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Specializzazioni. Quello che i giovani ci dicono. L’esperienza di un medico in formazione all'estero

La lettera di Salvatore, un “giovane medico” che alla fine del II anno di specializzazione è andato fuori dall’Europa, ci consegna la sua esperienza e ci racconta come la nostra formazione specialistica continui a situarsi, anche nelle esperienze degli “emigranti della professione” a livelli inferiori alla media.

28 LUG - Il dibattito sulla formazione medica in Italia, sul destino dei giovani medici, sulla pochezza della loro formazione, sulla distanza abissale tra gli standard europei e i nostri, con la reiterazione del peggio confermata negli emendamenti parlamentari contenuti nella riforma PA sulle specializzazioni, è arrivato ad uno dei punti cruciali. Mentre si sta definitivamente modificando il panorama delle cure, a partire dagli ospedali pubblici sempre meno e sempre meno prestigiosi, la nostra formazione specialistica continua a situarsi, anche nelle esperienze degli “emigranti della professione”, come quella che uno di loro ci racconta qui, a livelli tristemente inferiori alla media. A chi toccherà, in questo panorama, costruire sulle macerie attuali, e soprattutto, se non ora, in cui tutto è velocità, quando?
 
“Cara prof, Le invio una riflessione attraverso la quale provo a raccontare la mia esperienza di medico italiano in formazione all’estero mantenendo l'attenzione sulla componente professionale e raccontando uno dei tanti sforzi e sacrifici che si compiono in favore di un Paese ed una Professione dei quali siamo profondamente innamorati. Voglio precisare per questo che quanto scritto in questo elaborato non vuole assolutamente rappresentare una polemica con l’Italia, Paese che adoro, e che ringrazio per avermi reso quello che sono ed avermi permesso di inseguire i miei sogni.

 
Un giorno del mio secondo anno di specializzazione, il mio Direttore, uno dei pochi animati dall’entusiasmo per la propria professione, ha accolto la mia richiesta di approfondire le mie conoscenze nel campo dell’Ostetricia. Dopo le burocrazie del caso ed un colloquio strutturato in due giornate che ho dovuto sostenere presso l’Istituzione ospitante, ho chiesto ed ottenuto una fellowship di due anni in uno dei Centri più importanti del pianeta per l’Ostetricia, centro di livello avanzato coi suoi quasi 16mila parti l’anno per una popolazione di quasi un milione di persone, che fanno riferimento tutte alla stessa Istituzione.
 
Dal Luglio 2013 lavoro al Soroka University Medical Center di Beer Sheva (Israele), nell’ambito del programma internazionale gestito dal Prof. Offer Erez, mio mentore da allora. Ho lasciato l’Italia perché sapevo che era arrivato il momento per me di andare dove potessi imparare cose che nel mio Paese non avrei potuto imparare, e questo per le più svariate ragioni. La prima, e per quanto mi riguarda la più importante, è legata alla scarsità dei numeri raggiungibili dagli specialisti in formazione all’interno delle strutture universitarie distribuite sul territorio. Da un giorno all’altro mi sono ritrovato catapultato in una realtà completamente diversa da quella in cui ero abituato a vivere. Un posto del quale non condividevo la lingua, gli usi e i costumi, la religione e dove perfino prendere un autobus era un problema dal momento che Italiano ed Inglese hanno ben poco in comune con l’Ebraico. Ma quando ho iniziato a lavorare in Ospedale, ogni differenza tra me e questa nuova nazione è sembrata scomparire.
 
