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Polemiche su infermieri del 118. Semeraro (Irc): “Non conta chi agisce, ma se ha le competenze per agire. Gli infermieri le hanno”

Per il presidente dell’Italian Resuscitation Council il caso sollevato dall’Ordine dei Medici di Bologna sull'affidamento agli infermieri del 118 di atti medici sono "sbagliate dal punto di vista formale" e anche "pericolose": “La tempestività può salvare la vita. Per questo le manovre di primo soccorso dovrebbero diventare patrimonio di ogni cittadino. E' paradossale che si vogliano vietare al personale infermieristico appositamente formato. I cittadini stiano tranquilli: sono in ottime mani”.

01 MAR - “E’ la competenza a fare la differenza, non la categoria professionale a cui appartieni”. Con queste parole Federico Semeraro, presidente dell’Italian Resuscitation Council (Irc), spiega perché non è obbligatoriamente prevista la presenza dei medici nelle ambulanze. “I medici, come gli infermieri, seguono un percorso di studi che gli fa acquisire tutta una serie di competenze in diverse aree, ma poi esistono le specializzazioni. Ci si perfeziona in determinate aree di intervento e si impara a fare qualcosa meglio di altro. È per questo che un infermiere appositamente formato in emergenza/urgenza saprà agire, in caso di arresto cardiaco improvviso, meglio di un medico ginecologo, per fare un esempio. Ogni trattamento va affidato a chi lo sa fare. E gli infermieri del 118 sanno cosa fare in caso di emergenza”.

Ma la questione, secondo Semeraro, va oltre la polemica tra medici e infermieri su chi abbia le competenze giuridiche per fare diagnosti o somministrare farmaci in caso di emergenza. Per il presidente dell’Italian Resuscitation Council “deve nascere in Italia una vera e propria cultura del primo soccorso, che attraverso appositi corsi formativi di primo intervento metta ogni singolo cittadino nelle condizioni di poter intervenire in caso di un’emergenza di salute”. In questo modo si potrebbero salvare migliaia di vite ogni anno, perché “a volte la tempestività è decisiva”. Basti pensare che ogni anno 60.000 italiani sono colpiti da arresto cardiaco improvviso. Se i testimoni di un arresto cardiaco fossero in grado di iniziare subito la rianimazione cardiopolmonare, prima dell’arrivo dei soccorsi sanitari (“Nel migliore dei casi una ambulanza impiega 6-8 minuti ad arrivare sul posto”), le possibilità di sopravvivenza della vittima aumenterebbero di due/tre volte. Purtroppo questo accade solo nel 15% dei casi, perché i cittadini “non sanno cosa fare, hanno paura di farlo o di provocare danni”. Ma secondo le stime dell’Irc, se la percentuale salisse dal 15% al 50-60% dei casi, le vite salvate sarebbero circa 100.000 all’anno.


Questo esempio, secondo Semeraro, riporta direttamente al caso bolognese, dove l’Ordine dei Medici ha preso provvedimenti nei confronti di alcuni medici "accusati" di avere redatto procedure e istruzioni operative per regolamentare l'intervento di infermieri sulle ambulanze del 118 attribuendo al personale infermieristico compiti di diagnosi, prescrizione e somministrazione di terapie soggette a controllo del medico. “In caso di arresto cardiaco improvviso – spiega infatti Semeraro - la centrale operativa fornisce alle persone accanto al paziente le indicazioni per la rianimazione e sollecita l’intervento. In pratica si chiede a quel cittadino di fare una diagnosi. E’ un caso di emergenza, la vita di quel paziente è nelle mani di quel cittadino, che è chiamato a fare tutto il possibile per salvarlo pur non essendo un medico. E se si chiede di fare una diagnosi e un intervento di rianimazione polmonare a un comune cittadino, che senso ha volerlo vietare agli infermieri del 118 che, pur non essendo medici, hanno acquisito attraverso percorsi formativi certificati tutte le competenze necessarie ad intervenire nelle emergenze?”.

Per questo Semeraro ritiene “paradossale” e “pericoloso” l’atteggiamento dell’Ordine dei Medici di Bologna. Gli infermieri del 118 peraltro, ricorda Semeraro, agiscono in base di dettagliate procedure standardizzate elaborate attraverso le evidenze scientifiche. “Diffondere tra i cittadini il timore che chi va a soccorrerli non è autorizzato a fare ciò che fa è non solo sbagliato formalmente, ma anche ingiusto nei confronti del personale del 118 e dei cittadini stessi che devono mettere la loro vita nelle mani di quei professionisti. I cittadini stiano tranquilli: sono in ottime mani”.

Per il presidente dell'Irc, inoltre, “certi atteggiamenti rischiano di ostacolare quel processo culturale che prevede la diffusione delle tecniche di primo soccorso tra i cittadini, permettendo così di salvare ogni anno migliaia di vite”. In questa direzione si muovono molte iniziative anche italiane, ad esempio i corsi di disostruzione pediatrica o di soccorso in causa di trauma promossi da molte Asl e dedicati a genitori e insegnanti, oppure la settimana di sensibilizzazione dedicata all’arresto cardiaco promossa in Italia proprio dall’Irc su proposta del Parlamento europeo. Anche la legge sulla Buona Scuola del Governo Renzi (n. 107  del 13 luglio 2015) prevede, all’art. 10, che “nelle scuole secondarie di primo e di secondo grado sono realizzate (…) iniziative di formazione rivolte agli studenti, per promuovere la conoscenza delle tecniche di primo soccorso, nel rispetto dell'autonomia scolastica, anche in collaborazione con il servizio di emergenza territoriale «118» del Servizio sanitario nazionale e con il contributo delle realtà del territorio”. “Una legge che, in tale area di intervento, ci pone all’avanguardia rispetto all’Europa”, commenta soddisfatto Semeraro, che ribadendo l’importanza di diffondere la cultura del primo intervento, evidenzia ancora una volta il ruolo degli infermieri del 118, che “grazie alle loro competenze, all’integrazione tecnologica delle centrali operative 118, alle procedure standardizzate e al trattamento farmacologico precoce sul territorio, contribuiscono ogni giorno a salvare tante vite”.

01 marzo 2016
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