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La Fnomceo dice sì alla slow medicine. “Il medico non vuole più essere il ‘ragioniere’ delle cure. Al centro c’è la relazione con il paziente”. Intervista alla presidente Roberta Chersevani

L'8 e 9 aprile ccorsi la Fnomceo e l'Ordine di Matera hanno promosso una due gioni all'approccio medico di Slow Medicine ispirato alla Choosing Wisely. Il convegno si intitolava “Scelte saggie in medicina”. Al termine dei lavori abbiamo incontrato la presidente Chersevani: “Una medicina sobria, rispettosa e giusta potrebbe offrire una alternativa alla eccessiva medicalizzazione che si ritrova nel nostro sistema sanitario, che appesantisce richieste di prestazioni e liste di attesa, forse peggiorando le risposte alla richiesta di salute di chi ne ha veramente bisogno”

11 APR - Incontriamo Roberta Chersevani, presidente della Fnomceo, a Matera, dove l’8 e il 9 aprile si sono tenute due giornate di confronto dedicate alla Slow Medicine, il movimento nato a Torino nel 2010 e che sta riscuotendo un crescente interesse nel mondo medico, a giudicare dalle iniziative che negli ultimi mesi si vanno moltiplicando (vedi anche le slide del presidente Chersevani presentate al convegno).
 
Presidente Chersevani, il progetto di una medicina “sobria, rispettosa e giusta”, come recita lo slogan del movimento Slow Medicine, trova sempre più ascolto tra i medici italiani. Eppure ci sono problemi molto gravi che attanagliano la professione e la sanità italiana, dalla scarsità delle risorse alla corruzione. Come mai ci si appassiona ad una proposta che può apparire velleitaria?
Perché non è affatto velleitaria, ma al contrario affronta alla radice i problemi che abbiamo davanti. Mi spiego: i dati ci dicono che crescono gli anziani e le cronicità, che cresce il numero di obesi, anche giovani e giovanissimi, che cresce il consumo di farmaci, che aumentano le difficoltà di accesso alle prestazioni sanitarie. E oltre a questo noi sappiamo che i medici patiscono un disagio nel vivere il proprio ruolo, schiacciati da logiche che li vogliono meri “applicatori” di decreti ragionieristici, che hanno lo scopo di ridurre i costi immediati, senza alcuna capacità di prevedere in proiezione gli esiti di questi tagli.

L’antidoto a questi mali credo che sia uno solo, ovvero recuperare il senso profondo della relazione di cura, che è fatta di ascolto, di dialogo di condivisione e, solo alla fine, di prescrizioni. Senza questo percorso, senza questa relazione si corre davvero il rischio di offrire prestazioni inappropriate.
Una medicina sobria, rispettosa e giusta potrebbe offrire una alternativa alla eccessiva medicalizzazione che si ritrova nel nostro sistema sanitario, che appesantisce richieste di prestazioni e liste di attesa, forse peggiorando le risposte alla richiesta di salute di chi ne ha veramente bisogno. Credo che questo percorso sobrio possa essere rivolto soprattutto a coloro che non hanno malattie acute, gravi o bisognose di intervento immediato, ma sono in quelle situazioni stabili nelle quali possono serenamente ragionare con il proprio curante su percorsi meno aggressivi e “saggi”.
 
Appropriatezza è una parola che, dopo il decreto dello scorso dicembre, suscita molta animosità nel mondo medico. Lei in quale chiave la utilizza?
Nell’unica chiave possibile: capire cosa sia davvero utile, e quindi appropriato, per il paziente che ho di fronte, in questo momento e in questa determinata condizione. Pensare che si possa definire attraverso una norma burocratica ciò che è appropriato e ciò che non lo è si rivela una trappola, che mortifica i medici, penalizza i cittadini e danneggia complessivamente il sistema, perché se non diamo una risposta vera ad un problema di salute quel problema si ripresenterà, aggravato e dunque più oneroso. D’altra parte, dopo un lungo lavoro di confronto con il ministero della Salute e le Regioni, siamo riusciti a far comprendere, almeno in parte, questa posizione: la circolare applicativa di marzo, infatti, sospende le sanzioni previste dal decreto e prevede una revisione del testo che riconduca l’appropriatezza in ambito clinico alla responsabilità dei medici. È difficile far comprendere il delicato rapporto tra medico e assistito, che può essere condizionato da una miriade di eventi: dalla recente malattia di un consanguineo ad una deleteria trasmissione televisiva.
 