Ho trovato un mondo perfettamente organizzato dove ognuno sa esattamente cosa deve fare, e come farlo. Un mondo nel quale non si pretende conoscenza a priori ma vengono forniti tutti i mezzi per raggiungere l’autonomia di apprendimento ed azione, un mondo nel quale vieni educato a comprendere i tuoi errori ed imparare da essi con la consapevolezza e la serenità che non sono stati commessi per negligenza. Sono entrato in un gruppo di lavoro fantastico che mi ha accolto con grande entusiasmo dopo aver saggiato la mia genuina voglia di dare il mio contributo lavorando duramente, ed ho iniziato la mia esperienza basata sulla clinica e sulla ricerca. Da un punto di vista clinico sono coinvolto nel management della gravidanza ad altro rischio, nell’ultrasound ostetrico e nel management del travaglio di parto fisiologico e patologico. Non potrò mai dimenticare il giorno in cui mi hanno messo per la prima volta il bisturi in mano e mi hanno detto “Prego, oggi è il tuo turno”. Un caso di severa IUGR con peso fetale stimato di 1,700g a 37 settimane in una paziente di circa 40 anni ed alla prima gravidanza, sottoposta a numerosi cicli di fecondazione assistita. Non propriamente un caso che in Italia a tutti gli specializzandi verrebbe consentito di operare.
 
Non certo come primo intervento nella carriera. Alla stessa maniera non potrò mai dimenticare la domanda alla fine dell’intervento: “Complimenti, ma quanti tagli cesarei hai eseguito da primo operatore?” esattamente come la faccia del collega quando gli ho detto che per me quello era stato il primo. E devo ringraziare l’Italia per questi complimenti perché, se è vero che non mi ha mai messo il bisturi in mano, è altrettanto vero che mi ha dato la conoscenza necessaria per sapere esattamente quello che c’era da fare al momento di farlo, e mi ha dato la possibilità di andare in un posto in cui mi permettessero di dimostrare quanto solida è la preparazione che il nostro sistema ci fornisce. Da quel primo intervento, eseguo quasi ogni tipo di taglio cesareo in presenza di ogni tipo di complicanza ostetrica (i settimi tagli cesarei ripetuti e gli accretismi placentari li osservo da ancora da spettatore, ma datemi un po’ di tempo e forse la prospettiva da cui guarderò la cosa potrebbe anche cambiare!).
 
Gestisco quotidianamente, sempre sotto la supervisione di un tutor (solitamente o un senior resident o lo strutturato in turno), ogni tipo di patologia o di emergenza ostetrica, e nessuno creda che in Israele, anche in un Centro così avanzato, tutti abbiano la risposta a tutto in ogni momento. Sono tantissimi i casi in cui ognuno corre ad una postazione computer diversa a cercare informazioni su un argomento al quale si deve rispondere nel più breve tempo possibile e ci si incontra uno o due minuti dopo con le proprie risposte al problema. Risposte dalle quali nasce il dibattito che porta alla definizione del management del caso. Ogni mattina dalla domenica al giovedì (in Israele il weekend comprende venerdì e sabato, durante i quali spesso incontro il Professore che è responsabile del mio programma, per lavorare alla stesura degli articoli), ci si incontra nella sala riunioni del Dipartimento dove vengono discussi i casi del giorno precedente o del week end.
 
Due volte a settimana la giornata inizia alle 7.30 per via di una lezione che viene tenuta da uno specializzando, uno strutturato o un ospite internazionale ad una audience rappresentata dai Direttori dei due Dipartimenti, strutturati universitari ed ospedalieri, specializzandi e studenti di medicina. A seconda dell’argomento, talvolta neonatologi, chirurghi, o qualsiasi altro tipo di branca specialistica implicata. Sono stato coinvolto anche in questo, e credetemi, tenere delle lezioni ad un gruppo di 40 persone tra cui alcuni che hanno dato il nome alle patologie ostetriche con cui ogni giorno ci confrontiamo, è una cosa che spaventa. Ma è una sfida che non può non far parte del bagaglio di un giovane scienziato, titolo che allo specializzando in Ginecologia ed Ostetricia non può non essere attribuito. La seconda parte della mia fellowship inizia dopo le 3.30 pm, quando la giornata lavorativa termina, ed è rappresentata dai protocolli di studio nei quali sono coinvolto e dalla produzione di articoli scientifici, sempre tutorata da persone con altissima esperienza in ricerca clinica ma anche dotate di basic science. Ho presentato i risultati del mio lavoro, eseguito nel gruppo di cui faccio parte, ai più importanti congressi mondiali. In meno di un anno sono stato in tre continenti, qualcosa che mai avrei immaginato in tutta la mia vita.
 
