nonostante quello che dicono alcuni politici, la pandemia non è finita. E mentre il Covid potrebbe essere stato dimenticato da alcuni, è tutt'altro che scomparso.
 
L'epidemia ha avuto fasi molto differenti come i dati relativi al 2021 e al 2022 evidenziano. Le due diversità più evidenti sono la crescita molto importante delle diagnosi di positività attorno alla fine del 2021 e la importante diminuzione della letalità, in tutto il periodo considerato.
 
E’ allora importante non abbassare la guardia e non favorire la circolazione del virus. Quindi i nostri comportamenti individuali responsabili sono sempre fondamentali. Si tenga anche presente che oltre al problema della quota di popolazione che rimane in isolamento, obbligatorio o anche solo volontario, vi è quello delle non ancora chiare conseguenze del Covid, il così detto long Covid.
 
Ed allora forse è meglio riflettere sul fatto che la riduzione delle misure di contenimento non può voler dire il diffondersi di una sbagliata sensazione che tutto sta finendo. Non si deve altresi dimenticare che esiste la possibilità che l'immunizzazione da vaccini sia diminuita in parte della popolazione col passare dei mesi e che molti dei contagi riguardano oggi i giovani che sono la fascia di popolazione meno vaccinata.
 
Quindi è giusto imparare a "convivere con il virus" ma ciò non significa che il virus non ci sia più. Vale ancora la pena di rinunciare a situazioni a rischio alla fine non così importanti, ed imparare a mantenere tutto quello che abbiamo imparato per prevenire i rischi, in modo che agire la vita sociale e far crescere l'economia non voglia dire mettere a rischio la nostra salute.

Grazia Labate
Ricercatrice in economia sanitaria già sottosegretaria alla sanità

21 marzo 2022
© Riproduzione riservata


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