Life science excellence show. Dati o opinioni? La sanità alla prova della vita reale

Life science excellence show. Dati o opinioni? La sanità alla prova della vita reale

Life science excellence show. Dati o opinioni? La sanità alla prova della vita reale

Algoritmi predittivi, percorsi del paziente, dataset clinici: il secondo confronto del Festival dell’Innovazione dei Life Science Excellence Awards racconta la sfida di trasformare la vita reale in evidenza affidabile.

Non è una disputa accademica, né una guerra di religione tra statistica e percezioni. Nel secondo talk del Festival dell’Innovazione dei Life Science Excellence Awards 2025 la domanda “dati o opinioni?” è diventata un modo diretto per parlare di responsabilità: perché oggi, sempre più spesso, decisioni su accesso, percorsi e sostenibilità chiedono evidenze che non si fermino ai trial, ma reggano anche quando la cura entra nella pratica quotidiana. A confrontarsi sono state Alessandra Gelera, Head of Public Affairs, Health Economics & Market Access Country Head, Boston Scientific, Luana Pruiti Ciarello, Sr. Government Affairs Manager, Medtronic, Roberta Termini, Medical & Scientific Director, AOP Health e Tiziana Di Paolantonio, Medical Director, Shionogi.

La realtà come stress test: quando il dato “serve” davvero

Il punto di partenza condiviso è semplice: i trial clinici restano il riferimento per efficacia e sicurezza, ma non possono raccontare fino in fondo cosa succede quando una tecnologia viene usata “nel mondo vero”, dentro organizzazioni diverse, con operatori diversi, su pazienti più complessi. È lì che entrano in gioco i dati real-world: non come alternativa, ma come verifica, integrazione, e — soprattutto — come strumento per decidere.

Alessandra Gelera sceglie di non restare sul piano dei principi e porta un esempio che rende immediata la differenza tra “dato” ed “evidenza”. Parla di fibrillazione atriale e dell’innovazione dell’ablazione con energia pulsata: nei trial ha mostrato efficacia e sicurezza almeno paragonabili alle tecniche tradizionali, ma è nel real-world che, racconta, emergono numeri e ricadute che interessano direttamente chi deve programmare: efficacia della procedura superiore al 99%, eventi avversi sotto il 2%, e una maggiore prevedibilità dei tempi operatori. La cosa decisiva, per lei, è che questi risultati non restano “appesi” a un contesto ideale: li vede “tenere” indipendentemente dal volume del centro e dalla curva di apprendimento dell’operatore. È per questo che, tirando le somme, arriva la frase che nel talk non suona come slogan ma come conclusione naturale: “il valore del dato in tema di valore informativo delle decisioni è immenso”.

Poi Gelera fa un passo ulteriore e resta in ambito cardiovascolare con un’immagine quasi cinematografica: defibrillatori che, grazie a un algoritmo multiparametrico, possono predire fino a 34 giorni prima un evento di scompenso cardiaco. Ma anche qui la “morale” non è tecnologica: la capacità predittiva, spiega, diventa solida perché l’algoritmo è stato alimentato da dati di migliaia di pazienti. E proprio per questo, aggiunge, il vero salto è “dal predire al prevenire”: senza un contesto organizzativo adeguato, l’informazione rischia di restare sterile.

Il collo di bottiglia: i dati ci sono, ma non si parlano

Se Gelera mostra cosa la RWE può rendere possibile, Luana Pruiti Ciarello porta il talk nel punto in cui spesso tutto si inceppa: la frammentazione. Il sistema produce dati, ma li produce a pezzi; e quando ogni piattaforma, ogni database, ogni livello territoriale parla un linguaggio diverso, trasformare quella massa in evidenza diventa faticoso, lento, a volte impossibile.

Il suo passaggio più netto arriva quando descrive l’interoperabilità come una condizione non negoziabile: “Ad oggi c’è molta frammentazione, quindi, la tecnologia ancora non parla la stessa lingua”.

Detta così, sembra una frase “da addetti ai lavori”. In realtà è una fotografia politica: se i dati non dialogano, non si ricostruisce il percorso del paziente; se non si ricostruisce il percorso, l’evidenza arriva tardi; e se arriva tardi, spesso non riesce più a orientare davvero le scelte.

L’esempio che ribalta il tavolo: quando il real-world “inganna”

È qui che Roberta Termini sposta il registro e porta sul palco un rischio meno evidente, ma forse più pericoloso della frammentazione: usare il real-world senza abbastanza metodo. Il suo intervento è quasi un racconto di avvertimento, perché costruito su un caso concreto.

Richiama uno studio osservazionale su database relativo agli alendronati (farmaci per l’osteoporosi) e alla prevenzione di fratture vertebrali. Lo studio è grande, “di popolazione”, e a prima lettura sembra dire qualcosa di clamoroso: nel gruppo trattato con alendronati si osservano più fratture rispetto al gruppo non trattato. Solo che il punto, spiega Termini, è proprio quello che il real-world rischia di nascondere se non lo governi: gli alendronati, nella pratica, venivano prescritti a pazienti più fragili, ad alto rischio o con recidive. Quindi il confronto non era tra gruppi equivalenti: era un confronto tra popolazioni diverse, che in un trial sarebbero state bilanciate dalla randomizzazione. Il risultato “opposto” non è il farmaco che peggiora le cose: è il dato che sta raccontando una popolazione più grave.

