Chernobyl, 40 anni dalla tragedia. In un podcast dell’Iss il racconto dell’emergenza in Italia e i consigli su possibili oggetti radioattivi in casa

Chernobyl, 40 anni dalla tragedia. In un podcast dell’Iss il racconto dell’emergenza in Italia e i consigli su possibili oggetti radioattivi in casa

Chernobyl, 40 anni dalla tragedia. In un podcast dell’Iss il racconto dell’emergenza in Italia e i consigli su possibili oggetti radioattivi in casa

Gli esperti ricordano che in casa possono trovarsi oggetti radioattivi: tra anni ‘20 e ‘40 venivano venduti come rimedi “benefici”, sfruttando il radon. Cimeli oggi da riconoscere e maneggiare con cautela. Ascolta il podcast

Quarant’anni fa, il 26 aprile del 1986, il mondo veniva scosso dalla tragedia di Chernobyl. In un podcast Barbara Caccia del Centro Nazionale per la Protezione dalle Radiazioni e Fisica Computazionale, all’epoca in servizio nei laboratori di fisica dell’Iss, racconta la risposta all’emergenza. “La prima cosa che ricordo – così inizia il racconto di Caccia – fu una riunione collettiva, fummo tutti chiamati perché l’unica cosa evidente era la portata di questo incidente e una serie di aspetti non chiari, come ad esempio come affrontarla subito, e quali strumenti mettere in atto”.

Nelle case ancora cimeli e oggetti di un’epoca in cui la radioattività non faceva paura
Oggetti radioattivi possano essere ancora rinvenuti, al giorno d’oggi, tra le mura domestiche, cimeli di un’epoca in cui addirittura le radiazioni venivano considerate benefiche. Lo ricordano gli esperti dell’Istituto Superiore di Sanità, prendendo spunto dal quarantesimo anniversario del disastro di Chernobyl. Questi oggetti, ricordano gli esperti dell’Iss, vanno maneggiati con cautela e segnalati.

“Una persona ci ha contattati dopo aver rinvenuto, proprio in casa, un vecchio cimelio di famiglia, simile ad un ciondolo, conservato per anni e con cura per la sua indubbia bellezza e, improvvisamente, divenuto fonte di preoccupazione dopo aver notato un’incisione, sulla parte superiore, della parola ‘radiogeno’. – racconta Barbara Caccia –. La proprietaria ci ha descritto tutta la sua preoccupazione dovuta al fatto che l’oggetto fosse stato conservato nella stanza dove una bambina di un anno aveva dormito per circa un mese. La preoccupazione era comprensibile: un oggetto acquistato chissà quanti anni prima e a quale scopo, ritenuto per anni solo un ciondolo e improvvisamente evocativo, per via di quella incisione, dei timori che leghiamo alla radioattività e ai suoi possibili effetti sulla salute. La richiesta che ci veniva fatta era quella, più che comprensibile, di capire se conservare quell’oggetto, forse radioattivo, avesse potuto determinare un rischio significativo per tutti gli occupanti e, in particolare, per quella bambina che più a lungo di tutti gli altri era rimasta nelle sue vicinanze”.

Perché degli oggetti d’uso quotidiano venivano resi intenzionalmente radioattivi
Il marchio Biodoros, chiaramente leggibile accanto alla parola “radiogeno” incisa sulla sommità dell’oggetto, è stato subito riconosciuto dal personale del Laboratorio delle Radiazioni dell’Iss: “Contraddistingueva – spiega la nota – gli oggetti prodotti dalla ‘S.A. Biodoros’ di Milano tra gli anni ‘20 e ‘40 tra cui, il più comune, era il cosiddetto ‘Emanatore Biodoros’. Si trattava di un contenitore (spesso in ceramica o metallo) che doveva essere riempito d’acqua e al cui interno doveva essere immersa per una notte una piccola quantità di radio, proprio quel ‘ciondolo’ rinvenuto casualmente. La mattina seguente, l’acqua arricchita di un gas radioattivo – il radon – prodotto dalla trasformazione del radio (cioè da quel fenomeno che tecnicamente chiamiamo ‘decadimento’) veniva bevuta come trattamento benefico contro varie malattie: dai reumatismi alla stitichezza, fino all’ipertensione”.

