Terapie intensive. L’allarme invisibile: un paziente su dieci colpito da infezioni ospedaliere

Terapie intensive. L’allarme invisibile: un paziente su dieci colpito da infezioni ospedaliere

Terapie intensive. L’allarme invisibile: un paziente su dieci colpito da infezioni ospedaliere

Il nuovo rapporto Ecdc fotografa il peso delle infezioni acquisite in rianimazione. Italia sotto pressione soprattutto sul fronte dell’antibiotico-resistenza.

Nel 2022 quasi un paziente su dieci ricoverato per oltre 48 ore in terapia intensiva in Europa ha contratto almeno un’infezione correlata all’assistenza. È il dato che emerge dall’ultimo rapporto dell’European Centre for Disease Prevention and Control (Ecdc) sulle infezioni acquisite nelle unità di terapia intensiva (Icu), che fotografa una realtà ancora critica anche per l’Italia, da anni alle prese con tassi elevati di antibiotico-resistenza.

Secondo il report – che analizza 100.277 pazienti ricoverati in Icu per più di due giorni – 9.802 (9,8%) hanno sviluppato almeno una delle tre infezioni sotto sorveglianza: polmonite, infezione del sangue (Bsi) o infezione delle vie urinarie (Uti). Nel dettaglio, il 6% dei pazienti ha contratto una polmonite, il 4% una Bsi e il 3% un’infezione urinaria. Dati che, tradotti in termini clinici, significano un carico rilevante di complicanze, aumento della mortalità e prolungamento delle degenze.

L’Italia partecipa al sistema di sorveglianza europeo e, come evidenziato nelle tabelle comparative del rapporto, si colloca tra i Paesi con una quota significativa di infezioni associate a dispositivi invasivi. Un elemento non secondario se si considera che l’83% delle polmoniti è associato all’intubazione, il 43% delle infezioni del sangue è correlato a cateteri vascolari e il 95% delle infezioni urinarie è legato alla presenza di catetere. In altre parole: il rischio cresce dove la complessità assistenziale è massima.

A preoccupare ulteriormente è il profilo microbiologico. Nelle polmoniti acquisite in Icu il microrganismo più frequentemente isolato è Pseudomonas aeruginosa; nelle Bsi prevalgono gli stafilococchi coagulasi-negativi; nelle infezioni urinarie domina Escherichia coli. Ma il vero nodo è la resistenza agli antibiotici. Il 14% degli Staphylococcus aureus isolati è resistente all’oxacillina (MRSA) e il 10% degli Enterococcus spp. è resistente ai glicopeptidi. Ancora più allarmanti i dati sui Gram-negativi: resistenza alle cefalosporine di terza generazione nel 16% degli E. coli, nel 34% delle Klebsiella e nel 40% degli Enterobacter. La resistenza ai carbapenemi – antibiotici di ultima linea – raggiunge il 14% nelle Klebsiella, il 23% nello Pseudomonas aeruginosa e addirittura il 74% nell’Acinetobacter baumannii.

È su questo terreno che l’Italia mostra storicamente criticità superiori alla media europea, soprattutto per quanto riguarda Klebsiella pneumoniae e Acinetobacter baumannii resistenti ai carbapenemi, patogeni frequentemente isolati nelle rianimazioni. Un dato che si traduce in opzioni terapeutiche ridotte e in un maggior ricorso a terapie empiriche: il 55% dei “days of therapy” registrati nel report è infatti costituito da trattamenti empirici, contro il 34% di terapie mirate.

Il quadro che emerge è quello di terapie intensive ad alta complessità, dove l’uso massiccio di dispositivi invasivi e antibiotici crea un ecosistema favorevole alla selezione di batteri resistenti. Per l’Italia, che già sconta una pressione significativa dell’antimicrobico-resistenza, il report Ecdc rappresenta un ulteriore campanello d’allarme: rafforzare la prevenzione delle infezioni correlate ai dispositivi, migliorare l’appropriatezza prescrittiva e investire in programmi di stewardship antibiotica non è più solo una raccomandazione europea, ma una necessità strutturale per la tenuta del sistema sanitario.

18 Febbraio 2026

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