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Terra dei fuochi. Lorenzin: "Nessuna certezza su correlazione tra inquinamento e tumori. Stanziati 50 mln per avere quadro sanitario completo"

Così il ministro della Salute è intervenuta sul tema in un intervista rilasciata al quotidiano Il Mattino. Diversi i temi toccati da Lorenzin, dalla riorganizzazione degli ospedali alla digitalizzazione della sanità, dalla 'difesa' del numero chiuso per la facoltà di Medicina ai nuovi farmaci per la cura definitiva dell'epatite C.

14 LUG - Lo studio Sentieri (Iss) non è stato in grado di stabilire con certezza correlazioni tra l’inquinamento dell’area e i tumori, da qui uno stanziamento di 50 milioni di euro per ottenere un quadro sanitario completo della situazione riguardante la Terra dei fuochi. E ancora, sul Patto della salute appena chiuso, ribadita l'importanza di una riorganizzazione degli ospedali già delineata, ma anche dell'efficientamento del sistema con centrali uniche di acquisto su base regionale e una digitalizzazione che permetta di monitorare e verificare qualità e costi dei servizi. Infine, le trattative in corso per poter offrire gratuitamente, a carico del Ssn, i nuovi e costosi farmaci per la cura definitiva dell'epatite C. Questi i temi toccati dal ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, nell'intervista pubblicata sull'edizione odierna del quotidiano Il Mattino che riportiamo di seguito.

Ministro Lorenzin, l’hanno sorpresa i dati diffusi dall’Istituto superiore della sanità sull’incremento di tumori nella Terra dei fuochi?
Mi sembra che l’Istituto superiore della sanità abbia confermato nel 2013 i dati emersi dallo studio Sentieri del 2012. Sulla Terra dei fuochi, ho da sempre scelto di attenermi solo all’evidenza scientifica.


E lo studio Sentieri fornisce elementi scientifici sui tumori in aumento in quella zona?
No, perché lo studio Sentieri non è in grado di stabilire con certezza correlazioni tra l’inquinamento dell’area e i tumori. Per questo siamo andati oltre: il governo ha approvato un decreto sulla Terra dei fuochi.

Oltre il decreto, qual è stato l’impegno del suo ministero per quell’area?
Uno screening dettagliato di massa sulla popolazione, che riguarda la Terra dei fuochi come Taranto. Abbiamo stanziato 50 milioni di euro, per ottenere un quadro sanitario completo sulla situazione.

Con quali obiettivi?
Riuscire finalmente ad avere una radiografia scientifica sull’esistente. Il famoso tema del nesso di causalità tra inquinamento ambientale e tumori non è ancora sciolto con certezza scientifica e questo non contribuisce a rasserenare il clima tra la gente. Al termine del nostro screening, forniremo alla Regione elementi certi per i successivi interventi.

Qual è la situazione del registro dei tumori in Campania?
Il registro dei tumori è già operativo. Abbiamo finalmente uno strumento fondamentale per poter monitorare la salute dei cittadini. Vanno considerate anamnesi, abitudini di vita, ricoveri, ereditarietà, alimentazione. Solo in questo modo lo studio diventa serio e credibile.

Ritiene che lo screening sia risposta efficace a chi lamenta assenze di interventi nella Terra dei fuochi?
Voglio essere chiara ancora una volta. Non posso rispondere del passato, ma solo delle mie scelte e di quelle del governo cui appartengo. Lo screening sanitario su una popolazione così ampia è una cosa eccezionale mai fatta prima. Consentirà interventi sanitari mirati. Poi, ci saranno altre attività, come le bonifiche, le analisi dei terreni e delle coltivazioni affidate alla task force coordinata dal Capo della Forestale Cesare Patrone.

Da tempo il governatore Caldoro chiede che il criterio della popolazione anziana per il riparto dei fondi sanitari nazionali vada rivisto. Ha ragione?
Concordo sulla necessità di rivedere qualcosa. Nel 2011, si ragionò ritenendo che le regioni con più anziani residenti spendessero di più per l’assistenza. L’idea è giustamente che la popolazione in età avanzata si ammala di più. Poi, però, esistono regioni con più giovani, come la Campania, con difficoltà ambientali e sistema di assistenza con maggiori problemi. E qualcosa andrà rivisto.

Proporrà quindi una revisione del riparto dei fondi nazionali?
Il 19 dicembre è già stata firmata un’intesa tra le Regioni. Ora bisogna arrivare a un riparto condiviso.

