La riforma della non autosufficienza rischia di trasformarsi in una promessa tradita

La riforma della non autosufficienza rischia di trasformarsi in una promessa tradita

La riforma della non autosufficienza rischia di trasformarsi in una promessa tradita

Gentile Direttore, con il Milleproroghe, il legislatore sceglie di rallentare in modo significativo l’attuazione del nuovo sistema fondato sui PUA, sulle UVM e sulla valutazione multidimensionale unificata, spostando in avanti di anni la possibilità per anziani e famiglie di avere risposte più eque, integrate e comprensibili...

Gentile Direttore,
con il Milleproroghe, il legislatore sceglie di rallentare in modo significativo l’attuazione del nuovo sistema fondato sui PUA, sulle UVM e sulla valutazione multidimensionale unificata, spostando in avanti di anni la possibilità per anziani e famiglie di avere risposte più eque, integrate e comprensibili.

Un rinvio che condanna le persone alla disuguaglianza
Il primo effetto di questa scelta è chiaro: le disuguaglianze territoriali vengono di fatto cristallizzate e prolungate.

L’adozione del decreto del Ministro della Salute che dovrebbe definire criteri omogenei per l’accesso ai PUA, composizione e funzionamento delle UVM e lo strumento nazionale di valutazione multidimensionale viene spostata da 18 a 30 mesi: un anno in più di attesa, in un Paese dove già oggi l’accesso ai servizi per la non autosufficienza cambia radicalmente da regione a regione, da ASL a ASL, da Comune a Comune.

Per le persone anziane e le loro famiglie questo significa restare imprigionate più a lungo in un labirinto amministrativo: scale diverse, commissioni diverse, percorsi diversi, nessuna garanzia che due persone con gli stessi bisogni ricevano risposte simili. Il diritto all’assistenza si riduce a una geografia degli ostacoli, dove il CAP di residenza pesa più della gravità della condizione.

Il rinvio del decreto che deve avviare la sperimentazione della valutazione multidimensionale unificata è ancora più grave: slitta al 30 novembre 2026, con sperimentazione dal 1° gennaio 2027 e generalizzazione al 1° gennaio 2028. Ciò che doveva essere un cambiamento imminente diventa un orizzonte lontano. Per milioni di persone non autosufficienti questo si traduce in anni in più di incertezza sui propri diritti, di progetti assistenziali frammentati, di responsabilità scaricate sulle famiglie, spesso senza alcuna regia pubblica unitaria.

Famiglie lasciate sole in una transizione infinita
La retorica ufficiale evoca da anni “presa in carico integrata” e “semplificazione dei percorsi”. Nei fatti, con la proroga, si chiede alle famiglie di continuare a fare da case manager di sé stesse.
Senza PUA funzionanti e ben regolati, senza un’unica valutazione multidimensionale riconosciuta da tutti i servizi, la persona anziana e chi la assiste sono costretti a bussare a più porte: medico di famiglia, servizi sociali comunali, ASL, patronati, commissioni diverse per prestazioni diverse.

Il PAI integrato – uno strumento che dovrebbe finalmente mettere in fila in modo coerente interventi sanitari, sociali, economici – resta un obiettivo sulla carta per almeno altri due anni. Nel frattempo, la regola implicita è che chi ha più competenze, più tempo, più risorse culturali ed economiche riesce a orientarsi; gli altri semplicemente rinunciano o si accontentano del minimo.

In questo contesto, la proroga non è un atto neutro di “buona amministrazione”: è una scelta che accetta consapevolmente di tenere sospese le persone in condizioni di fragilità dentro un sistema che sappiamo già essere inadeguato.

ASL bloccate in un doppio binario ingestibile
Anche per le ASL la proroga rappresenta una trappola organizzativa.
Da un lato, si chiede loro di prepararsi a un nuovo modello – PUA unici, UVM multidisciplinari, sistemi informativi integrati, valutazione multidimensionale standardizzata. Dall’altro, si prolunga il regime attuale, con percorsi, criteri e strumenti ereditati dal passato, spesso incoerenti tra loro.

Il risultato è un doppio binario destinato a durare anni: strutture che devono mantenere in vita procedure vecchie, mentre tentano di progettare quelle nuove senza tempi certi e senza scadenze ravvicinate a cui ancorare pianificazione di organici, formazione, investimenti IT.
In assenza di standard nazionali definitivi per criteri di accesso, priorità e strumenti valutativi, la responsabilità ricade sulle singole aziende e sulle regioni, con il rischio di consolidare prassi locali che sarà poi difficile dismettere.

La proroga di fatto scoraggia l’innovazione: quando il messaggio politico è che si può rinviare ancora, molti decisori locali preferiranno aspettare, rinviando investimenti su PUA, UVM e sistemi digitali integrati. Così, il tempo aggiuntivo non diventa tempo di preparazione, ma tempo di immobilismo.

Comuni schiacciati tra LEP incompiuti e bisogni crescenti
I Comuni, che dovrebbero essere protagonisti dell’integrazione sociosanitaria, vengono lasciati ancora una volta in un limbo normativo e finanziario.

La mancata piena operatività della valutazione multidimensionale unificata e delle UVM integrate significa che i servizi sociali comunali continueranno a muoversi con strumenti propri, scale locali e prassi differenti, mentre si parla di LEP sociali per la non autosufficienza senza fornire un quadro stabile e applicabile.

In concreto, questo si traduce in tre elementi critici:
• programmazione dei servizi domiciliari e di prossimità (SAD, supporti ai caregiver, servizi di sollievo) basata su criteri non confrontabili tra territori;
• maggiore esposizione dei bilanci comunali, chiamati a colmare i vuoti di sistema con risorse proprie, in un contesto di bisogni crescenti e popolazione anziana in aumento;
• rapporti interistituzionali continuamente provvisori, con protocolli, intese e accordi di programma che nascono già sapendo di dover essere riscritti quando – e se – la riforma entrerà davvero a regime.

La proroga non è quindi solo uno slittamento tecnico: è una scelta che scarica sui livelli più esposti – Comuni e servizi sociali – il compito di reggere una domanda sociale che cresce, senza gli strumenti integrati che la stessa legge aveva promesso.

Una riforma che rischia di congelarsi
Sul piano di sistema, la dilatazione dei tempi mina la credibilità stessa della riforma della non autosufficienza.

Il rinvio dei decreti attuativi e della sperimentazione indebolisce il coordinamento con altre riforme (disabilità, LEP, riordino dei servizi territoriali) e alimenta il rischio di percorsi paralleli: valutazioni diverse per le stesse persone, banche dati non comunicanti, criteri di accesso scollegati.

Senza una valutazione multidimensionale davvero nazionale, informatizzata e condivisa, anche la capacità dello Stato di monitorare bisogni, spesa e risultati resta limitata. Non si possono programmare seriamente risorse, servizi e personale su base scientifica se la misurazione dei bisogni continua a essere frammentata.

In questo scenario, la proroga non è solo un rinvio nel tempo: è un colpo alla governance complessiva del sistema, che resta privo di un “cruscotto” comune su cui impostare politiche di lungo periodo.

Il rischio finale è che la riforma si “congeli”: formalmente in vigore, sostanzialmente rinviata, progressivamente svuotata da una sequenza di slittamenti che ne riducono la portata trasformativa.

Nel frattempo, le persone non autosufficienti continuano a vivere in un sistema che tutti riconoscono come ingiusto, opaco e diseguale.

Marinella D’Innocenzo

Marinella D’Innocenzo

27 Febbraio 2026

© Riproduzione riservata

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