Tumori Upper GI: dalle reti oncologiche ai biomarcatori, un viaggio nei modelli organizzativi italiani
Dalle reti oncologiche regionali ai centri ad alta specializzazione, le esperienze di Torino, Napoli, Milano, Bari e Roma mostrano come approccio multidisciplinare, biomarcatori e diagnostica molecolare stiano ridefinendo la gestione dei tumori Upper GI in Italia
L’organizzazione dei percorsi, la qualità della diagnostica e l’accesso alle innovazioni terapeutiche rappresentano oggi alcune delle principali sfide nella gestione dei tumori dell’Upper GI, e in particolare del carcinoma gastrico avanzato. A partire da questi temi si è sviluppato il ciclo di incontri Health Serie di Homnya, dal titolo “Precisione diagnostica nei tumori Upper GI. Prospettive a confronto” e realizzato con il contributo non condizionante di Bristol Myers Squibb. Un confronto tra specialisti provenienti da diverse realtà italiane che ha permesso di mettere a fuoco i principali elementi che stanno trasformando il patient journey: il ruolo delle reti oncologiche, l’integrazione multidisciplinare, la centralità dei biomarcatori, la standardizzazione della diagnostica molecolare e l’evoluzione dei modelli organizzativi necessari a sostenere l’innovazione terapeutica.
A contribuire al dibattito sono stati Maria Antonietta Satolli, oncologa presso l’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino – Ospedale Molinette, e Mario Airoldi, Coordinatore dell’Area Ospedaliera della Rete Oncologica Piemonte e Valle d’Aosta, per il Piemonte; Ferdinando De Vita, ordinario di Oncologia Medica e direttore del Dipartimento di Medicina di Precisione dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”, e Iacopo Panarese, dirigente medico dell’UOC di Anatomia Patologica dell’AOU “Luigi Vanvitelli” di Napoli, per la Campania; Katia Bencardino, responsabile della Struttura semplice di Alta Complessità Oncologica Interdisciplinare del Niguarda Cancer Center, e Maria Costanza Aquilano, dirigente medico della Struttura complessa di Anatomia Patologica dell’ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda, per la Lombardia; Claudio Lotesoriere, oncologo dell’Istituto Nazionale di Gastroenterologia IRCCS “Saverio De Bellis” di Castellana Grotte, e Graziana Arborea, anatomopatologa dello stesso Istituto, per la Puglia; e, infine, Antonia Strippoli, oncologa medica del Cancer Center della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, e Federica Castri, anatomopatologa della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS di Roma, per il Lazio. Le loro esperienze hanno restituito un quadro articolato, orientato verso un obiettivo condiviso: garantire ai pazienti percorsi sempre più rapidi, personalizzati e appropriati.
Multidisciplinarietà, biomarcatori e rapidità diagnostica Dall’analisi delle diverse esperienze è emerso innanzitutto un dato condiviso: il percorso del paziente non può più essere concepito come una successione lineare di prestazioni, ma come un processo integrato che coinvolge fin dall’inizio oncologi, anatomopatologi, gastroenterologi, chirurghi, radiologi, nutrizionisti e biologi molecolari. In tutti i modelli descritti, la multidisciplinarietà rappresenta il principale strumento per garantire appropriatezza terapeutica e rapidità decisionale. Parallelamente, la crescente disponibilità di biomarcatori predittivi e l’espansione delle indicazioni dell’immunoterapia stanno rendendo sempre più strategica la profilazione molecolare precoce.
Un ulteriore tema trasversale è stato la qualità del campione biologico e la standardizzazione della valutazione del PD-L1, biomarcatore che continua a rappresentare una delle principali sfide nella pratica clinica. Dalla fase preanalitica alla lettura del test, tutti i centri hanno sottolineato la necessità di percorsi strutturati, competenze dedicate e controlli di qualità per garantire risultati affidabili e riproducibili. Infine, è emerso in modo ricorrente il tema delle reti oncologiche e della centralizzazione delle competenze, considerate strumenti indispensabili per assicurare uniformità di accesso ai biomarcatori e alle innovazioni terapeutiche.
Torino: la rete oncologica come motore del patient journey L’esperienza della rete oncologica del Piemonte e della Valle d’Aosta ha posto al centro il ruolo dell’organizzazione regionale nel governo del patient journey. Il modello si fonda sui CAS (Centri Accoglienza e Servizi) e sui GIC (Gruppi Interdisciplinari Cure), che garantiscono una presa in carico strutturata e tempestiva del paziente.
Particolare rilievo è stato attribuito ai processi: dalla richiesta precoce e standardizzata dei biomarcatori alla gestione delle tempistiche diagnostiche, fino all’integrazione con la farmacia ospedaliera per assicurare la disponibilità dei trattamenti innovativi. Il modello piemontese si distingue inoltre per la forte attenzione all’armonizzazione dei percorsi e alla riduzione della variabilità nella valutazione del PD-L1 attraverso strumenti collaborativi e prospettive di digitalizzazione della patologia.
