Lunga audizione ieri mattina in commissione Sanità della Toscana, con uova assessora alla sanità e al welfare Monia Monni ha fatto il punto su quelle che saranno le strategie, le priorità e i problemi da affrontare per il settore. Uno dei temi più delicati da gestire sarà quello dei punti nascita, che dovrebbero essere chiusi se non raggiungono i numeri previsti per decreto ministeriale. I punti di Portoferraio, Barga e Borgo San Lorenzo già lavorano in deroga, altre deroghe dovranno essere chieste soprattutto per il sud della Toscana: anche l’ospedale delle Scotte è sceso sotto le 1000 nascite l’anno. “Visto il trend di diminuzione delle nascite forse è necessario ridiscutere le soglie con il ministero”, ha detto Monni.
L’assessora, riferisce una nota dell’ufficio stampa del Consiglio regionale a termine della seduta, ha quindi fatto il punto su alcuni aggiornamenti importanti che dovranno essere fatti nei prossimi mesi in Regione, a partire dalla nuova organizzazione della rete ospedaliera in ottemperanza alle disposizioni nazionali, già individuate con una delibera di Giunta l’anno scorso e ora in fase attuativa. È richiesta una riduzione delle unità operative complesse, ora in numero superiore rispetto a quanto previsto dai parametri nazionali. Per l’emergenza urgenza si punta a migliorare i tempi di trasferimento per ridurre i tempi di permanenza nei pronto soccorso.
Altra questione sul piatto, la ricerca di soluzioni al nodo della mobilità sanitaria. “Procederemo ad intese che elevino i controlli sulla qualità e sull’appropriatezza della prestazione, a rafforzare il sistema informativo e di formazione, all’aggiornamento team di esperti deputati a verifiche – ha spiegato Monni, anche rispondendo ad alcune richieste di approfondimento -. Ci sono atteggiamenti opportunistici forti, trasferimenti di flussi in crescita continua con prestazioni, che non sono più ad alta specialità, verso cliniche private. Questo per la Toscana, unica a essersi data un limite in entrata, e lo chiediamo in uscita, vale più di 100milioni l’anno”.
Un punto cruciale è il nuovo modello sanitario territoriale, con investimenti in Case di comunità, Centrali operative territoriali (Cot), Case della salute, consultori familiari, infermieri di famiglia e comunità, cure palliative, assistenza domiciliare, prevenzione, potenziamento della telemedicina, per rispondere a temi epocali come l’invecchiamento della popolazione e il parallelo aumento delle malattie croniche e l’emergere di nuove domande, a partire da quella sulla salute mentale di giovani e adolescenti che si è moltiplicata esponenzialmente dopo la pandemia.
Nel breve periodo l’attenzione è puntata sull’apertura (entro il 31 marzo prossimo per ottenere i finanziamenti del Pnrr) di 70 Case di comunità, con l’ingresso e l’integrazione dei medici di medicina generale. “Sarà solo l’inizio del percorso – ha detto Monni -. Le Case di comunità devono diventare punti nevralgici che accolgano tutto ciò che non è ambulanza. Il problema è che non possiamo implementare il personale, quindi dobbiamo procedere per gradi e comprendere al meglio i bisogni”.
In programma, inoltre, un piano sull’autismo e un piano anziani che risponda alle nuove esigenze dettate dall’inverno demografico.
Quanto alle liste di attesa, l’assessora, rispondendo a domande in proposito, ha precisato che tutte le azioni citate sono volte a ridurle di fatto, a partire dalle Case di comunità. Sullo scorrimento delle graduatorie, l’assessore ha ricordato che esiste un tetto al numero dei dipendenti fissato a livello nazionale che andrebbe assolutamente rivisto, e che costringe spesso a ricorrere a personale interinale per l’impossibilità di assumere; “cosa, che alla fine, ci fa spendere di più”.