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PMA. “Il biologo è fondamentale, ma nel pubblico sono tutti precari”. Intervista a Riccardo Talevi: “E’ ora che lo Stato riconosca il ruolo degli embriologi clinici e consenta la loro stabilizzazione”

Sono quasi mille i biologi che lavorano nei centri di procreazione assistita. Spetta a loro la maggior parte delle delicate procedure sui gameti e gli embrioni dei pazienti. Offrono prestazioni di “elevatissima professionalità”. Ma non esistendo una specializzazione in embriologia clinica non possono essere assunti come tali nelle strutture pubbliche. Una "discriminazione" da “sanare con urgenza”, secondo il vicepresidente della Società Italiana di embriologia riproduzione e ricerca

12 FEB - Rivendicano un riconoscimento del loro profilo i biologi embriologi clinici italiani. Perché nonostante siano i professionisti di riferimento delle procedure contro l’infertilità, i loro contratti di lavoro nell’ambito dell’assistenza pubblica sono precari e non c’è alcuna possibilità di essere assunti. Tanto meno di coprire ruoli dirigenziali.
 
Ma non si tratta di una questione di carenza di risorse per pagare nuove assunzioni. E’ la legge ad impedirglielo. In Italia, infatti, non esiste una specializzazione in embriologia clinica. Il training scientifico e pratico di questi professionisti è affidato alla frequentazione di corsi di perfezionamento o master universitari. Ma se il conseguimento di questi titoli permette una corretta formazione in embriologia clinica, esso non è tuttavia sufficiente per l’inserimento nelle strutture ospedaliere, dove i professionisti devono obbligatoriamente possedere un titolo di specializzazione.
 
E così i quasi 1.000 biologi che in Italia fanno funzionare la macchina della Pma possono scegliere gli strumenti, i materiali, terreni e i sistemi di coltura per gameti ed embrioni, selezionare gli spermatozoi, preparare gli embrioni per il trasferimento intrauterino, gestire e controllare il sistema di qualità all’interno del Laboratorio di Embriologia clinica, ma ,in assenza di una specializzazione, non possano avere un contratto di lavoro da dipendente ospedaliero né ambire a diventare direttore del Centro .


I biologi, però, sono pronti a dare battaglia. Come annuncia in questa intervista Riccardo Talevi, professore di Biologia della riproduzione  presso l’Università Federico II di Napoli, coordinatore della Commissione permanente di studio dell’Ordine nazionale dei Biologi “Procreazione assistita” e vice presidente della Sierr, la Società Italiana di embriologia riproduzione e ricerca che il 12 e 13 febbraio si riunirà a Roma per il VI Congresso nazionale nel corso del quale sarà discusso, tra gli altri, anche il tema del riconoscimento del profilo dell’embriologo clinico. Perché “questa discriminazione oggi è diventata intollerabile, alla luce dell’importanza che il settore della riproduzione ricopre all’interno della sanità pubblica e dell’elevatissima professionalità offerta dai nostri biologi”.

Prof. Talevi, qual è la proposta della Sierr per sanare l’attuale mancanza di riconoscimento dell’embriologo clinico?
Sosteniamo la proposta espressa dal Consiglio Universitario Nazionale in un parere del 2010. Il Cun auspicava l’istituzione di una scuola di specializzazione ad hoc, o il riconoscimento dei Master di I e II livello già attivi presso alcuni Atenei italiani al fine dell’assunzione presso le strutture pubbliche. Io trovo assurdo che non sia permesso ai biologi di potersi specializzare nell’ambito in cui hanno scelto di dedicare la propria carriera, ma ancora più assurdo è che, a causa di questa carenza, venga precluso l’accesso alle strutture pubbliche. Si tratta di un paradosso e una condizione di discriminazione che oggi è diventata intollerabile, anche alla luce dell’importanza che il settore della riproduzione assistita ricopre oggi all’interno della sanità pubblica e dell’elevatissima professionalità offerta dai nostri biologi. Credo sia anche una questione di trasparenza e rispetto nei confronti dei pazienti, che devono poter conoscere il professionista e il percorso formativo di chi si occupera’ dei loro gameti ed embrioni.

La mancanza di un percorso unico mette a rischio la preparazione dei professionisti e dunque la sicurezza dei pazienti?
Assolutamente no. Deve essere ben chiaro che i pazienti possono stare tranquilli, perché la professionalità dei biologi nei centri di PMA è elevatissima. Questo perché la formazione universitaria post laurea esistente assicura la completa formazione in embriologia clinica. Ciò non toglie che le cose possano migliorare e l’istituzione di un percorso unico, a livello nazionale, servirebbe anche a questo. Ma, ribadisco, i pazienti devono sapere che già oggi, quando si rivolgono a un centro Pma, si affidano a ottimi professionisti. Quello che manca è solo il loro giusto riconoscimento.