Tali trattamenti terapeutici trovavamo la propria giustificazione nella cosiddetta ormesi da radiazioni: una teoria, proliferata in un contesto scientifico ancora incompleto e caratterizzato da una conoscenza limitata degli effetti delle radiazioni ionizzanti, secondo cui l’esposizione a bassi livelli di radiazioni, prodotte ad esempio dal radon disciolto in acqua, non risultava solamente non dannosa, ma addirittura benefica per l’organismo. Chi vendeva il Biodoros e consigliava il consumo di acqua radioattiva negli anni ‘30 lo faceva, quindi, spesso associando le radiazioni a concetti positivi come vitalità, energia e rigenerazione. Vennero commercializzati numerosi dispositivi destinati a rendere l’acqua “radioattiva”, tra cui contenitori e brocche arricchite di radio, ma anche oggetti, simili a ciondoli, da immergere in acqua per renderla radioattiva prima del consumo: l’oggetto rinvenuto è proprio uno di questi oggetti.

Tra il 1920 e il 1940, la “S.A. Biodoros” e le aziende concorrenti produssero numerosissimi esemplare di questi dispositivi che venivano venduti nelle farmacie e nei negozi di forniture mediche come oggetti pensati per il benessere personale. Stimare quanti di questi oggetti siano ancora presenti sul territorio italiano è impossibile ma esiste diffuso consenso sul fatto che si tratti di almeno qualche migliaio di dispositivi.

Come riconoscere e maneggiare questi oggetti radioattivi
Riconoscerli, spiega l’Iss, può non essere semplice; erano un lusso e, quindi, caratterizzati da design ricercato e, per quegli anni, moderno. Incisioni ed etichette – spesso in italiano, latino o francese – sono un validissimo aiuto: attenzione a termini come “radiogeno” o “radioattivo”, ma anche ad alcuni che più difficilmente vengono associati alla radioattività, come “emanazione”, riferito proprio al radon emanato dal dispositivo, o “attivatore” e “revitalizzatore”, perché tali erano considerati questi oggetti. Il moderno simbolo del trifoglio radioattivo verrà introdotto solo successivamente, nel 1946, ma in qualche caso la presenza di componenti radioattivi veniva comunque segnalata, a sottolinearne il valore per gli scopi decantati, con icone di fulmini, soli splendenti o figure umane stilizzate che irradiano energia. Un suggerimento per il riconoscimento, infine, proviene dalla tipologia degli oggetti più comunemente resi radioattivi. Si tratta, soprattutto, di dispositivi per contenere acqua o per essere immersi in essa, come brocche in ceramica, infusori metallici o filtri con pastiglie, ma anche oggetti per la cura della persona, come spazzole per capelli, creme per il viso, fanghi termali, cinture lombari e compresse scaldanti.

Qualora si scoprisse, o anche solo si ipotizzasse, di avere uno di questi oggetti in casa, l’indicazione è quella di non tentare in alcun modo di aprirli o manometterli, magari per investigarne il contenuto, e di non gettarli nella spazzatura comune, optando, piuttosto, per la conservazione all’interno di un locale poco frequentato, meglio se ben areato. Nel caso in cui l’oggetto risultasse fessurato, deteriorato in qualche sua parte, o contenesse delle porzioni in matrice porosa polverizzabile, è opportuno chiuderlo in un sacchetto di plastica sigillato. È, infine, necessario contattare il nucleo NBCR dei Vigili del Fuoco, l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente competente o l’Istituto Superiore di Sanità per conoscere le modalità di smaltimento e le corrispondenti procedure da seguire.

24 Aprile 2026

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