“Quasi cinquant’anni fa la Repubblica promise agli italiani che nessuno sarebbe stato lasciato solo davanti alla malattia. Quella promessa continua a vivere, ogni giorno, nel lavoro silenzioso dei medici. Finché ci sarà un medico disposto a prendersi cura di una persona, quella promessa continuerà a vivere. E continuerà a vivere anche la parte migliore della nostra Repubblica”.
Così il Presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, Filippo Anelli, nella sua relazione al Convegno “Il lavoro dei medici nell’Italia custodita dalla cura”, in corso a Roma presso l’Accademia nazionale di San Luca. Un titolo, quello dell’incontro, deciso con cognizione di causa.
“Lo abbiamo scelto – ha spiegato Anelli – perché siamo convinti che la cura custodisca l’Italia. Custodisce la salute delle persone. Custodisce il lavoro, perché senza salute non c’è libertà piena di costruire il proprio futuro. Custodisce la coesione sociale, perché una comunità che si prende cura dei più fragili è una comunità più forte. Custodisce la democrazia, perché rende concreto ogni giorno il principio di uguaglianza. Custodisce la pace, perché chi cura riconosce sempre, prima di ogni altra cosa, la dignità della persona”.
“La Costituzione – ha ricordato ancora Anelli – riconosce la salute come diritto fondamentale della persona e interesse della collettività. Ma nel 1978 la Repubblica fece qualcosa di straordinario. Trasformò quel principio in una promessa. La malattia continuerà sempre a fare parte della condizione umana. Alla solitudine davanti alla malattia, invece, una comunità può porre rimedio. La Repubblica scelse di farlo. Scelse di promettere che nessuno sarebbe stato lasciato solo davanti alla malattia”.
“È questa – ha aggiunto – la ragione più profonda per cui nacque il Servizio sanitario nazionale. Da quel giorno, quella promessa ha avuto il volto dei medici. Il volto del medico di famiglia, scelto liberamente dal cittadino, che accompagna la persona quando sta bene, nella prevenzione, durante la malattia e nella fragilità. Il volto del pediatra. Del medico dell’ospedale. Del chirurgo. Dell’oncologo. Del medico del Pronto Soccorso. Perché non esiste cura senza un volto. Non esiste fiducia senza un volto. Non esiste speranza senza un volto. La medicina comincia sempre dall’incontro tra due persone: una che chiede aiuto e una che sceglie di assumersi la responsabilità di prendersene cura. E quella promessa i medici non l’hanno mai tradita. L’hanno custodita negli anni del definanziamento del Servizio sanitario nazionale. L’hanno custodita durante la pandemia. La custodiscono oggi nelle carenze di personale, nelle liste d’attesa, nelle difficoltà organizzative, spesso supplendo con la propria competenza, la propria responsabilità e il proprio senso del dovere a ciò che il sistema fatica a garantire”.
“Ed è proprio perché quella promessa continua ad avere il volto dei medici – ha continuato – che oggi sentiamo il dovere di rinnovare il Codice di Deontologia. La legge disciplina una professione. Il Codice ne custodisce l’anima. E questa anima non viene imposta dall’alto. Nasce dalla scelta libera di una comunità professionale. La deontologia non è un insieme di regole. È la scelta libera di una comunità professionale. La scelta di non distogliere mai lo sguardo dagli occhi di chi soffre. Il Codice custodisce il volto del medico che incontra gli occhi di una persona che ha paura. Custodisce il tempo necessario perché quell’incontro diventi fiducia. Custodisce la libertà del giudizio clinico. Custodisce la responsabilità della decisione. Custodisce il dovere di accompagnare. Accompagnare una persona nella fragilità, nella sofferenza, nella disabilità, nella fase finale della vita non è soltanto un gesto di umanità. È un dovere deontologico. È uno dei modi più alti con cui la professione medica serve la Repubblica”.
“Accompagnare non è soltanto ciò che il medico fa – ha chiosato – è ciò che il medico è. Questo vale ancora di più oggi, nel tempo dell’intelligenza artificiale. Un tempo straordinario, ricco di opportunità, che aprirà possibilità impensabili fino a pochi anni fa. L’intelligenza artificiale sarà una grande alleata della medicina. Ci aiuterà a leggere milioni di dati, a riconoscere correlazioni, a sostenere decisioni sempre più complesse. Ma ci sono due cose che nessun algoritmo potrà mai generare. Il volto di una persona che affida la propria vita a un altro essere umano. E il tempo necessario perché quella fiducia possa nascere”.
“Dopo una vita nella professione – ha confessato Anelli – ciò che porto con me non sono soltanto le diagnosi, le terapie o le tecnologie che hanno cambiato la medicina. Ricordo gli occhi di chi aveva paura di morire. E ricordo gli occhi di chi, da quella stessa paura, ha visto nascere una speranza, una cura, una nuova possibilità di vita. È in quegli occhi che la medicina ritrova ogni giorno la propria ragione. Ed è nel tempo della relazione che la scienza diventa cura”.