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L’inutile guerra del comma 566

Domani il primo round della concertazione al ministero. Di fronte a Lorenzin siederanno tutte le professioni sanitarie. Ma i medici non ci saranno, in attesa del “loro” tavolo. E se invece si avesse il coraggio di fare un confronto “diretto” lasciando alle professioni la ricerca di una soluzione condivisa?

20 LUG - Domani al ministero della Salute è in programma il primo round “vero” della concertazione tra le componenti professionali interessate, dopo l’entrata in vigore del comma 566 della legge di stabilità sulle nuove competenze professionali.
 
Al tavolo, dove è prevista la partecipazione del ministro Lorenzin, siederanno tutte le professioni sanitarie non mediche. L’attesa è forte. Anche perché, al momento, le posizioni in campo, tra i medici e tutti gli altri, sono agli antipodi.
 
Per gli infermieri e tutte le altre professioni, il comma 566 andrebbe applicato così com’è senza modifiche e conseguentemente si dovrebbe procedere celermente all’intesa in Stato Regioni, senza ulteriori dilazioni.
 
Per i medici, che attorno alla questione hanno trovato anch’essi una forte unità di intenti (dagli Ordini ai sindacati, anche se non tutti), invece quel comma va come minimo emendato nella prima parte, che, citiamo alla lettera, prevede che “Ferme restando le competenze dei laureati in medicina e chirurgia in materia di atti complessi e specialistici di prevenzione, diagnosi, cura e terapia” si proceda all’accordo sulle nuove competenze.

 
Il timore dei medici è che quelle parole possano in qualche modo creare dei “limiti” all’atto medico tant’è che recentemente è cresciuta l’adesione della categoria alla proposta di legge D’Incecco (PD) che prevede una esplicita normazione dello stesso Atto Medico, come barriera alle temute intrusioni di altre professioni.
 
Insomma, il confronto che si apre domani non si presenta certamente sereno. Probabilmente il ministero sonderà le professioni sanitarie sull’eventuale loro accettazione di un emendamento al comma 566 che modifichi in tutto o in parte quel primo paragrafo tanto osteggiato dai medici e sulla base delle reazioni si preparerà il secondo round della concertazione con i medici (al momento, però, non ancora calendarizzato).
 
Vedremo come andrà. Ma al di là di questo pensiamo che in ogni caso l’avvio della concertazione, espressamente contemplata dal comma 566, sia un fatto positivo perché è indubbio che modalità e ambiti di una riorganizzazione funzionale del lavoro in sanità debbano essere condivisi da tutti gli attori coinvolti. E questo indipendentemente del problema della leadership d’équipe o di funzione all’interno di qualsiasi struttura o servizio sanitario.
 
L’attuale modus operandi di medici, infermieri, tecnici e quant’altro si è infatti andato via via formando sulla base delle esperienze e delle evoluzioni nelle pratiche cliniche e assistenziali. E ciò anche fregandosene del famoso “chi fa cosa” che, da una parte tutti vorrebbero ben delineato e dall’altra si teme però che, se lo fosse, potrebbe in realtà costituire una gabbia di mansioni e competenze rigide nella quale ci si ritroverebbe incastrati rendendo difficile la gestione sul campo del paziente.
 
A parole, nessuno nega la necessità di aggiornare le competenze delle professioni sanitarie
. Ma al dunque prevale la paura di vedersi scavalcati o peggio affiancati da una sorta di “medici di serie B” con costi inferiori  e con i quali non si capisce che tipo di rapporto si andrebbe a istituire.
 
Personalmente penso che un infermiere, piuttosto che un tecnico di laboratorio o qualsiasi altro professionista sanitario, abbia scelto di studiare quella materia per fare quel ”mestiere” e non il medico, tantomeno di “serie B”.
 
Come penso che i medici, al di là delle paure, nel loro luogo di lavoro cerchino sempre la collaborazione “alla pari” con gli altri professionisti perché per primi sanno che il loro impegno risulterebbe spesso vano senza l’apporto costante di altre competenze e funzioni.
 
In altre parole sono convinto che nelle realtà dei nostri reparti ospedalieri e nei vari ambulatori territoriali, medici, infermieri & C. siano tutti ben consapevoli dell’importanza e dell’utilità reciproca del lavorare insieme e che tutti siano parimenti concordi che in una gerarchia reale (e non burocratica) di competenze e responsabilità sia giusto che sia il medico, nel bene e nel male, ad avere l’ultima parola.
 
Da qui bisognerebbe partire. L’ideale sarebbe un confronto serio e serrato diretto tra le due grandi componenti, la medica e la non medica, dove il Ministero e le Regioni dovrebbero più fungere da facilitatori del confronto che da mediatori o peggio decisori.
 
Del resto un esempio concreto di questa strategia già esiste ed è andato a buon fine. Nell’area della radiologia, medici da una parte e tecnici sanitari di radiologia medica dall’altra, hanno trovato da soli l’accordo sulle reciproche competenze e responsabilità. Ministero e Regioni non hanno dovuto far altro che prenderne atto. Così si dovrebbe fare anche per medici e infermieri, in primis, e per tutte le altre professioni coinvolte laddove il loro lavoro si intreccia con quello di altri professionisti.
 
Sono certo che questa sia la migliore via possibile. Senza ultimatum o prove di forza dall’una o dall’altra parte. Perché in quel caso forse qualcuno potrebbe anche vincere, ma vincerebbe sulla sconfitta dell’altro e questo, oltre a non risolvere realmente il problema, non farebbe affatto bene al paziente che di tutte queste questioni è, giustamente, assai poco interessato. 
 
Cesare Fassari

20 luglio 2015
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