Il cancro continua a rappresentare una delle principali sfide per i sistemi sanitari europei. Nel 2022 in Europa sono stati stimati 3,2 milioni di nuovi casi, contro i 2,1 milioni del 1995: un aumento del 58% trainato soprattutto dall’invecchiamento della popolazione. Se non vi saranno ulteriori progressi in prevenzione, diagnosi precoce e trattamento, le proiezioni indicano che le nuove diagnosi potrebbero arrivare a 4,1 milioni entro il 2050.
È uno dei dati centrali del Comparator Report on Cancer in Europe 2025 – Disease Burden, Costs and Access to Medicines and Molecular Diagnostics, pubblicato dallo Swedish Institute for Health Economics, che aggiorna la fotografia del carico clinico, economico e organizzativo dell’oncologia in 31 Paesi europei: i 27 Stati membri dell’Ue più Islanda, Norvegia, Svizzera e Regno Unito.
Il quadro è a doppia faccia. Da un lato l’incidenza aumenta e il cancro è già la prima causa di morte nelle persone con meno di 65 anni, responsabile del 32% dei decessi in questa fascia d’età nel 2022. Dall’altro, la mortalità non cresce con lo stesso ritmo delle diagnosi: tra il 1995 e il 2022 i decessi per tumore sono aumentati del 24%, passando da 1,2 a 1,5 milioni, molto meno dell’incremento dell’incidenza. Per gli autori, questo scarto è il segno dei progressi ottenuti in diagnosi precoce, trattamenti e qualità complessiva delle cure.
Il report sottolinea che i decessi per cancro in Europa si sono stabilizzati intorno a 1,3-1,4 milioni l’anno dal 2008. Tuttavia il cancro resta la seconda causa di morte, con il 23% del totale dei decessi, dietro alle malattie cardiovascolari. In diversi Paesi dell’Europa nord-occidentale ha già superato le patologie cardiovascolari e, secondo le previsioni richiamate nel documento, potrebbe diventare la prima causa di morte nell’Ue entro il 2035.
Il peso dell’età è decisivo. Nel 2022 quasi due terzi dei casi sono stati diagnosticati in persone con almeno 65 anni. Ma non tutto l’aumento è inevitabile: il rapporto ricorda che una quota compresa tra il 30 e il 50% dei nuovi casi è collegata a fattori di rischio modificabili, tra cui fumo, alcol, obesità, dieta non salutare, inattività fisica, esposizione a radiazioni UV e infezioni oncogene come Hpv e Hbv.
Sul fronte della sopravvivenza, il miglioramento è netto ma disomogeneo. La sopravvivenza a cinque anni è aumentata nella maggior parte dei tumori rispetto agli anni Novanta. I progressi più importanti si osservano nei tumori ematologici, dove l’innovazione farmacologica ha avuto un impatto particolarmente rilevante. Al contrario, per alcuni tumori solidi, come vescica, cervello, tumori ginecologici e laringe, i miglioramenti sono stati limitati o assenti.
Il report non costruisce una graduatoria unica dei Paesi dove “si cura meglio” il cancro. La misura più vicina a un confronto sugli esiti è quella della sopravvivenza a cinque anni, ma gli stessi autori avvertono che i dati disponibili non sono completi né pienamente comparabili tra Paesi, perché derivano da periodi, metodologie e criteri di inclusione diversi. Nel confronto tra i 15 Paesi con dati disponibili, la Svezia viene indicata come Paese con le migliori performance. Secondo una stima del report, quasi 200mila decessi per cancro potrebbero essere evitati ogni anno se tutti questi Paesi raggiungessero i livelli svedesi.
In questa specifica comparazione sugli esiti l’Italia non compare, perché il report la colloca tra i Paesi per i quali non sono disponibili dati nazionali pubblicati di sopravvivenza a cinque anni secondo i criteri adottati dagli autori. Questo non significa che il Paese non disponga di registri o dati oncologici, ma che nel perimetro del rapporto non risultano disponibili dati nazionali pubblicati e comparabili tali da consentire l’inserimento nella graduatoria della sopravvivenza.
Il capitolo economico conferma la crescente pressione sull’oncologia. Tra il 1995 e il 2023 la spesa sanitaria diretta per il cancro è più che raddoppiata, passando da 62 a 146 miliardi di euro, a prezzi e cambi 2023. La quota del cancro sulla spesa sanitaria complessiva è però rimasta relativamente stabile, tra il 4 e l’8% nei diversi Paesi, con una media europea del 6,6%, pari a circa 260 euro pro capite nel 2023.
Il dato più interessante riguarda la composizione dei costi. I costi diretti aumentano, mentre quelli indiretti, legati soprattutto alla perdita di produttività per mortalità prematura e morbosità, sono diminuiti da 97 a 82 miliardi. In totale, il burden economico del cancro è cresciuto da 159 a 228 miliardi tra 1995 e 2023, ma il costo per nuovo paziente è rimasto sostanzialmente stabile, oscillando tra 70mila e 78mila euro. Per gli autori, ciò significa che l’aumento del peso complessivo dipende soprattutto dall’aumento dei pazienti, più che da un’esplosione del costo unitario.
Resta però forte la variabilità tra Paesi. La spesa oncologica pro capite varia di quasi tre volte: sotto i 150 euro in alcuni Paesi dell’Europa centro-orientale, oltre 400 euro in Germania e Svizzera, al netto della parità di potere d’acquisto. Il report osserva che una maggiore spesa è associata a migliori tassi di sopravvivenza, ma avverte che l’efficienza è determinante: oltre una certa soglia, ogni euro aggiuntivo produce benefici decrescenti e Paesi con livelli di spesa molto diversi possono ottenere risultati simili.
