L’illusione dei dati aggregati: quando la misura non restituisce la realtà della sanità

L’illusione dei dati aggregati: quando la misura non restituisce la realtà della sanità

L’illusione dei dati aggregati: quando la misura non restituisce la realtà della sanità

I dati aggregati come Lea e bilanci restituiscono una rappresentazione uniforme di una realtà non uniforme, nascondendo variabilità nella qualità, nei tempi e negli esiti di cura. La misura non misura pienamente: ciò che non viene misurato diventa invisibile e più difficile da correggere.

Con “in media non stat virtus” si perviene alla cecità sistemica della salute. In buona sostanza, il sistema vede ciò che misura e non vede ciò che non misura. Attraverso i dati, il sistema si rappresenta come funzionante.

Ma questa legittimazione dipende da una condizione: che i dati rappresentino la realtà. Ciò non accade con i Lea e con i bilanci. Di conseguenza, si assumono come rappresentazioni attendibili dati che lo sono solo parzialmente.

I dati aggregati hanno, per loro natura, una funzione essenziale: rendere leggibile il sistema. Ma presentano un limite. Tendono a uniformare ciò che, nella realtà, è variabile. All’interno dello stesso sistema possono infatti coesistere:

  • livelli diversi di qualità,
  • tempi diversi di accesso,
  • condizioni diverse di cura.

Questa variabilità non è sempre visibile nei dati aggregati. Perché i dati la compensano, la mediano, la riducono a un valore sintetico. Il risultato è una rappresentazione uniforme di una realtà non uniforme. Il sistema appare omogeneo. Ma non lo è.

Il cittadino, invece, vive questa variabilità. Non come dato. Ma come esperienza concreta:

  • accesso più o meno rapido,
  • percorsi più o meno complessi,
  • esiti più o meno favorevoli.

In questo senso, la misura non misura pienamente. Rappresenta il sistema, ma non ne restituisce tutte le differenze. E quando le differenze non sono visibili, diventano più difficili da correggere.

La misurazione e le scelte organizzative

Gli indicatori non si limitano a rappresentare il sistema. Lo orientano.

Ciò che viene misurato diventa progressivamente: obiettivo operativo, parametro di valutazione e criterio di successo.

Se si misura il numero delle prestazioni, il sistema tende ad aumentare i volumi. Se si misura il tempo medio, il sistema tende a comprimere le attese aggregate. Questi adattamenti non sono patologici. Sono fisiologici. Ogni organizzazione tende a conformarsi ai criteri con cui viene valutata.

Il problema emerge quando la misurazione è parziale.

Quando non si misura la qualità sostanziale della prestazione, ma la si assume comunque come adeguata — talvolta anche come ottimale — sulla base di indicatori incompleti, come avviene nelle diverse esperienze organizzative regionali.

Ogni sistema di misurazione richiede standard. Gli standard rendono possibile: il confronto, la valutazione e il controllo. Ma la standardizzazione introduce un limite. Riduce la complessità.

La prestazione sanitaria non è un processo uniforme. Ogni paziente è diverso. Ogni percorso è diverso. Ogni decisione clinica si colloca in un contesto specifico.

Quando la valutazione si basa su indicatori standardizzati, semplifica la realtà, riduce le differenze e appiattisce le specificità. Questo può essere utile sul piano organizzativo. Ma rischia di essere riduttivo sul piano clinico.

Il sistema tende a privilegiare ciò che è standardizzabile. E ciò che non lo è diventa meno rilevante.

Il rischio non è solo metodologico. È sostanziale. Perché la qualità della cura risiede proprio nella capacità di adattare la decisione al singolo caso. Quando la standardizzazione diventa dominante, questa capacità può ridursi.

 La verità è ciò che si deve alla comunità

Misurare bene significa rendere visibile la verità, anche quella che non è immediatamente osservabile (il Piccolo Principe docet). Il problema nasce quando ciò che dovrebbe essere uno strumento di conoscenza viene utilizzato come forma di legittimazione: non per vedere meglio, ma per confermare ciò che si vuole vedere. Accade invece che abbondino le bugie d’ufficio.

Ettore Jorio

Ettore Jorio

27 Aprile 2026

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