Gentile Direttore,
a distanza di quasi trent’anni dalle principali norme che hanno disciplinato le professioni sanitarie – dalla Legge 42/1999 ai profili professionali, per la maggior parte risalenti al 1994, fino alla Legge 251/2000, autentico pilastro dell’autonomia professionale – sembrava essersi delineato un percorso chiaro verso il pieno e concreto riconoscimento del valore delle professioni sanitarie: un valore intrinseco, legato alle competenze e alla responsabilità professionale, ed estrinseco, rappresentato dal contributo determinante che queste professioni avrebbero potuto offrire al Servizio Sanitario Nazionale.
Purtroppo, a distanza di decenni, quel traguardo continua a essere inseguito senza essere realmente raggiunto.
Ci troviamo ancora di fronte a un paradosso. Le evidenze scientifiche, le istituzioni, i decisori politici, i dati demografici, le analisi statistiche, i professionisti e gli stakeholder convergono nel riconoscere che il potenziamento scientifico, formativo e gestionale delle professioni sanitarie, accompagnato da un rafforzamento della loro autonomia e responsabilità, rappresenta una priorità strategica imprescindibile per garantire una risposta efficace ai nuovi bisogni di salute dei cittadini e alle sfide evolutive del sistema sanitario.
Eppure assistiamo a un evidente paradosso. Mentre istituzioni e decisori politici riconoscono la necessità di investire nelle professioni sanitarie, nella pratica continuano a riaffiorare impostazioni organizzative, orientate più verso una professione che non ad una popolazione di professionisti.
In questo contesto normativo, mentre le decisioni della magistratura, instillano i loro effetti (colmando il vuoto legislativo) i professionisti sanitari assistono disarmati al mancato compimento del percorso di riforma avviato negli anni novanta.
Ne deriva uno scarto ancora significativo tra l’autonomia e la responsabilità professionale riconosciute dalle norme e la loro concreta attuazione nell’organizzazione dei servizi sanitari. Chi scrive pensa sia arrivato il momento di decidere quale futuro debbano meritare le professioni sanitarie.
L’evoluzione tecnologica e scientifica, insieme alla crescente necessità di competenze informatiche, relazionali, gestionali, etiche e deontologiche, impone ai professionisti un livello di preparazione impensabile fino a trent’anni fa. Tuttavia, a questa crescita delle competenze non è corrisposta un’analoga crescita del riconoscimento professionale. A ciò si aggiunge il fatto che le potenzialità offerte dal quadro normativo non sono state pienamente recepite dalle organizzazioni sanitarie, che solo in misura limitata hanno sviluppato assetti e percorsi in grado di valorizzare il patrimonio di competenze acquisito dalle professioni sanitarie negli ultimi decenni.
I risvolti? : non esiste un reale sviluppo di carriera, non esiste un adeguato riconoscimento economico, non esiste nemmeno una piena e concreta autonomia professionale. Anzi, il rischio è quello di ritrovarsi continuamente al punto di partenza.
E poi ci chiediamo perché molte professioni sanitarie non siano attrattive, o lo siano soltanto quelle che consentono maggiori opportunità di esercizio libero-professionale.
Quale giovane sceglierebbe oggi di investire anni di studio universitario, sostenere ulteriori percorsi di alta formazione e assumersi responsabilità sempre più complesse per una retribuzione netta che, all’inizio della carriera, difficilmente supera i 1.700 euro mensili? Quale incentivo esiste a costruire competenze avanzate se il sistema continua a offrire limitate prospettive di crescita professionale, organizzativa ed economica?
La carenza di professionisti non nasce per caso. È anche il risultato di un sistema che, pur dichiarando di voler valorizzare il capitale umano delle professioni sanitarie, fatica ancora a tradurre questa volontà in percorsi di carriera, riconoscimenti e modelli organizzativi coerenti con le sfide della sanità contemporanea
Negli ultimi tempi il dibattito si è concentrato, giustamente, sulle indennità. Ma ciò che serve davvero è un deciso incremento delle retribuzioni di base, accompagnato da percorsi di carriera chiari, coerenti e commisurati alle responsabilità e alle competenze richieste.
Se il problema che frena gli investimenti nelle professioni sanitarie del comparto è una formazione ritenuta non più adeguata alle esigenze attuali, allora si abbia il coraggio di intervenire. Riformiamo il sistema formativo. Innoviamo i percorsi universitari. Ripensiamo modelli e competenze. Se necessario, aumentiamo anche la durata dei corsi di laurea di base: è una prospettiva che può essere sensata e, forse, persino opportuna.
Ma decidiamoci.
Non possiamo più perdere tempo. E soprattutto non possiamo continuare a perdere professionisti che ogni giorno scelgono di lasciare il Servizio Sanitario Nazionale, privando il sistema di competenze, esperienza e valore.
Le professioni sanitarie e i loro professionisti rappresentano una risorsa inestimabile per il Paese. Investire concretamente su di loro avrebbe certamente un costo significativo, ma sarebbe profondamente sbagliato considerarlo una spesa. Sarebbe, invece, un investimento strategico e lungimirante sul benessere dei cittadini, sulla sostenibilità del sistema sanitario e sul futuro dell’intero Paese.
Federico Pompei
Presidente dell’Ordine dei Tecnici Sanitari di Radiologia Medica e delle Professioni Sanitarie Tecniche, della Riabilitazione e della Prevenzione dell’Umbria (TSRM PSTRP)