Il Patto per la Salute, tentativo di riorganizzare il sistema sanitario, sarà operativo solo dopo la firma dei protocolli ancora da definire?
La riorganizzazione degli ospedali è già delineata. Abbiamo seguito i criteri delle potenziali qualità sanitarie. Non ci saranno nuovi accreditamenti per acuti per strutture con meno di 60 posti letto. Per il passato abbiamo predisposto una deroga per le strutture esistenti monospecialistiche al di sotto dei 40 posti letto.

Quanto ci vorrà per arrivare a regime nella nuova organizzazione ospedaliera?
Un paio di anni, ma per eventuali nuovi ospedali il criterio scelto è già operativo. Per i vecchi, ci sono due anni di tempo per verificare i requisiti a procedere ad eventuali fusioni tra le strutture, possibili per chi ha meno di 60 posti per acuti ma con determinati criteri.

Quali ritiene siano nel sistema sanitario gli elementi che incidono di più sui costi?
Io parlo, in generale, di sistema da rendere efficiente. Il patto per la salute va in questa direzione. Ritengo fondamentale la creazione di una centrale unica per gli acquisti su base regionale. Ci sarà poi un network di collegamento tra le diverse centrali regionali, che consentirà di fare verifiche e valutazioni sui costi. Insomma, il problema è armonizzare una governance che contribuisca a rendere efficiente il sistema.

Quale passaggio pensa sia necessario per modernizzare il nostro sistema sanitario?
Senza dubbio rendere digitale tutto il sistema sanitario. Consentirà di monitorare e verificare qualità e costi dei servizi. In questo modo, attraverso un controllo reale, il governo potrà intervenire se non lo faranno le Regioni. Non credo ai commissariamenti, ma alle correzioni in tempo reale. Nascerà un network digitale dell’assistenza, dove il ricorso ospedaliero dovrà essere residuale e dove si dovrà privilegiare la prevenzione.

Per arrivare a questo obiettivo, non crede sia necessario potenziare la medicina e l’assistenza di base?
I medici di base sono fondamentali. Abbiamo concordato la necessità di una formazione sempre maggiore, considerando che molti medici andranno in pensione.

La formazione: pensa che il numero chiuso nelle facoltà di Medicina sia ancora da difendere?
Sì, credo fermamente nel rapporto stretto tra allievi e docente, come tra allievi e possibilità concreta di pratica operatoria. Un allargamento non favorisce questo rapporto. Penso che si debba considerare il collegamento tra fabbisogno medico territoriale, sbocco lavorativo e iscrizioni.

Nessun correttivo, dunque, per l’accesso a Medicina?
Penso si possa lavorare a migliorare il sistema dei test d’accesso, vigilare sulla trasparenza dei corsi. Ma sono convinta che una selezione a monte vada mantenuta, per assicurare garanzie di credibilità a chi si laurea in quelle facoltà.

La procreazione assistita, come si sta muovendo il governo dopo la sentenza della Corte costituzionale?
Un tema delicato. Anche in Italia sarà possibile la procreazione assistita eterologa. Al lavoro c’è un gruppo di esperti, di orientamento diverso, provenienti da centri privati e pubblici, cui abbiamo chiesto delle indicazioni. Sono emerse problematiche diverse, giuridiche, sanitarie, bioetiche. Quando riceverò le loro conclusioni, porterò per il 28 luglio alla Camera i risultati e le proposte, in armonia anche con le direttive europee in questa materia.

Altro tema delicato è certamente Stamina. Ci sono passi in avanti per fare chiarezza su queste cure tanto controverse?
Resto solidale con i medici sconfessati da ordinanze spot dei giudici. Anche in questo caso, sta lavorando il Comitato tecnico-scientifico di cui stiamo aspettando le conclusioni dopo l’ordinanza del Tar Lazio sul primo Comitato. Io sono per l’evidenza scientifica e, pur nella solidarietà con chi soffre, non credo sia giusto creare illusioni e false speranze senza certezze ricevute dalla scienza.

Ci sono buone notizie sui costosi farmaci per la cura definitiva dell’epatite C?
Stiamo lavorando per assicurarli gratis a chi è affetto da questa grave malattia. Il sistema sanitario dovrebbe farsene carico, ma in questo momento si sta ancora trattando sul prezzo.

Perché, i costi sono eccessivi?
Proprio così, negli Usa si arriva a 56mila euro per un ciclo completo di cure. Diverse case farmaceutiche gestiscono questa importante scoperta. Abbiamo trattative in corso, ma il problema è europeo. Lo ha sollevato la Francia, chiedendo un tavolo europeo per poter affrontare i costi. Ci sono un milione e mezzo di persone in Italia con l’epatite C, altre sono infette. Per il 2016 dovremo risolvere il problema. Come noi, ci stanno lavorando tutti i Paesi europei e anche gli Stati Uniti.

14 luglio 2014
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