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La riforma degli Ordini. Molta immagine, poca sostanza e tanta nuova burocrazia

Oggi le professioni sono sfruttate in tutti i modi, operano in contesti ostili e difficili, sono esposte al contenzioso legale, sono in conflitto tra loro, per cui il problema nuovo è come difenderle da tutto ciò e come metterle in condizioni di essere davvero delle professioni. Ma su tutte queste questioni i vari ddl di riordino dicono ben poco

24 MAR - Dopo l’articolo sui presidenti multitasking (QS 17 marzo) in tanti  mi hanno chiesto  di chiarire  il mio  pensiero  sulla riforma degli ordini. Qualcuno  ha inoltre ritenuto inadeguato l’uso da parte mia del termine “corporazione”  convinto probabilmente che “ordine” e “corporazione”  abbiano significati diversi. Questo termine mi è stato suggerito dal diritto amministrativo che  classifica  gli enti pubblici  in “corporazioni” e “istituzioni” cioè in persone giuridiche  in cui prevale l’elemento  personale (ordini, collegi, associazioni ecc), e in persone giuridiche  in cui prevale l’elemento patrimoniale (per esempio gli istituti previdenziali).  Nella proposta di legge ad esempio Bianco/Silvestro e altri, ma anche in quella Lorenzin, si ribadisce per gli ordini la definizione di “ente pubblico non economico” quindi di  “corporazione” .
 
Sul complesso delle  proposte di riforma degli ordini sono perplesso nel senso che la questione, secondo me, è, in ogni testo che ho letto, sotto determinata. La riforma è necessaria  ma come  sbocco naturale  di un ripensamento profondo dell’idea di “corporazione”  e del suo rapporto con la società, lo Stato e tra professioni. Quali le aporie principali?

 
Mi sembra esagerato, l’uso diffuso del termine “riforma”. Nei vari testi si usa il termine “riordino” per cui non si riforma praticamente niente, ci si  limita a riordinare  l’esistente tanto per i medici che per gli infermieri. Viene ribadito  “l’ente pubblico non economico” quindi la classica idea di corporazione, tant’è che il grosso delle proposte, riguarda i poteri, gli organismi, la loro composizione le  modalità elettive, le cariche ecc .
 
In tutti i disegni di legge non è mai chiarito il presupposto in ragione del quale si devono riordinare ordini e collegi. Il dubbio che viene  non è solo l’incapacità  a contestualizzare i problemi delle professioni e semmai solo dopo  quelli delle  rappresentanze, ma quello di voler  deliberatamente  centrare l’attenzione sull’istituzione in se   più che sui  soggetti che essa dovrebbe tutelare. Si può tutelare una professione senza  specificare e definire  la professione  in rapporto al suo tempo?
 
Nelle poche righe nelle quali si spiegano le finalità degli ordini  i termini  “autonomia  professionale”, “conoscenze e competenze”,  appaiono del tutto decontestualizzati. Il nostro tempo è quello in cui i maggiori problemi delle professioni nascono: 1) perché  le loro autonomie sono ridiscusse  da mille condizionamenti;  2) sono drammaticamente in conflitto tra loro; 3) sono considerate un problema  e non una soluzione. Di quale ordine o collegio avremmo  bisogno  per impedire il depauperamento professionale?
 
Le  questioni tipiche dell’ordinistica, albi a parte, quali le sanzioni e la deontologia, sono semplicemente ribadite rivelandosi così  fuori dalla realtà. Oggi le professioni sono sfruttate in tutti i modi, operano in contesti ostili e difficili, sono esposte al contenzioso legale, sono in conflitto tra loro, per cui il problema nuovo è come difenderle da tutto ciò e come  metterle in  condizioni  di essere davvero delle professioni.
 
La tutela delle professioni oggi non passa solo per la sanzione degli iscritti che contravvengono alle regole ma passa soprattutto  per la sanzione nei confronti   di chi abusa delle professioni impedendo loro di essere quello che sono. Ma per difendere gli abusati dagli abusanti  è necessario definire una deontologia forte che  garantisca una nuova idea di professione. Oggi l’elaborazione deontologica è molto scadente e  degrada verso quello che  altrove ho definito “il crepuscolo del dovere”.
 
In sintesi  rispondendo  e ringraziando i miei cortesi interlocutori:
· a me piacerebbe una riforma e non un semplice riordino, che oltrepassi l’idea di corporazione, e che costruisca gli strumenti normativi, per  regolare, controllare, intervenire, affinché le professioni siano tali;
· non mi convince  l’idea parastatale  del vecchio ente pubblico non economico  e meno che mai la gran voglia  di  dicasterismo che si coglie in tutte le proposte in circolazione. Ordini e collegi oggi  sono troppo simili ai ministeri. Si tratta  di sburocratizzare non di  riburocratizzare;
· per ogni professione o per gruppi di professioni analoghe , prevederei   una “agenzia per lo sviluppo della professione” con compiti chiari  e autonomia piena. L’agenzia  è un ente pubblico  a cui sono attribuiti specifici incarichi  che   si differenzia dagli altri tipi di enti pubblici (compreso gli ordini e i collegi )perché svolge funzioni eminentemente operative. Con l’ agenzia l’asse si sposta da una vecchia idea di corporazione  che  tutela passivamente i valori della  professione ad una idea nuova di  company ,nel senso di una associazione ad azionariato diffuso , che sviluppa e  garantisce attivamente i valori dei suoi associati;
· contemporaneamente creerei  un “professional board ”, cioè un  comitato valutario  composto dai rappresentanti di tutte le agenzie professionali con un coordinatore  e un apparato  minimo,  emanazione  delle varie agenzie, per offrire a tutte le  professioni un luogo di confronto, nel quale programmare linee di intervento comuni, deontologie comuni, affrontare le controversie e i conflitti tra professioni, esaminare le problematiche comuni a più professioni, come quelle delle équipe.
 
Infine sulla  proposta di parificazione nominale tra ordini e collegi. Non riesco a   comprenderne i vantaggi pratici dal momento che giuridicamente tra  ordini e collegi  non c’è nessuna differenza  perché entrambi sono enti pubblici non economici. Sembra una operazione semplicemente di facciata  ma che riguarda comunque  professioni molto diverse, con percorsi formativi pure molto diversi, e con titoli di studi diversi. Personalmente  preferirei  evitare gli equivoci della propaganda ingannevole  e puntare alla sostanza e cioè alla  effettiva  specificazione  delle professioni  nella logica  dell’eguaglianza nelle differenze  altrimenti detta “logica della   pari dignità”.  Ebbene l’idea di agenzia professionale e del professional board,consente ad ogni professione o a gruppi di professioni analoghe sia di organizzare le proprie tutele intorno alle proprie specificità sia di confrontarsi tra di loro evitando inutili appiattimenti nominali.
 
In conclusione: non si ha riforma se non si cambia la vecchia idea di corporazione. Le inadeguatezze  le debolezze strutturali organizzative  strategiche degli ordini e dei collegi, che traspaiono dalle loro proposte, oggi sono parte integrante del problema drammatico delle professioni. Per cui credo che ci sia un gran bisogno di idee nuove.
 
Ivan Cavicchi

24 marzo 2014
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