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Sangue. Contro la carenza, ecco il progetto del Cns “Patient Blood Management”

L’obiettivo è individuare strategie e tecniche farmacologiche e non farmacologiche per ottimizzare le cure riducendo il bisogno di trasfusioni e contenendo i costi. Il progetto è in collaborazione con Simti, Siaarti, l’Amdo ed esperti di ortopedia, emostasi e trombosi. Coinvolto anche il Coordinamento dei Volontari del Sangue.

26 MAG - Il sistema delle trasfusioni di sangue cambia approccio. È stato indatti presentato a Rimini, in occasione del 41° Convegno Nazionale della Società Italiana di Medicina Trasfusionale e Immunoematologiam, il progetto ‘Patient Blood Management’, un nuovo approccio in medicina trasfusionale il cui “core” è lo spostamento dell’attenzione dal prodotto (sangue) al paziente (ricevente), coniugando le esigenza di miglioramento del trattamento, riduzione del bisogno di trasfusioni (allogeniche) e dei rischi ad esse associati, ottimizzazione delle prestazioni erogate e contenimento dei costi ospedalieri.   

“Il sistema trasfusionale italiano – spiega una nota del Centro nazionale sangue -, basato sulla donazione volontaria e non remunerata, con obiettivi strategici quali autosufficienza nazionale, qualità e sicurezza dei prodotti e appropriatezza dell’utilizzo clinico, negli ultimi anni è stato chiamato a confrontarsi con le nuove sfide poste dal federalismo, dall’integrazione europea, dall’evoluzione demografica e, non ultima, dalla sostenibilità, fattori che hanno richiesto e richiedono continui interventi sia normativi che di coordinamento e pianificazione organizzativa, al fine di poter fornire efficaci risposte e garantire ai cittadini i richiesti Livelli Essenziali di Assistenza sanitaria. Il contesto attuale è dunque caratterizzato dalla necessità di un continuo adattamento del sistema ai nuovi bisogni e lo sviluppo di una diversa, e culturalmente innovativa, visione globale e multidisciplinare di approccio ai problemi. Tale visione introduce oltre alle nuove acquisizioni scientifiche e tecnologiche anche la necessaria evoluzione di concetti consolidati quali ad esempio quello di autosufficienza, intesa non più come volta a soddisfare la domanda in sé, ma a garantire la appropriata disponibilità della risorsa sangue”.


Il progetto PBM, coordinato dal Centro Nazionale Sangue (CNS) in collaborazione con tre società scientifiche - la Società Italiana di Medicina Trasfusionale e Immunoematologia (SIMTI), la Società Italiana di Anestesiologia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva (SIAARTI) e l’Associazione Nazionale Medici Direzione Ospedaliera (AMDO) - e esperti di ortopedia ed emostasi e trombosi è stato accolto con favore dal Ministero della Salute. “Non si può che sostenere l’avvio di questo percorso multidisciplinare e multimodale, che permette, a fronte di un iniziale sforzo organizzativo, di ottimizzare la gestione della risorsa sangue del paziente, mediante interventi e uso di tecniche, (mantenimento della concentrazione emoglobinica, ottimizzazione dell’emostasi e minimizzazione delle perdite ematiche), condivise dagli specialisti coinvolti, con il risultato finale di migliorare l’assistenza dei pazienti” ha dichiarato Maria Rita Tamburrini, della Direzione generale della prevenzione, Ufficio VIII ex DGPREV – Sangue e trapianti, del Ministero della Salute.

“Il progetto Patient Blood Management  italiano – ha affermato Giuliano Grazzini, Direttore del CNS - è la risposta del Centro Nazionale Sangue alla risoluzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) WHA63.12 del 2010. Si basa sostanzialmente su tre pilastri strategici per la realizzazione del cambio di paradigma che caratterizza l’approccio paziente-centrico. In sintesi: 1) ottimizzazione dell'eritropoiesi del paziente; 2) riduzione al minimo del sanguinamento; 3) sfruttamento e ottimizzazione della riserva fisiologica dell’anemia del singolo paziente. Ognuno di questi tre punti cardine rappresenta, rispettivamente, la risposta strategica a quadri clinici che possono causare outcome avversi e il ricorso alla terapia trasfusionale allogenica, e cioè anemia, perdita ematica e ipossia”.

Al momento, ha spiegato Grazzini, l’Australia è il primo esempio di sistema sanitario nazionale completamente conforme alla richiesta innovativa dell’OMS. Infatti, in questo paese, la National Blood Authority, cioè l’istituzione omologa del CNS in Italia, ha prodotto delle linee guida nazionali multidisciplinari, “paziente-centriche”, molto dettagliate e articolate in sei moduli che hanno sostituito le precedenti linee guida sulla terapia trasfusionale, che erano focalizzate sull’emocomponente. Queste raccomandazioni affrontano il PBM in diversi scenari: a) sanguinamento critico/trasfusione massiva; b) peri-operatorio; c) patologie mediche acute o croniche; d) terapia intensiva; e) ostetricia; f) pediatria/neonatologia.

In Europa, nonostante le iniziative educazionali del “Network for Advancement of Patient Blood Management, Haemostasis and Thrombosis”, una società scientifica multidisciplinare fondata nel 1998 e già nota come “Network for the Advancement of Transfusion Alternatives” (NATA), il PBM è adottato, seppure limitatamente, in Spagna, in Austria, Svizzera, Germania e nel Regno Unito. Un’eccezione è rappresentata dall’Olanda, dove gli ospedali hanno implementato il PBM da oltre 10 anni.

“L’obiettivo del progetto – ha aggiunto il direttore del CNS - è l’ individuazione delle strategie e delle tecniche farmacologiche e non farmacologiche in grado di ridurre il ricorso alla terapia trasfusionale allogenica (e le evidenze scientifiche disponibili che le supportano), per applicarle inizialmente ai pazienti candidati a interventi di chirurgia ortopedica elettiva e, in una fase successiva, ai pazienti afferenti alle altre aree assistenziali chirurgiche. Sarà articolato nelle seguenti fasi: 1. Elaborazione nel primo semestre del 2014 di linee guida multidisciplinari e condivise sul PBM. 2. Stesura di un progetto scientifico che dimostri la significatività, la fattibilità e la trasferibilità delle linee guida con l’obiettivo di implementarle presso strutture ospedaliere individuate mediante criteri e requisiti condivisi. 3. Diffusione dei risultati scientifici e campagna di comunicazione. 4. Eventuale disciplina normativa della materia”.

Il Coordinamento Interassociativo Volontari Italiani del Sangue (CIVIS) condividerà questo percorso con il CNS e tutti i professionisti coinvolti, “accogliendo pienamente i principi fondanti in un contesto basato sulla programmazione partecipata delle attività trasfusionali che consente la piena ottimizzazione del dono del sangue periodico, volontario, non remunerato e responsabile”.
CIVIS  riunisce le quattro principali Associazioni e Federazioni di donatori di sangue volontari e non remunerati - quasi 1 milione e 800 mila, con una percentuale di fidelizzazione dell’83%, tra i più elevati del mondo - operanti sull'intero territorio nazionale, cioè AVIS, FIDAS, Fratres e donatori di sangue della CRI.

26 maggio 2014
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