Rsa: cresce il numero degli ospiti, ma resta il divario Nord-Sud nell’offerta. I dati Istat
L’offerta vari da 10,5 posti letto ogni 1.000 residenti nel Nord-Est a 3,4 nel Sud. Gli ospiti accolti nel 2024 sono stati 385.871, in aumento del 6% rispetto all’anno precedente; tre su quattro sono anziani. Il 76% delle strutture è gestito dai privati, per metà enti no profit. IL DOCUMENTO
Al 1° gennaio 2024 in Italia risultavano attivi 12.987 residenze socio sanitarie e socio assistenziali con un’offerta complessiva di circa 426mila posti letto, pari a 7,2 ogni 1.000 persone residenti (+4,4% rispetto all’anno precedente). Un’offerta che, però, rimane fortemente disomogenea sul territorio: nel Nord-Est si contano 10,5 posti letto ogni 1.000 residenti, nel Sud solo 3,4. A dirlo sono i dati Istat pubblicati oggi.
Differenze geografiche significative si osservano anche nella dimensione delle strutture: nel Nord-Est il 30% delle residenze conta al massimo sei posti letto, quota doppia rispetto a quella media nazionale (15%); nel Nord-Ovest le strutture sono più grandi, con il 18% che dispone di un numero di posti compreso tra 46 e 80 e il 16,5% con oltre 80 posti. Nel Mezzogiorno la maggioranza delle strutture ha una dimensione compresa tra 16 e 45 posti letto, rappresentando il 51,2% nel Sud e il 60,3% nelle Isole.
Le strutture ospitano 385.871 persone, in aumento del 6% rispetto all’anno precedente; tre su quattro sono anziani, in gran parte ultraottantenni e donne, il 19% ha un’età tra i 18 e i 64 anni e il restante 6% è composto da minori.
Su circa 16mila unità di servizio attive, 9.407 erogano assistenza socio-sanitaria: si tratta di quasi 334mila posti letto, pari al 78% del totale. Le restanti 6.365 unità offrono servizi di tipo socio-assistenziale, con 91.960 posti letto (il 22% dei posti letto complessivi).
Le unità di servizio socio-sanitarie accolgono soprattutto anziani non autosufficienti, cui è destinato il 77% dei posti letto disponibili; un ulteriore 15% è destinato agli anziani autosufficienti e alle persone con disabilità (in entrambi i casi poco più del 7% dei posti); il restante 8% è per gli adulti con patologie psichiatriche (5%), per le persone con dipendenze patologiche (2%) e per minori (1%).
Le unità di tipo socio-assistenziale sono orientate principalmente all’accoglienza e alla tutela di persone con varie forme di disagio: il 41% dei posti letto è dedicato all’accoglienza abitativa e un ulteriore 41% alla funzione socio-educativa, che riguarda soprattutto i minori di 18 anni. Le unità che svolgono prevalentemente una funzione tutelare – volta a sostenere l’autonomia di anziani, adulti con disagio sociale e minori all’interno di contesti protetti – coprono il 12% dei posti letto e il restante 6% è dedicato all’accoglienza in emergenza.
La titolarità delle strutture è in carico a enti non profit nel 45% dei casi, agli enti privati nel 25%, agli enti pubblici nel 18% e agli enti religiosi nel 12%. La gestione dei presidi residenziali è affidata prevalentemente a organismi di natura privata (76% dei casi), di cui oltre la metà (51%) appartiene al settore non profit; il 13% delle strutture è infatti gestita dal settore pubblico e l’11% da enti di natura religiosa.
Più del 13% del personale retribuito è composto da cittadini stranieri
Al 1° gennaio 2024 nei presidi residenziali operano complessivamente 394.668 unità di personale, di cui 35.952 volontari e 3.687 operatori di servizio civile. Il personale retribuito, pari a circa 355mila unità, nel 13,5% dei casi è costituito da cittadini stranieri, che in due casi su tre hanno cittadinanza extraeuropea. Nel Nord la quota del personale straniero è più elevata, raggiungendo il 18% nel
Nord-Ovest e il 16% nel Nord-Est, mentre nel Mezzogiorno si sfiora appena il 2%. In Emilia Romagna si riscontra la più elevata presenza di personale straniero (quasi il 27,5%).
Le principali figure professionali che caratterizzano il personale retribuito sono in ambito sanitario: più di 203mila addetti sono operatori socio-sanitari (36% del personale retribuito), infermieri (11%) o addetti all’assistenza alla persona (10%); nell’ambito socio-sanitario lavorano anche la maggior parte degli operatori del servizio civile e dei volontari, rispettivamente il 79% e il 73%, con quote che superano il 90% nel Nord-Est del Paese.
