Le fiabe civili di una sanità da salvare

Le fiabe civili di una sanità da salvare

Le fiabe civili di una sanità da salvare

Non ci sono draghi, ma sistemi che opprimono. Non c'è magia, ma diritti negati e dignità da riconquistare. Con queste fiabe civili voglio insegnare ai più giovani che un'altra sanità è possibile.

La sanità com’è e come dovrebbe essere è argomento da fare comprendere ai giovanissimi, Saranno loro a cambiarla e nel frattempo a pretendere che i genitori si impegnino in tal senso.

 Ecco perché ho pensato di concludere da oggi i miei libri con una piccola fiaba. Una, ovviamente, diversa dalle altre. Non una fiaba che consola, ma una che inquieta. Non una storia in cui il bene trionfa facilmente, ma una in cui il bene deve essere riconosciuto, scelto, difeso.

Perché i giovani crescono dentro racconti distorti: quello del “così è sempre stato”, del “non cambierà mai nulla”, del “conviene adattarsi”. E allora la fiaba civile diventa uno strumento per rompere questo incantesimo, per mostrare che ciò che appare normale non è necessariamente giusto.

 In queste fiabe non ci saranno re e regine, ma cittadini e istituzioni. Non ci saranno draghi, ma sistemi che opprimono. Non ci saranno magie, ma diritti negati e dignità da riconquistare.

Eppure, come in ogni fiaba, ci sarà una possibilità: quella della scelta. Perché il vero punto non è descrivere solo ciò che non funziona, ma accendere nei lettori – soprattutto nei più giovani – il dubbio che un’altra realtà sia possibile. Con una piccola fiaba ho deciso di concludere ogni libro!

Scrivere e leggere una fiaba civile, allora, significa assumersi una responsabilità: raccontare senza addolcire, ma anche senza togliere speranza; leggere comprendendo la necessità di pretendere. Significa mettere davanti agli occhi dei ragazzi uno specchio, ma anche una porta. Sta a loro decidere se attraversarla.

La prima, è insediata nel nuovo manuale di “Diritto Sanitario” (Franco Angeli, 2026).

 Si racconta che in una città non lontana da qui gli abitanti decisero di costruire un grande ospedale. Architetti, ingegneri e amministratori si riunirono a lungo per discutere dei reparti, delle tecnologie e dei costi necessari. Ognuno portava progetti, grafici e numeri per dimostrare quale fosse la soluzione migliore.

Un giorno passò di lì un vecchio cittadino e chiese cosa stessero facendo.

“Stiamo progettando il nuovo sistema sanitario”, gli risposero con orgoglio.

L’uomo osservò a lungo i disegni e poi disse: “Ricordatevi di lasciare spazio per le persone”.

Gli altri lo guardarono stupiti. “Certo che ci saranno le persone”, risposero.

“Ci saranno medici, infermieri, tecnologie e nuovi reparti”.

Il vecchio scosse lentamente la testa e aggiunse: «Non intendevo questo. Lasciate spazio per chi ha paura, per chi aspetta una risposta, per chi entra in un ospedale senza sapere cosa accadrà. Perché un sistema sanitario non esiste per i suoi edifici o per le sue macchine, ma per la fiducia che riesce a dare a chi ha bisogno di cura”.

Gli architetti tornarono ai loro disegni, ma da quel giorno ricordarono che ogni progetto, ogni riforma e ogni innovazione devono sempre lasciare spazio alla persona.

Ed è forse questo il significato più profondo del Servizio sanitario nazionale: una comunità che decide di non lasciare nessuno solo di fronte alla malattia.

La seconda è scritta alla fine della monografia “Le Politiche sociosanitarie. Tra Lea, federalismo fiscale e regionalismo differenziato” (Franco Angeli, 2026).

C’erano due regni che si sfioravano senza mai toccarsi.

Uno pieno di denari, l’altro povero.

Il primo si supponeva ordinato ma non sapeva riconoscere le sue ferite. Il secondo pieno zeppo di bisognosi, senza poter fare nulla per evitare che si moltiplicassero.

Per anni vissero così, divisi.
Quando un malato usciva da uno, si perdeva nell’altro.
Quando qualcuno cadeva nel sociale, la sanità lo vedeva troppo tardi.

Entrambi dicevano di aiutare.
Entrambi, da soli, non bastavano.

Un giorno arrivò una passante che non apparteneva a nessuno dei due mondi.

 Non chiedeva diagnosi né assistenza. Chiedeva continuità.

“Non sono a metà,” disse. “Sono intero. Siete voi a essere divisi.”

I due mondi si guardarono per la prima volta davvero.
Videro gli spazi vuoti tra loro.
Videro le persone cadere proprio lì, in mezzo.

Non bastava più collaborare da lontano.
Non bastava più passarsi i casi.

Dovevano diventare un insieme.

Non per essere più efficienti ma per non perdere più alcuno.

La terza concluderà la monografia “Una sanità da salvare”, che uscirà più in là.

C’era una sanità da sempre imperfetta, rumorosa, a tratti persino sbagliata.

Poi arrivò il tempo dell’efficienza teorica. Tagliare, semplificare, alleggerire. Soprattutto con meno parole di conforto. Con meno tempo per i pazienti.

La chiamarono evoluzione.

Le attese si allungarono. Le diagnosi diventarono rapide, pulite, senza attrito. Anche il dolore venne reso più silenzioso, più gestibile. Il motto era: basta non ascoltarlo troppo.

I malati di mente furono i primi a diventare invisibili.
Troppo complessi, troppo lenti, troppo poco adatti a un sistema che non poteva più permettersi di fermarsi.

Non furono cacciati. Furono semplicemente lasciati indietro.

E così la sanità migliorò, dissero.
Più ordinata, più veloce, più sostenibile.

Finché un giorno non rimase quasi più alcuno da curare davvero. Solo persone da smistare.

E allora ci si accorse, troppo tardi,
che nel tentativo di salvarsi,
la sanità aveva smesso di essere cura. (sulla monografia “Il diritto alla salute svuotato”, 2026 o 2027).

Tutto questo, con la speranza di contribuire a fare supporre ai calabresi che ci sono i modi per cessare di essere “i più sfigati dell’Appennino”.

Ettore Jorio

Ettore Jorio

05 Maggio 2026

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