E a quel punto Termini fa entrare in scena il decisore — non per attaccarlo, ma per far capire cosa può succedere quando un numero viene estratto dal contesto: immaginate, dice, un decisore regionale o nazionale che, leggendo quel dato senza tutte le correzioni necessarie, conclude: Togliete gli alendronati dal mercato perché non servono a niente, anzi possono fare pure peggio”. È una frase volutamente paradossale, usata come esempio di rischio. E da lì arriva il suo messaggio chiave, ancora una volta non “decontestualizzato” ma figlio dell’esempio: “veramente tantissima attenzione al rigore metodologico con cui si raccolgono i dati. Quindi, prima di tutto dati clinici”, poi — eventualmente — si integrano altre fonti.

Due mondi che devono incontrarsi

In questo incastro tra opportunità e rischio, Tiziana Di Paolantonio ricompone la cornice con una frase che nel talk funziona da cerniera: trial e real-world, chiarisce, non sono “rivali […], sono delle prospettive complementari”, dice, spiegando che i trial garantiscono solidità metodologica e comparabilità, mentre il real-world porta dentro il quadro la complessità delle popolazioni reali, i fattori di rischio, la pratica clinica e (nelle aree ad alta criticità) pattern che i trial da soli non intercettano a sufficienza.

“Lo dicono i dati” non basta: la credibilità è un ecosistema

Nel finale, il talk diventa meno “tecnico” e più culturale: perché anche quando i dati ci sono, e anche quando sono buoni, resta una domanda: chi garantisce che siano credibili? Pruiti Ciarello risponde in modo quasi spiazzante, definendo la fiducia nel dato una “provocazione del secolo”. E la frase che segue è la chiusura ideale dell’incontro: “il dato di per sé non ha credibilità. La credibilità la fa l’ecosistema”.

Ecosistema significa: come quel dato viene prodotto, interpretato, protetto; quali trasparenze esistono (anche sugli algoritmi, quando entra in gioco l’AI); e soprattutto quale cultura di partnership — tra istituzioni, clinici, industria — si riesce davvero a costruire. In questo scenario, Pruiti Ciarello mette in guardia anche da un bias che sembra banale e invece pesa moltissimo: guardare solo “sotto il lampione”, cioè basarsi su evidenze disponibili solo in certi setting o su certe tipologie di pazienti. Perché quello, avverte, porta a decisioni distorte e finisce per ritardare l’innovazione che arriva al paziente.

Il filo che resta, alla fine, è chiaro: la sanità può diventare davvero evidence-driven solo se il dato è interoperabile e governato, se l’evidenza è costruita con metodo e raccontata con trasparenza, e se chi decide accetta che “misurabile” significa anche “responsabile”. Ed è forse questa la risposta più concreta alla domanda iniziale: i dati contano, sì — ma contano solo quando diventano evidenze che reggono la realtà.

05 Marzo 2026

© Riproduzione riservata

Life science excellence show. AI in sanità: il rischio non è l’algoritmo che sbaglia, è il sistema che non lo governa
Life science excellence show. AI in sanità: il rischio non è l’algoritmo che sbaglia, è il sistema che non lo governa

È in salute, l’intelligenza artificiale? La domanda – volutamente provocatoria – ha aperto il terzo talk del Festival dell’Innovazione dei Life Science Excellence Awards con un obiettivo chiaro: spostare l’AI...

Life science excellence show. Cure che reggono nel tempo: chi paga l’innovazione (e con quali regole)
Life science excellence show. Cure che reggono nel tempo: chi paga l’innovazione (e con quali regole)

Il Festival dell’Innovazione dei Life Science Excellence Awards nasce per fare una cosa che, a parole, sembrerebbe facile: far incontrare l’innovazione con le regole che la rendono davvero accessibile. Nella...

Virus sinciziale, la campagna italiana con anticorpo monoclonale riduce drasticamente le ospedalizzazioni dei neonati
Virus sinciziale, la campagna italiana con anticorpo monoclonale riduce drasticamente le ospedalizzazioni dei neonati

A livello globale, le malattie respiratorie sono ancora una sfida aperta. Il Covid-19, e le influenze più in generale, hanno contribuito a rendere le patologie respiratorie (tra cui BPCO, asma,...

Oms: “Obesità, HIV e HPV al centro delle strategie per prevenire malattie e salvare vite”
Oms: “Obesità, HIV e HPV al centro delle strategie per prevenire malattie e salvare vite”

Obesità, HIV e cancro cervicale. Sono queste le tre sfide per la salute pubblica sulle quali Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore generale dell’OMS ha puntato i riflettori nel corso della  conferenza...