In questo quadro l’Italia si colloca in una fascia intermedia per la spesa sanitaria diretta destinata al cancro. Il report la include tra i Paesi con una spesa pro capite per l’assistenza oncologica compresa tra 200 e 280 euro, insieme, tra gli altri, a Regno Unito, Irlanda, Repubblica Ceca, Malta, Cipro e alcuni Paesi nordici. Il livello italiano è quindi inferiore a quello dei Paesi con la spesa più elevata, come Germania e Svizzera, ma superiore a quello di molti Paesi dell’Europa centro-orientale.
Sul versante dell’innovazione, l’oncologia europea ha vissuto una trasformazione profonda. Dal 1995 al 2024 l’Agenzia europea dei medicinali ha approvato 194 nuovi farmaci oncologici e 318 nuove indicazioni per medicinali già autorizzati. Il ritmo delle approvazioni è cresciuto in modo marcato: da circa un nuovo farmaco all’anno nel periodo 1995-2000 a circa 14 l’anno tra 2021 e 2024. Target therapy, immunoterapie, anticorpi farmaco-coniugati, anticorpi bispecifici e Car-T hanno ampliato l’arsenale terapeutico, mentre all’orizzonte si profilano vaccini terapeutici a mRna, terapie cellulari, gene editing e altre piattaforme innovative.
Ma l’accesso resta il punto critico. Il rapporto segnala forti disuguaglianze nella rimborsabilità e nei tempi di accesso ai nuovi farmaci. Per i medicinali oncologici approvati dall’Ema tra il 2019 e il 2022, la Germania risulta il Paese con la quota più alta di rimborsabilità, pari al 96%, seguita da Svizzera, Austria e Italia. L’Italia si colloca all’83%, sopra la media Ue del 67%, ma con tempi non ancora allineati ai Paesi più rapidi. Il tempo medio per arrivare al rimborso è stimato in circa 370 giorni: meglio di molti Paesi dell’Europa centro-orientale, ma più lento rispetto a Germania e Danimarca, dove il rimborso avviene mediamente in meno di 150 giorni.
Anche sull’utilizzo effettivo dei nuovi trattamenti il profilo italiano appare intermedio. Nel confronto tra i grandi Paesi europei, il report osserva che Francia e Germania guidano in modo costante l’adozione dei farmaci oncologici dopo l’approvazione Ema, mentre Italia e Spagna mostrano un andamento più moderato: una fase iniziale di ritardo nell’adozione, seguita poi da una progressiva convergenza verso i livelli di Francia e Germania. Il Regno Unito, invece, tende a restare più indietro sia nelle fasi iniziali sia nel medio periodo.
L’Italia pesa comunque in modo rilevante sul mercato europeo dei farmaci oncologici. Nel 2023, secondo i dati di vendita a prezzi di listino utilizzati dal report, il nostro Paese rappresenta l’11% della spesa europea complessiva per medicinali oncologici, contro il 19% della Germania, il 19% della Francia, il 14% del Regno Unito e il 10% della Spagna. Va però ricordato che questi dati si basano sui prezzi di listino e non tengono conto degli sconti e dei rebate confidenziali, per cui tendono a sovrastimare la spesa reale sostenuta dai sistemi sanitari.
Il tema non riguarda solo i farmaci. La medicina di precisione dipende sempre più dalla diagnostica molecolare. Il report ricorda che quasi la metà dei nuovi farmaci oncologici approvati per tumori solidi tra 2015 e 2020 era associata a un biomarcatore predittivo. I test single-gene sono ormai ampiamente disponibili, ma l’accesso al Next Generation Sequencing resta limitato in molti Paesi, soprattutto nell’Europa centro-orientale. La mancata disponibilità o il mancato rimborso dei test può diventare un collo di bottiglia anche quando il farmaco è formalmente rimborsato.
Per gli autori, la risposta non può essere solo “spendere di più”. Servono valutazioni Hta più coerenti, accordi di accesso gestito, uso più mirato dei farmaci, selezione dei pazienti basata su biomarcatori, riduzione degli sprechi, maggiore impiego di generici e biosimilari quando disponibili. La sfida è liberare risorse per l’innovazione senza ridurre l’accesso ai trattamenti già disponibili.
Il report insiste anche su un altro limite strutturale: la carenza di dati real-world. Solo 15 Paesi su 31 pubblicano tassi di sopravvivenza a cinque anni per tutti i tumori e per sede tumorale, 3 li pubblicano solo per sede e 13 non forniscono dati attraverso report o siti nazionali. Mancano inoltre informazioni sistematiche su come i pazienti vengono trattati nella pratica clinica, tra ospedali e territori.
È una lacuna che pesa sulle scelte di politica sanitaria e riguarda direttamente anche l’Italia. Senza dati su esiti, percorsi, appropriatezza e utilizzo reale dei farmaci, diventa più difficile valutare il valore dell’innovazione, governare la spesa e ridurre le disuguaglianze. La conclusione del rapporto è netta: l’Europa ha ottenuto progressi importanti, ma per “fare meglio” deve investire non solo in nuovi trattamenti, ma anche in prevenzione, diagnosi molecolare, registri, evidenze real-world e capacità di allocare le risorse dove producono più salute.