Quale soluzione sarebbe migliore, secondo lei? L’istituzione di una scuola di Specializzazione o il riconoscimento attraverso i Master?
La soluzione migliore sarebbe l’istituzione di una scuola di Specializzazione, ma la più semplice sarebbe quella del riconoscimento attraverso i Master già attivi negli Atenei italiani. Aspettiamo un riconoscimento da troppo tempo, la soluzione più semplice e veloce a questo punto diventa anche la migliore. In questo modo, inoltre, si potrebbero inquadrare anche le posizioni di quei professionisti che già da molto tempo lavorano nei centri, ai quali bisognerebbe riconoscere qualcosa in più che a uno specializzando, considerate le notevoli competenze acquisite attraverso anni di lavoro nell’ embriologia clinica.
Potrebbero essere, ad esempio, le Regioni stesse ad identificare, sul proprio territorio, i professionisti da inquadrare e i requisiti per farlo, magari in collaborazione con le Università, permettendo così ai professionisti che già lavorano sul campo di acquisire i titoli necessari per l’accesso alle strutture pubbliche.

Il parere del Cun è del 2010. Perché non si è mosso nulla in questi anni?
Perché la politica italiana è lenta e i biologi sono una categoria che non ricopre ruoli di potere, quindi con poca capacità di sollecitare la politica. Basti anche pensare alla situazione delle scuole di Specializzazione esistenti: sono due anni che non sono disponibili bandi per le specializzazioni di area sanitaria e nessun biologo può scegliere questo impegnativo percorso di studio post-laurea; gli specializzandi in corso non possono esercitare il loro diritto alla riduzione da 5 a 4 anni del percorso di specializzazione, come avvenuto per i medici, non c’è ancora equiparazione contrattuale tra gli specializzandi di area sanitaria e i medici. Cosa ci saremmo dovuti aspettare dalla richiesta di istituzione di una Specializzazione in embriologia clinica?

Parlava di "potere". Crede che ci sia qualche categoria che ha interesse affinché la situazione dei biologi non cambi?
Non esistono “faide” tra i biologi e altre categorie, tanto meno sappiamo di problemi tra i professionisti medici e non medici che lavorano nei centri di Pma, dove il lavoro d’èquipe è fondamentale.

Però oggi i ruoli dirigenziali nei centri Pma sono in mano ai medici…
È così, ma non a causa loro. E’ la politica che ci sta discriminando, con la mancanza di una normativa sul nostro profilo. Non spetta ai medici approvare le leggi. Il problema è la volontà politica. Ovviamente l’opposizione da parte dei medici alla nostra proposta influenzerebbe negativamente la possibilità di ottenere un risultato, e comprendiamo che a nessuno piaccia lasciare ad altri ruoli apicali che hanno ricoperto da sempre, ma ci auguriamo che l’annosa questione del mancato riconoscimento dei biologi non diventi terremo di faide con altri professionisti con i quali oggi lavoriamo fianco a fianco in un clima di totale collaborazione e rispetto.

Al Congresso che si apre oggi a Roma discuterete anche del riconoscimento del profilo dell’embriologo clinico. Come vi muoverete, poi, per ottenere il riconoscimento che chiedete?
Chiederemo degli incontri ai ministeri competenti, cioè Salute e Università. Il parere del Cun è senz’altro importante, coinvolgeremo anche l’Ordine nazionale dei biologi. Non ci aspettiamo che sia un percorso facile. Consideri che in passato abbiamo dovuto fare delle dure battaglie anche per poter essere inseriti nelle commissioni ministeriali che si occupano di procreazione assistita. Il fatto è che il settore è, per certi versi, ancora giovane e alla veloce evoluzione che ha avuto in questi anni dal punto di vista clinico non è corrisposta un’altrettanto veloce evoluzione dal punto di vista dei ruoli e dei riconoscimenti, anche a livello istituzionale. Quello degli embriologi clinici non è l’unico caso. Non credo che ci sia alcun attacco nei nostri confronti, credo piuttosto che ci sia poco interesse a portare a compimento certi cambiamenti. Ma, ribadisco, questa responsabilità spetta alla politica.
 
Lucia Conti

12 febbraio 2016
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