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Mutue, fondi sanitari e fisco. Il tesoretto che non c’è

La proposta-equazione che fa Gimbe, e non è il solo, è suggestiva e di immediata presa per i paladini della sanità pubblica (e il sottoscritto è tra questi): “eliminiamo quelle agevolazioni e usiamo quei soldi per aumentare il finanziamento del Ssn”. Detta così sembra facile ma, al di là della volontà politica e sindacale, possiamo essere sicuri che quei 4 miliardi frutto delle agevolazioni per gli 11 milioni di italiani iscritti ai fondi andrebbero nelle casse del Ssn?

26 GIU - Ieri mattina Gimbe ha reso note le sue stime, basate su dati diffusi nei giorni scorsi da Agenzia delle entrate e Corte dei conti, sul quantum delle agevolazioni fiscali di cui godono i fondi integrativi sanitari: in tutto circa 4 miliardi di euro che sarebbero “sottratti” al Ssn.
 
La proposta-equazione che fa Gimbe, e non è il solo (l'ultima in ordine di tempo è oggi la Fnomceo), è suggestiva e di immediata presa per i paladini della sanità pubblica (e il sottoscritto è tra questi): “eliminiamo quelle agevolazioni e usiamo quei soldi per aumentare il finanziamento del Ssn”.
 
Detta così sembra facile ma, al di là della volontà politica e sindacale - non dimentichiamo che su 309 fondi sanitari (tutti no profit) censiti (dati anagrafe del ministero della salute), solo 9 sono fondi sanitari integrativi doc (quelli della legge 229 per intenderci), mentre la stragrande maggioranza (97%) appartiene alla categoria delle Casse di Assistenza sanitaria e degli altri enti che nascono dalla contrattazione nazionale, locale o aziendale, tra le rappresentanze sindacali e datoriali oppure come espressione di autonoma iniziativa di categorie professionali – siamo sicuri che quei 4 miliardi andrebbero nelle casse del Ssn?

 
Ho forti dubbi, per due semplici ragioni:
- la prima è che, ammesso che i quasi 11 milioni di italiani oggi iscritti ai fondi una volta tolte le agevolazioni fiscali continuino a pagare le loro quote di iscrizione, non è scritto da nessuna parte che il surplus di entrate fiscali andrebbe alla sanità. Sia per la fame di risorse, visto il deficit di finanza pubblica, sia perché l’eventuale cancellazione di quelle agevolazioni andrebbe magari a contribuire ai progetti di riduzione del peso fiscale globale (taglio al cuneo o flat tax che dir si voglia);
 
- la seconda è che, per l’appunto, privi di un regime fiscale favorevole fondi e casse rischierebbero probabilmente di sparire progressivamente lasciando il campo alla sola sanità privata-privata (poco importa se intermediata o no da una polizza assicurativa), i cui costi potrebbero restare tranquillamente detraibili (chi si azzarderebbe infatti a cancellare la detraibilità delle spese mediche?).
 
Avremmo così il paradosso di una sanità complementare a quella pubblica (sostituiva e integrativa) autofinanziata da milioni di lavoratori del ceto medio-basso che non godrebbe di alcuna agevolazione e che sarebbe inevitabilmente destinata a sparire (In proposito è bene poi sempre ricordare che l’insieme di questi fondi fornisce prestazioni sanitarie per circa 3,7 miliardi di euro di cui il 37% per denti e non autosufficienza), a fronte di una sanità privata per i ceti medio-alti che continuerebbe a godere di favori fiscali e che probabilmente si incrementerebbe a dismisura (almeno in quelle fasce sociali che se lo possono permettere).
 
Il tutto senza che alcun “tesoretto” (i famosi 4 miliardi calcolati da Gimbe) vada a rimpinguare la sanità pubblica.
 
Detto questo resto dell’idea che il Ssn equo e universale, finanziato dalla fiscalità generale, resti il sistema migliore al quale riferirsi senza dar vita a fratture e promiscuità poco chiare, come quelle createsi in questi anni di mal gestita e mal programmata cosiddetta sanità integrativa.
 
Ma questa scelta di campo, da sola, non risolve il problema di come rispondere comunque a un bisogno di assistenza, non solo strettamente sanitaria, che sta inesorabilmente crescendo di pari passo con la cronicizzazione delle malattie e anche ad ambiti squisitamente sanitari (come l’odontoiatria) che restano ancora poco o per nulla coperti dal Ssn.
 
Per rispondere a queste reali esigenze o si prosegue, ma sul serio, la via di un pilastro integrativo che resti però nel solco della universalità (mediato quindi da mutue e fondi per chi ha redditi sufficienti e garantito dalle Regioni e dai Comuni per chi non ha possibilità economiche), oppure si dovrà dar vita a una integrazione seria del paniere dei Lea (aggiungendo una sezione “integrativa”) da finanziare anche ricorrendo a forme innovative di compartecipazione alla spesa da parte degli assistiti con redditi medio-alti e con partecipazioni minime da parte dei ceti medio-bassi.
 
Altre vie non ne vedo. A meno di non illudersi su un tesoretto che non c’è.
 
Cesare Fassari

26 giugno 2019
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