Le strutture socio-assistenziali presentano una minore eterogeneità di figure professionali rispetto a quelle socio-sanitarie: tra le prime, l’83% impiega fino a cinque figure professionali diverse, quota che tra le seconde scende al 55%. Tra le strutture socio-sanitarie, infatti, il 44% impiega da sei a 15 tipologie professionali diverse.
Se nelle strutture socio-assistenziali la figura professionale più diffusa è l’educatore, che è presente nel 24% dei casi (si scende al 5% nelle socio-sanitarie), quelle socio-sanitarie si caratterizzano per la presenza di infermieri (13% contro 4% delle strutture socio-assistenziali) e di operatori socio-sanitari (39% contro 22%).
Il 41% dei dipendenti retribuiti è occupato in regime di part-time (in ben il 16% dei casi l’orario è inferiore al 50% rispetto al tempo pieno), con differenze marcate in base alla figura professionale: il ricorso all’orario ridotto risulta più contenuto tra gli operatori sanitari (27%), gli infermieri e gli addetti all’assistenza alla persona (33%) e raggiunge quasi l’80% tra i medici, gli psicologi e i mediatori culturali.
Oltre ai medici e ai mediatori culturali, anche il personale addetto alla riabilitazione o alla formazione, spesso utilizzato in risposta a bisogni specifici e in alcuni casi temporanei, lavora più frequentemente in regime di part-time (Figura 2); al contrario, le figure gestionali e quelle dedicate all’assistenza diretta degli ospiti risultano più frequentemente impiegate a tempo pieno.
Gli ospiti minori in sei casi su 10 hanno un’età compresa tra gli 11 e i 17 anni
Al 1° gennaio 2024 sono quasi 22mila gli ospiti minori complessivamente accolti nelle strutture residenziali, il 2 per 1.000 dell’intera popolazione minorenne in Italia; oltre 10mila (quasi la metà) sono minori stranieri.
Le problematiche dei ragazzi ospitati sono di varia natura, anche per effetto della provenienza da contesti molto diversi: il 37% degli ospiti non presenta problematiche specifiche, un ulteriore 20% è composto da minori stranieri privi di una figura parentale di riferimento. Problemi di dipendenza o di salute caratterizzano il restante 43%: il 27% sono giovani con problemi di dipendenza che hanno intrapreso un percorso riabilitativo, il 16% minori con problemi di salute mentale o con disabilità che necessitano di specifiche cure o assistenza.
Tra gli ospiti minori la componente femminile risulta più contenuta, sei ragazzi accolti su dieci sono maschi (61%); tale proporzione, in linea con la composizione per genere dei flussi migratori, aumenta tra i minori stranieri, raggiungendo il 72%.
L’accoglienza dei minori in strutture residenziali risulta più diffusa nei territori in cui è più alto il numero di giovani “stranieri non accompagnati”; ad esempio in Sicilia, nella provincia autonoma di Trento o in Basilicata, dove si registrano tassi di presenza doppi rispetto al dato medio nazionale. L’Abruzzo, il Molise e la Campania hanno, invece, la quota più bassa di minori accolti: meno di un minore per ogni 1.000 residenti nella stessa fascia di età (contro i due del dato medio nazionale).
Gli ospiti con meno di 18 anni sono in prevalenza adolescenti: il 62% ha infatti un’età compresa tra gli 11 e i 17 anni; tra i bambini con meno di 11 anni (38%), più della metà ha meno di cinque anni (il 22% degli ospiti complessivi).
Più di un minore su tre accolto per problemi legati al nucleo familiare di origine
Sono molteplici le motivazioni che possono condurre un minore all’interno di una struttura residenziale. Il 36%, quasi 8mila, è accolto per problemi economici, incapacità educativa o problemi
psico-fisici dei genitori; un ulteriore 22% (quasi 5mila unità) è accolto insieme a un genitore, il 21% è rappresentato da stranieri privi di assistenza o rappresentanza da parte di un adulto. Visto che la permanenza degli ospiti minori dovrebbe essere il più breve possibile, preferendo una sistemazione in famiglia piuttosto che in struttura, oltre i tre quarti degli ospiti restano in struttura meno di due anni: il 46,5% vi resta meno di un anno, il 30,9% da uno a due anni; inoltre, il 14,4% da due a quattro anni e solo il 7,7% resta nella struttura più di quattro anni, il residuale 0,5% non ha indicato la durata della permanenza.
13 Gennaio 2026
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