Il sistema salute che serve nel post Covid e post Guerra. Una sfida per la politica (da destra a sinistra)

Il sistema salute che serve nel post Covid e post Guerra. Una sfida per la politica (da destra a sinistra)

Il sistema salute che serve nel post Covid e post Guerra. Una sfida per la politica (da destra a sinistra)
Occorre distinguere le politiche di welfare assistenziali rinvenibili nella destra e nella sinistra. Ciò non allo scopo di generare scontri e ritardi inutili, bensì per capire cosa sostenere e cosa non condividere consapevolmente, nelle scelte di governance politica e, di rimando, manageriale, gestoria di quella sanità messa a terra, cui francamente vanno fatte risalire gestioni trascorse (per esempio, in Calabria) all’insegna della peggiore performance

La mediazione sulla concezione della sanità tra le diverse ideologie preminenti nell’Assemblea costituente, costituita nel dopo seconda guerra mondiale, si cristallizzò nella redazione dell’art. 32 della Costituzione. Si insediò la tutela della salute, e non già la sanità, con prevalenza quindi alla prevenzione, quale diritto fondamentale, l’unico ad essere riconosciuto tale dai padri costituenti. Si indicò l’individuo, quale destinatario, e dunque una godibilità individuata ben oltre i comuni diritti di cittadinanza interessata, quale componente della collettività indistinta.
 
La parte più politica dell’importante dictum costituzionale fu la delega dei Padri che la scrissero nell’ultimo dei concetti espressi, con una “e” congiunzione appena messa lì dopo una virgola, quasi a simulare un grido di democrazia e di tutela della collettività più debole. Con l’affermazione “e garantisce cure gratuite agli indigenti” i Costituenti svilupparono l’indicazione di più alto spessore politico, trasferendo in capo al legislatore, allora solo nazionale, attuativo della Carta il compito – per l’appunto – politico di individuare il beneficiario della gratuità.
 
Il ruolo del legislatore ordinario esercitato tardivamente e a singhiozzo
Da qui, il ruolo dei rappresentanti eletti, impegnati nelle sedi parlamentari e governative, di fissare i limiti da dove cessa lo stato di indigenza, garante delle tutele fondamentali della persona umana, a cominciare dall’assistenza salutare. Insomma, un bel compito che ancora fa fatica ad essere bene assolto!
 
Un concetto di assistenza diffusa ripreso, quanto a previdenza prescindendo dal carattere e dal presupposto contributivo, anche nell’art. 38 allorquando si definisce un altro importante diritto sociale, quello dell’inabile a lavoro e del povero di godere, comunque, dei mezzi necessari al suo mantenimento all’esigibilità del welfare.
Una tale visione, confezionata nell’immediato dopoguerra, fece sì che si iniziasse (molto dopo, 32 anni!) a comprenderla, sino a dispendere le tracce della sua corretta interpretazione e applicazione.
 
… per non parlare di quello regionale
Una lettera costituzionale, pretesa dalla migliore rappresentanza politica di tutti i tempi, ancora tradotta in realtà goduta. In quasi 75 anni di storia repubblicana si sono dispersi gli ideali rappresentanti la ratio esistenziale, in tema di welfare assistenziale, della destra e della sinistra. Meglio, dei progressisti e dei conservatori, che dir si voglia, oggi entrambi in gara a conquistare l’anima liberale, nelle sue diverse declinazioni. Insomma, troppa mescolanza nel portare avanti una legislazione, oggi statale esclusiva quanto alla definizione dei Lea e concorrente relativamente ai principi fondamentali e organizzazione erogativa pratica dei medesimi, rispettivamente rimesse alla competenza legislativa dello Stato e delle Regioni.
 
I drammi insegnano, si spera tanto
Le condizioni vissute nella pandemia, che ha prodotto ormai 160 mila morti, e la guerra in atto sul territorio europeo, ma non unionale, sono generative, entrambe, di una strage di donne e uomini. Proprio per questo, i due eventi impongono una riflessione seria sul dovere assistenziale delle Autorità governative, siano nazionali che non, da espletare a Covid 19 divenuto endemico, e quindi superabile con i comuni vaccini antinfluenzali, e prima che vengano deposte le armi nella guerra fratricida Russia/Ucraina.
 