Dietro al decreto appropriatezza c’è, ovviamente, la necessità di contenere i costi, che è un problema grave. Come risponde Fnomceo?
L’uso ottimale delle risorse economiche disponibili è, a tutti gli effetti, un impegno deontologico dei medici. Lo dice il nostro Codice Deontologico, all’articolo 6, e lo abbiamo ribadito nel Manifesto approvato lo scorso luglio. Siamo ben coscienti della necessità di allocare in modo appropriato le risorse disponibili. È tuttavia vero che queste risorse sono scarse rispetto a quelle di altri paesi dell’Europa. Non è corretto affidare ai medici la responsabilità di una gestione difficile di fondi insufficienti, penalizzando la prescrizione e facendo leva su dati derivati non si sa come dalla medicina difensiva. È facile dire a posteriori se una determinata prescrizione sia stata necessaria o meno, ma la valutazione è diversa prima di conoscerne il risultato.
 
Tornando alla Slow Medicine. Il simbolo di questo movimento sono due chiocciole che si parlano: medico e paziente. A Matera i pazienti hanno avuto parola?
La prima giornata di lavori era rivolta proprio a loro, con interventi di Franca Braga, in rappresentanza di Altroconsumo, di Paola Mosconi, che coordina il progetto di ricerca sul “Coinvolgimento dei cittadini in sanità” dell’Istituto Mario Negri di Torino, e anche di Angelo Bianchi, membro di un’associazione di cittadini materani.
Il dialogo con i cittadini, con le Associazioni dei pazienti, è essenziale in questa prospettiva, perché consente di diffondere messaggi positivi, responsabili, che possono rafforzare la fiducia reciproca, contrastando una tendenza alla diffusione di messaggi allarmistici, che spesso producono danni gravi in termini di salute pubblica, come mostra chiaramente la vicenda legata ai vaccini. Il tempo dedicato alla comunicazione e alla informazione è essenziale, ma sembra essere un argomento che solo noi cerchiamo di affrontare; è necessario creare un legame più forte con i pazienti, e con chi li rappresenta, per mandare un messaggio forte e condiviso alle istituzioni.
 
Oltre al convegno di Matera, Fnomceo sta preparando altre iniziative su questo tema?
Stiamo lavorando a molte attività legate alla Slow Medicine, proprio perché siamo convinti che sia un approccio strategico. Fnomceo aderisce dal 2014 alla campagna “Fare di più non significa fare meglio”, legata alla Choosing Wisely di origine americana e ripresa da Slow Medicine in Italia: la filosofia di una “scelta saggia”, concordata con i pazienti, per limitare gli interventi non necessari e i trattamenti inappropriati. Stiamo anche preparando, con Slow Medicine, un corso Fad, che sarà presto disponibile gratuitamente attraverso il nostro portale. Inoltre, negli Ordini provinciali si stanno realizzando molti incontri su questi temi e il prossimo sarà a Ravenna, il 15 e 16 aprile. E a maggio ci sarà a Roma un convegno che vedrà i colleghi di Slow Medicine lavorare con la rappresentanza di Choosing Wisely.
 
Come mai avete scelto proprio Matera per realizzare questo incontro?
Come ricordava il presidente dell’Ordine di Matera, Raffaele Tataranno, la città è stata capitale italiana della cultura lo scorso anno e si sta preparando ad essere capitale della cultura europea nel 2019. I colleghi dell’Ordine di Matera si sono proposti per affrontare questo tema, e lo abbiamo condiviso, perché in questo senso è strategico discutere proprio qui, in questa cornice straordinaria e carica di una storia ricca e complessa, di come si può cambiare la cultura dei medici italiani. Perché non possiamo pensare di uscire dalle difficoltà solo con qualche aggiustamento sui conti. Dobbiamo avere il coraggio di guardare ad un cambiamento culturale di grande respiro, fatto di responsabilità e di dialogo con i pazienti e con i cittadini.
 
Eva Antoniotti

11 aprile 2016
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