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Università. Intervista ad Andrea Lenzi (Cun): “Offriamo preparazione elevata, ma carenza di risorse mette a rischio il futuro dei giovani”

Ottimista sull'aumento di posti per le Scuole di Specializzazione, il presidente del Consiglio Universitario Nazionale richiama alla cautela quando si parla di abolire il test di ingresso a Medicina: "Soluzioni ci sono, ma vanno ragionate”. E sull’integrazione Università-Ssn annuncia: “Nel Patto per la Salute ci sarà un paragrafo ad hoc”.

30 MAG - È medico, professore ordinario di Endocrinologia, presidente del Consiglio Universitario Nazionale dal 2007  e della Conferenza dei Presidenti di Corso di Laurea in medicina e chirurgia, 82° nella lista dei Top Italian Scientists, solo per citarne alcune voci del suo curriculum. Ma cosa ne pensa Andrea Lenzi dell’Università italiana? E in particolare, qual è la sua opinione sull’ipotesi di cancellazione del test di ingresso a Medicina e sulla carenza di posti nella scuole di Specializzazione? Ce lo racconta in questa intervista.

Professor Lenzi, qual è lo stato di salute dell’Università italiana?
L’Università italiana, da Fisica a Lettere, da Biologia a Giurisprudenza, in tutte le sue aree di saperi e disciplina è in buona salute dal punto di vista scientifico e culturale e della capacità formativa. È per questo che i nostri laureati vengono assunti all’estero, con risultati accademici e professionali eccellenti. La nostra ricerca scientifica, nonostante la carenza di risorse, continua ad essere competitiva. Dal punto di vista della cultura, poi, siamo ancora così tanto appetibili che tutti i Paesi emergenti sollecitano i loro giovani a venire in Italia per frequentare soprattutto corsi di specializzazione e master.

Tuttavia, la nostra Università risente in maniera drammatica della carenza di risorse che porta due gravi conseguenze: abbiamo problemi organizzativi e di manutenzione strutturale e strumentale, e di conseguenza, nonostante quanto sopra, rischiamo di non essere più appetibili per i giovani. Non a caso, insieme alla fuga di cervelli dei laureati, assistiamo sempre più spesso alla fuga dei 18enni. Chi può permetterselo, va a studiare all’estero.
Purtroppo, assistiamo anche a un altro fenomeno: la laurea è sempre meno considerata importante per l’accesso al mondo del lavoro, e aumentano le famiglie che non possono più permettersi di mantenere un figlio all’Università e hanno la necessità di far lavorare i figli più giovani. Tuttavia, così, anche il livello culturale generale del Paese rischia di calare fortemente, aspetto molto grave se si considera l’importanza della cultura e della conoscenza come ascensore sociale e per l’equilibrio economico, politico e sociale di un Paese.

Al di là del problema risorse, crede che l’Università dovrebbe avere un ruolo più attivo per introdurre i neolaureati nel mondo del lavoro?
Sicuramente potrebbe averlo. L’Università non nega anche sue responsabilità e sicuramente una maggiore integrazione con il tessuto sociale e progetti di orientamento verso il mondo del lavoro nel periodo di uscita dall’Università potrebbero rivelarsi estremamente utili. Tuttavia voglio sottolineare che l’Università non è fatta solo per insegnare “a fare”, ma anche per insegnare “a pensare”. Quello che voglio dire è che i nostri ragazzi escono dall’Università con spirito critico e che in grado di muoversi autonomamente nella società e nel mondo del lavoro.

Cosa può dirci delle Facoltà mediche?
Tutto quello che di positivo ho detto precedentemente vale sicuramente, anzi in particolare, per l’area sanitaria. Soprattutto alcune specialità mediche, sono al top a livello internazionale e i corsi di Laurea Medicina italiani sono ancora abbastanza attrattivi per alcuni Paesi dell’estero. In questo ambito una forte spinta è stata sicuramente data dall’introduzione dei corsi in lingua inglese, che funzionano egregiamente.
La preparazione offerta dal corso di Laurea in Medicina è elevata, i nostri laureati che si recano all’estero hanno, ripeto, ottimi risultati. Forse non c’è sufficiente professionalizzazione rispetto a quanto avviene in altri Paesi del mondo, ma c’è la creazione di una cultura sufficiente a permettere ai nostri giovani medici di imparare in fretta tutto quello che serve e siamo comunque in cantiere continuo per migliorare.

Il Cun aveva annunciato la presentazione di linee guida che andavano proprio nella direzione di integrare maggiormente Università e servizio sanitario, uniformando la formazione a livello nazionale. A che punto siamo?
Ci stiamo lavorando. Nel dettaglio, abbiamo chiesto al Ministro dell’Università Stefania Giannini di poter presentare una proposta relativa a quanto previsto dalla legge 240 del 2010, che al comma 13 dell’articolo 6 stabilisce che venga riscritto l’accordo quadro tra ministero dell’Università, ministero della Salute e Stato Regioni in materia di attività sanitarie svolte per conto del Servizio sanitario nazionale.
Questo documento va concordato ovviamente anche con il Ministro della salute che nel suo Patto per la Salute inserirà, posso anticiparlo, un paragrafo ad hoc.
Abbiamo bisogno, però, di un documento di cornice che deve essere pensato su base nazionale, anche se poi declinato per le diverse Regioni. La preparazione universitaria del medico e la sua operatività sul campo debbono essere uguale a Udine e a Catania, per questo nella conferenza dei presidenti di medicina che coordino nelle nostre numerose riunioni ci confrontiamo su questo tema. I medici devono diventare medici in grado di rispondere a tutti i bisogni di salute in qualsiasi territorio. Medici dell’Europa e del “villaggio globale”, non di un piccolo territorio o di una Regione. Inoltre, la specificità del ruolo delle Aziende universitarie-ospedaliere e del relativo personale universitario è un bene a cui nessun Paese rinuncerebbe per il triplice risultato prodotto: assistenza, ma anche ricerca e didattica.