Necessita farlo subito! Ciò in quanto tutto sarà lasciato in condizione di post-peste manzoniana, con una assistenza tutta da ricostruire. Integralmente, e da destinare ad una comunità della quale non si conoscono affatto i fabbisogni epidemiologici, esistenti da sempre e sopravvenuti. Un’esigenza ineludibile che imporrà delle scelte difficili ma non ulteriormente prorogabili di rilancio delle politiche sociosanitarie. Prioritariamente, da come cominciare per arrivare dove.
 
Per fare questo, presto e bene, necessita che le componenti rappresentative del consenso popolare si autoimpongano l’assunzione di decisioni difficili ma ineludibili, mettendo da parte quegli inutili proclami che hanno trasformato una sanità dignitosa disegnata dalla legge 833/78 in una organizzazione sanitaria indegna per un Paese che ha fatto della generosità sociale il suo segno distintivo.
 
Le cose da fare
Ci sarà, pertanto: la necessità di stabilire la destinazione della più attuale mission del sistema salute, con i Lea rappresentativi delle rinnovate esigenze sociali; la quantità e qualità delle prestazioni essenziali e non, anche queste ultime da erogare universalmente e in forma gratuita a chi non può pagarsele; l’entità dell’intervento solidaristico in termini di livelli essenziali socioassistenziali, percepibili in forma domiciliare ovvero istituzionalizzata; le dimensioni e le modalità di esercizio della concorrenza amministrata tra erogazione pubblica e quella privata. E tante altre cose, prima di tutte la trasformazione e integrazione del servizio della salute, tanto da farlo diventare erogatore e gestore del sistema sociosanitario e socioassistenziale, indissolubilmente, e perché no soggetto erogatore delle prestazioni alternative alle erogazioni previdenziali non contributive.
 
I distinguo politici che occorrono
A fronte di queste non trascurabili istanze, tutte le forze messe in campo a seguito della frequenza dei percorsi di democrazia diretta, dovranno ufficializzare in tal senso le loro politiche della salute. Queste ultime da intendersi nel senso di comprendere in esse le aspettative tipiche, le opzioni programmate e le modalità di produzione e recupero del benessere della persona umana.
 
Una tale mancata precisazione delle politiche della salute, da parte delle forze presenti nell’agone politico, ha reso impossibile la percezione dei valori messi in campo in tal senso, tanto da rendere distinguibile la sinistra dalla destra, ad essere sintetici. Neppure Giorgio Gaber, nell’enunciare il suo simpatico catalogo distintivo del 1994, sarebbe stato capace di distinguere le aspirazioni della destra e della sinistra in tema di salute.
 
Con questo, è divenuta impercettibile, anche con ricorso all’utilizzo degli strumenti di alta tecnologia diagnostica, l’esistenza dei valori che furono della sinistra, che si fa fatica a rintracciare negli attuali schieramenti, in relazione alla rivendicazione di una assistenza universale, unitaria, uniforme e gratuita per i ceti divenuti bisognosi. Ma soprattutto reale, concreta e godibile.
 
Stessa cosa vale per la destra, che va da anni appresso alle imitazioni di ciò che era ad esclusivo appannaggio della sinistra, con qualche naturale difesa del ceto accreditato, un favor non favor oramai condiviso da tutti, com’è naturale che sia. Ciò nel senso che una buona competizione tra pubblico e privato è certamente migliorativa della resa delle prestazioni essenziali.
 
La sfida di oggi è dunque quella di affrontare anzitempo la costruzione del sistema salute che si renderà necessario nel post-Covid e nel post-bellico nonché nell’opporsi ad ogni ulteriore sopravvenuta pandemia. Preliminarmente, occorre tuttavia distinguere le politiche di welfare assistenziali rinvenibili nella destra e nella sinistra.
 
Ciò non allo scopo di generare scontri e ritardi inutili, bensì per capire cosa sostenere e cosa non condividere consapevolmente, nelle scelte di governance politica e, di rimando, manageriale, gestoria di quella sanità messa a terra, cui francamente vanno fatte risalire gestioni trascorse (per esempio, in Calabria) all’insegna della peggiore performance.
 
Ettore Jorio
Università della Calabria 

Ettore Jorio

04 Aprile 2022

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