Personale sanitario, solo 9 Paesi Ue fissano standard nazionali

Personale sanitario, solo 9 Paesi Ue fissano standard nazionali

Personale sanitario, solo 9 Paesi Ue fissano standard nazionali

In un documento la Commissione Ue evidenzia come i Paesi europei siano oggi stretti tra due esigenze: da un lato garantire standard minimi di sicurezza e qualità delle cure, dall’altro mantenere flessibilità organizzativa per adattarsi ai bisogni territoriali e alla carenza di professionisti.IL DOCUMENTO

Un’Europa divisa tra modelli rigidi, sistemi flessibili e governance locale. È questa la fotografia che emerge dal nuovo report europeo sugli standard di personale sanitario nei sistemi sanitari, che analizza le politiche adottate da 22 Paesi europei e dalla Norvegia per definire i livelli di staffing nelle strutture sanitarie. L’Italia, insieme a Finlandia, Svezia, Norvegia e Spagna, non adotta standard nazionali vincolanti e punta invece su modelli previsionali e autonomia regionale.

L’indagine, realizzata nell’ambito delle attività europee sulla workforce sanitaria, mostra che soltanto 9 Paesi dichiarano di avere livelli di staffing definiti a livello di sistema nazionale: Bulgaria, Lettonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia, Irlanda, Portogallo, Grecia e Romania.

Altri Paesi preferiscono invece delegare le decisioni alle Regioni, ai provider locali o a organismi settoriali. Tra questi compare anche l’Italia, che secondo il report “utilizza un modello nazionale di previsione stock-and-flow per pianificare la formazione futura e l’equilibrio della forza lavoro, ma non per definire livelli attuali di personale”.

Il documento evidenzia come i Paesi europei siano oggi stretti tra due esigenze: da un lato garantire standard minimi di sicurezza e qualità delle cure, dall’altro mantenere flessibilità organizzativa per adattarsi ai bisogni territoriali e alla carenza di professionisti.

Nel capitolo dedicato agli obiettivi delle politiche di staffing, emerge che la qualità e la sicurezza delle cure rappresentano le priorità principali per i governi che introducono standard nazionali. Tutti i Paesi che adottano livelli di staffing a livello di sistema indicano infatti come motivazioni principali la qualità dell’assistenza e la tutela della salute degli operatori sanitari.

Negli ospedali, la sicurezza del paziente è il fattore più citato nella definizione degli standard di personale. Nei servizi territoriali e nelle cure primarie, invece, prevalgono criteri legati all’accessibilità, alla continuità assistenziale, alla qualità e alla retention dei professionisti.

L’analisi mette in luce anche le profonde differenze tra i vari modelli europei.

La Repubblica Ceca utilizza un sistema rigido basato su target numerici nazionali: l’obiettivo è raggiungere 32 professionisti sanitari ogni 1.000 abitanti entro il 2030, con regole precise per medici e infermieri nei diversi setting assistenziali.

L’Irlanda adotta invece un modello flessibile collegato al budget sanitario annuale e ai bisogni di salute della popolazione. Il sistema punta a garantire sostenibilità economica, controllo della spesa e adattabilità della forza lavoro.

La Norvegia, al contrario, rifiuta qualsiasi quota numerica nazionale: ogni provider deve garantire “appropriatezza e qualità” dell’assistenza, lasciando ai territori la piena autonomia organizzativa. Una scelta motivata dalla forte decentralizzazione del sistema sanitario e dalle grandi differenze geografiche tra aree urbane e rurali.

Anche Finlandia e Svezia evitano soglie minime vincolanti. La Finlandia utilizza soltanto alcune raccomandazioni orientative per servizi specifici, mentre la Svezia si affida a valori di riferimento non obbligatori, come il rapporto di un medico di medicina generale ogni 1.100 abitanti.

Per quanto riguarda l’Italia, il report sottolinea che il sistema si trova in una “fase transitoria” legata alla riorganizzazione dell’assistenza territoriale prevista dal Pnrr. Nella sezione dedicata alle cure primarie si legge infatti che “tutti i modelli di staffing sono ancora in fase di sviluppo, attualmente flessibili e collegati alle riforme in corso”, con una possibile standardizzazione attesa entro il 2026, al termine della ristrutturazione finanziata dal Recovery Plan.

Il documento evidenzia inoltre che l’Italia, pur non fissando soglie minime operative, utilizza metodologie avanzate di forecasting sviluppate nell’ambito della Joint Action HEROES, con proiezioni a 20-25 anni sui fabbisogni di professionisti sanitari per orientare formazione universitaria e programmazione del personale.

Sul fronte ospedaliero, più della metà dei Paesi analizzati adotta standard fissi almeno per medici e infermieri, spesso collegati al numero di posti letto o alle diverse unità operative. Austria, Slovacchia, Germania e Repubblica Ceca applicano modelli rigidi con rapporti minimi obbligatori tra personale e pazienti o posti letto.

Secondo il report, il dibattito europeo resta aperto: i modelli rigidi garantiscono maggiore prevedibilità, sicurezza e uniformità, ma rischiano di limitare la capacità di adattamento dei sistemi sanitari. Al contrario, i modelli flessibili favoriscono la risposta ai bisogni locali, ma possono accentuare le disuguaglianze territoriali e rendere più difficile garantire standard omogenei di assistenza.

07 Maggio 2026

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