Ma quali sono oggi i rapporti tra Università e Ssn?
Solo i nemici dell’Università e della Buona Sanità, cioè del nostro ottimo Ssn, possono ancora parlare di guerra e competizione tra Università e Sanità. Questi sono retaggi antichi, che oggi sopravvivono solo nella mente di pochi. L’Università è assolutamente aperta al contributo dei professionisti della sanità. Nella struttura a cui appartengo collaboriamo con numerose strutture ospedaliere di eccellenza e IRCCS che sono inseriti nella nostra rete formativa e altrettanto è con i medici di medicina generale: ognuno esercita il suo ruolo secondo la sua funzione e il comparto di appartenenza senza conflitti.

Cosa ne pensa della proposta del ministro Giannini di eliminare il test di accesso a Medicina?
Andrebbero anzitutto approfondite le intenzioni del ministro, perché le dichiarazioni rilasciate non sono sufficienti a comprendere quali soluzioni il ministro immagina in alternativa al test di accesso. Del resto lo stesso ministro, pur accennando al modello francese, ha chiarito che la questione è “allo studio”. Per quanto mi riguarda lo spostamento della selezione di accesso al primo anno significherebbero solo rimandare il problema e nel frattempo la gestione di 80 mila iscritti in quel primo anno causerebbe seri problemi di carenza strutturale e la frequenza obbligatoria del primo anno di corso risulterebbe impossibile.

Quale potrebbe essere, secondo lei, una soluzione?
Credo che una prima riflessione che andrebbe fatta sarebbe di mettere in campo una seria attività di orientamento nel corso delle scuole medie e superiori a partire dal terzo anno con un approfondimento specifico nell’anno della maturità, per permettere allo studente di confrontarsi con le varie alternative di lavoro e di studio e nel nostro caso con le materie del corso di Laurea in Medicina. Credo che, una volta conosciuto a fondo cosa significa laurearsi in Medicina e fare il medico. Si otterrebbe così una sorta di autoselezione dove solo coloro che hanno una vocazione più forte continuerebbero a inseguire il “sogno di diventare medico”.
Una volta effettuata questa prima selezione, la soluzione potrebbe anche essere quella di un accesso al primo anno con un rapporto 1 a 2 e un test finale basato o sul percorso effettuato con o senza test. Tante soluzioni sono possibili, ma vanno seriamente ragionate.

Esiste anche un problema legato alla carenza di posti nelle scuole di specializzazione.
Il problema è che alcuni anni fa furono aumentati i posti disponibili l’immatricolazione in Medicina a circa 7.500 (ora siamo arrivati a oltre 10.000), che si traducono in circa 6.500 nuovi laureati dato che portiamo alla laurea quasi il 90% degli immatricolati. A questo aumento di laureati, tuttavia, non è stato affiancato alcun aumento dei posti di Specializzazione, anzi abbiamo avuto una contrazione, di conseguenza buona parte di questi neolaureati rimarranno fuori dalle Scuole. Ricordo che in Italia, alla fine del corso di Laurea in Medicina si è medici, ma non si può lavorare nel Servizio sanitario nazionale se non si è superata la Specializzazione o la formazione specifica in Medicina generale.
Insomma, se vogliamo dare pari opportunità a tutti i giovani medici, i posti in Specializzazione vanno aumentati e così pure quelli della medicina del territorio. Oppure bisogna dire ai ragazzi il sistema li lascia iscrivere all’Università, ma garantisce l’ingresso nel Servizio sanitario nazionale solo a una quota di loro, mentre gli altri potranno esercitare solo la libera professione non specialistica. Si può anche pensare a un sistema competitivo di questo genere, ma bisogna che i candidati medici ne siano consapevoli.

Il ministro Giannini aveva espresso l’intenzione di aumentare i posti in Specializzazione. Dai vostri riscontri vi sembra che questa intenzione sia confermata e realizzabile?
La volontà del Ministro Giannini ed anche del Ministro Lorenzin c’è ed è forte, ora dobbiamo capire quali sono le intenzioni del Governo e del MEF. Credo che si tratti peraltro di una possibilità realizzabile, perché se è vero che servono risorse, è anche vero che non servono miliardi o centinai di milioni di euro, ma solo decine di milioni, che per il portafoglio di un cittadino possono sembrare tantissimi ma nell’ambito dei capitoli di spesa dello Stato è una cifra sostenibile.

Lucia Conti

30 maggio 2014
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