Napoli: rete oncologica e integrazione delle competenze L’esperienza campana ha evidenziato il ruolo di una rete oncologica regionale consolidata, supportata da PDTA dedicati e da una forte integrazione tra i professionisti coinvolti nel percorso di cura.
Uno degli elementi distintivi emersi è stato la capacità di accompagnare il paziente lungo tutte le fasi del percorso, dalla diagnosi alla caratterizzazione biomolecolare fino alla scelta terapeutica. Particolare attenzione è stata riservata all’integrazione precoce tra oncologo, anatomopatologo e biologo molecolare, con l’obiettivo di ridurre i tempi decisionali e favorire una reale personalizzazione delle cure.
La Campania rappresenta inoltre un esempio di come la rete possa contribuire a uniformare i percorsi e a garantire l’accesso ai biomarcatori in un contesto caratterizzato da crescente complessità diagnostica.
Milano: multidisciplinarietà e medicina personalizzata Nel modello lombardo descritto dal Niguarda Cancer Center, la multidisciplinarietà si traduce in un confronto continuo tra specialisti e in una stretta integrazione tra diagnostica molecolare e decisione clinica.
L’esperienza milanese ha posto particolare enfasi sull’eterogeneità biologica del tumore gastrico e sulla necessità di una caratterizzazione molecolare sempre più approfondita. Il ruolo dell’anatomopatologo va oltre la diagnosi istologica tradizionale e diventa centrale nella definizione delle strategie terapeutiche.
Tra gli aspetti più innovativi è emersa l’attenzione alla standardizzazione della lettura del PD-L1 attraverso doppia valutazione, formazione continua, controlli di qualità e prospettive legate alla digital pathology e all’intelligenza artificiale. Il modello lombardo si caratterizza inoltre per una forte integrazione tra centro di riferimento e rete territoriale.
Roma: qualità diagnostica e standardizzazione del percorso molecolare Il modello sviluppato presso la Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS si distingue per la forte attenzione alla standardizzazione dell’intero percorso diagnostico e alla qualità del campione biologico.
L’integrazione tra endoscopisti, anatomopatologi e oncologi consente di controllare ogni fase del processo, dalla biopsia alla refertazione del PD-L1, garantendo elevati standard qualitativi e tempi particolarmente rapidi per la profilazione molecolare.
L’esperienza romana ha inoltre posto l’attenzione su un tema particolarmente attuale: quello della sostenibilità organizzativa delle nuove terapie. L’espansione delle opzioni terapeutiche e dell’immunoterapia sta infatti imponendo una revisione dei modelli assistenziali, con una crescente attenzione all’ottimizzazione delle risorse e all’impatto organizzativo delle nuove modalità di somministrazione, comprese le formulazioni sottocutanee.
Bari: il valore dei centri ad alto volume nella gestione dei tumori gastrici L’esperienza dell’IRCCS “Saverio De Bellis” di Castellana Grotte ha portato alla luce un modello altamente specializzato, costruito attorno a un centro dedicato esclusivamente alle patologie gastroenterologiche.
In questo contesto, la centralizzazione delle competenze assume un ruolo strategico. La presenza di percorsi diagnostici prioritari, la disponibilità dell’intero pannello di biomarcatori per il tumore gastrico e il coinvolgimento precoce del team multidisciplinare consentono di ridurre significativamente le tempistiche e di garantire una presa in carico altamente specialistica.
Particolare rilievo è stato attribuito al concetto di centro ad alto volume, considerato fondamentale per assicurare expertise diagnostica, qualità nella valutazione del PD-L1 e accesso alle tecnologie più avanzate. L’esperienza pugliese ha evidenziato, inoltre, l’importanza della ricerca clinica e dell’implementazione progressiva di nuovi biomarcatori.
Un percorso comune verso la medicina di precisione Pur nelle differenze organizzative e territoriali, le esperienze raccolte lungo il percorso della Health Serie restituiscono un quadro sostanzialmente convergente. La gestione dei tumori Upper GI sta evolvendo verso modelli sempre più integrati, nei quali la qualità della diagnostica molecolare, la multidisciplinarietà e la standardizzazione dei percorsi rappresentano condizioni imprescindibili per garantire l’accesso alle innovazioni terapeutiche.
Le reti oncologiche regionali, i centri ad alta specializzazione e l’integrazione precoce dei biomarcatori emergono come i principali strumenti attraverso cui tradurre i progressi della medicina di precisione in un reale beneficio per i pazienti. In questo scenario, la sfida non riguarda più soltanto la disponibilità delle terapie innovative, ma la capacità dei sistemi sanitari di organizzare percorsi in grado di renderle accessibili in modo tempestivo, appropriato ed equo su tutto il territorio nazionale.
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