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Medici universitari. Un secco no alla pensione con i requisiti minimi nella riforma della Pa 

Un emendamento al dl 90/14 approvato dalla commissione Affari Costituzionali della Camera dà la possibilità alla Pa di mandare in pensione chi è in possesso dei requisiti minimi contributivi. A rischio 8719 medici, secondo le stime diffuse. 

30 LUG - La Conferenza dei presidenti dei collegi dei professori universitari di area medica, e tutto il mondo accademico, rifiutano categoricamente la norma che consentirebbe alla Pa di mandare in pensione professori e ricercatori in possesso dei requisiti contributivi minimi contenuta in un emendamento all’art. 1, comma 5, del testo di riforma. La prima conseguenza di questa misura sarebbe il depotenziamento della missione dell’Università, visto che i medici coinvolti in questo processo sarebbero circa 8719, tra cui 531 ricercatori, 2544 professori di seconda fascia e 5644 professori di prima fascia.
 
Secondo i rappresentanti dei professori si tratterebbe di una vera e propria decapitazione della classe dirigente dell’accademia, in grado di pregiudicare la sostenibilità dell’offerta formativa e di far perdere competenze scientifiche e culturali interrompendo repentinamente la trasmissione di esperienze e conoscenze tra le varie generazioni di formatori e ricercatori. E non mancano i dubbi che in questo modo si voglia, per ragioni finanziarie o populistiche, ma certamente non democratiche, sottrarre ai cittadini una delle funzioni sociali più importanti e qualificanti dello Stato: quella del diritto allo studio e alla conoscenza.
 
La natura facoltativa del provvedimento, inoltre, porterebbe ulteriore disordine tra le università e all’impossibilità di una seria programmazione, che è l’unico strumento per razionalizzare la spesa. Per questo la Conferenza rigetta una tale norma e si appella ai parlamentari affinché comprendano le ragioni sociali e democratiche che muovono questa protesta e possano rigettare la norma stessa in Aula. 

30 luglio 2014
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