Ed ogni volta è una occasione per stringere nuovi rapporti, vedere nuovi posti, creare connessioni internazionali che possono sbocciare in collaborazioni ed arricchimento personale, nonché in materiale importante per tutto il mondo scientifico. Il nostro gruppo di ricerca lavora su diversi filoni, ai quali diversi sottogruppi di persone sono assegnati, ed una volta al mese, alle 7 del mattino prima che la giornata lavorativa abbia inizio, ci si riunisce per fare il punto della situazione sull’avanzamento dei vari protocolli. Ho stretto la mano a persone di cui avevo letto il nome solo sulle più prestigiose riviste scientifiche, e ne ho scoperto la straordinaria umiltà oltre che preparazione. Ti impressiona quando il più grande esperto mondiale sulla placenta ti chiede di chiamarlo per nome e discute con te anche la più inutile ed inapplicabile idea che esce dalla tua bocca senza farti sentire un perfetto incompetente in materia. Anzi ti chiede di tenervi in contatto in modo da scambiare altri punti di vista nel futuro. E credetemi, queste persone rispondono per davvero quando gli scrivi.  
 
Per il futuro ho diversi progetti, ma ce n’è uno che ritengo assolutamente prioritario: tornare nel mio Paese perché sono fortemente convinto gli serva soltanto nuova linfa ed entusiasmo per ripartire. Questo atteggiamento è secondo me l’unica chiave utile a sgombrare la strada da quelle critiche ormai ridondanti ma purtroppo spesso tristemente condivisibili che portano molti, nella loro piena libertà, a scegliere la strada più facile, rappresentata dalla corte spietata che ci viene fatta da tutti i Paesi del mondo ed alla quale è sforzo arduo non cedere.    
Non ritengo accettabile l’idea, che personalmente non prendo nemmeno in considerazione, che il Paese che ha dato i natali ai più grandi artisti e scienziati della storia, ora voglia regalare ad altri un esercito di giovani menti, dopo aver pagato profumatamente per la loro formazione, e continuerò a fare del mio meglio per trasmettere il mio impegno verso il cambiamento ed evoluzione personale, ed ambientale, a chiunque sia animato dalla passione per il nostro straordinario lavoro e dalla voglia di lottare fino a quando i propri sogni non diventano realtà. Salvatore Andrea Mastrolia Specializzando IV anno, Scuola di Specializzazione in Ostetricia e Ginecologica, II Clinica Ostetrico- Ginecologica, Policlinico di Bari “.
 
Salvatore, un “giovane medico” già tanto responsabile, che alla fine del II anno di specializzazione in Ostetricia e Ginecologia è andato fuori dall’Europa, in un paese storicamente poco tranquillo, con una mission precisa: riportare a casa quella Scienza Ostetrica che nei decenni abbiamo perso per strada, insieme con la sottovalutazione della crucialità del nostro lavoro, guadagnando in compenso solo un triste primato: il più alto numero di TC al mondo.
 
Intanto che in Parlamento si continua su questa strada, distruggendo in nome dei giovani anche luoghi e modelli di Sanità, continuando ad ignorare di fatto i nodi cruciali alla base della nostra storica inferiorità nella professionalizzazione, ci piace immaginare che la tanto declamata staffetta generazionale sia già partita da qui: dalla profonda consapevolezza di quello che serve alla collettività e di quanto costa ad ognuno di noi, in un dialogo fatto di stima e di aiuto reciproco tra “vecchi” con ideali ancora nuovi che talvolta si sono realizzati, e medici in formazione capaci di raccogliere e valorizzare le testimonianze, gli insegnamenti e le buone pratiche che li hanno aiutati a crescere. Per cambiare.
 
Sandra Morano
Ginecologa Ricercatrice Università degli Studi di Genova
 
 
 
 
 
 

28 luglio 2014
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