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Viaggio nelle professioni sanitarie. I Terapisti occupazionali, intervista al presidente Francesco Della Gatta

di Lorenzo Proia

I Terapisti occupazionali sono una professione altamente qualificata nel mondo, reclamano una maggiore attenzione in Italia, dove sono solo 2.300, con una formazione che reputano non all’altezza, assenza di ricerca adeguata e mansioni confuse all’interno del Ssn. Analizziamo la storia e il presente della professione, con gli studi e l’impegno nella emergenza Covid, con spunti per possibili riforme in Italia

21 APR - I Terapisti occupazionali sono circa 2.300 nel nostro Paese. Proseguiamo il nostro viaggio tra le 19 professioni sanitarie del “maxi-Ordine” TSRM e PSTRP con il Presidente Francesco Della Gatta.

Presidente Della Gatta, come nasce la figura del Terapista occupazionale e come si struttura nel nostro Paese?
Da sempre è riconosciuta la connessione tra “occupazione” e “salute”. Galeno e Ippocrate esortavano a tenere conto della globalità della persona nella cura delle malattie. In Francia, Philippe Pinel (1809) propose una “rivoluzione morale”, evidenziando l’importanza delle attività lavorative e ludiche nella cura dei pazienti psichiatrici. Ai primi del XX secolo, Dunton, uno Psichiatra dello Sheppard Pratt Hospital nel Maryland, e con lui altri scienziati, riconobbero il valore terapeutico della “occupazione”.

Il 17 marzo 1917, a Clifton Springs, New York, fu fondata la National Society for the Promotion of Occupational Therapy (NSPOT più tardi chiamata AOTA: American Occupational Therapy Association). I fondatori riconoscevano l’importanza di sviluppare una “scienza dell’occupazione” per annoverare la nascente professione tra le discipline mediche. Sempre in America gli anni ‘60-’70 furono dedicati a promuovere la teoria basata su occupazione, ricerca, istruzione e pratica. Dalla fine del 1980 al 1990, quando le scienze occupazionali furono formalmente fondate, iniziò ad essere implementato un programma accademico basato sulla scienza e gli studiosi occupazionale sviluppano metodologie per spiegare come le attività giornaliere e gli schemi occupazionali si colleghino ai concetti di salute e benessere.


In Italia, invece, agli inizi degli anni ‘70, con un percorso di studi comune ai Fisioterapisti e ai Logopedisti, si inizia a parlare di terapia occupazionale e nel 1977 si costituisce l’AITO (Associazione italiana Terapisti occupazionali). Negli anni ‘80 enti privati erogano corsi di terapia occupazionale, bisogna aspettare però il DM 136/97 (G.U. 24/05/1997) per avere il riconoscimento di un proprio profilo professionale. Nel 2001, nasce il primo corso di laurea di Terapia occupazionale (DM 02.04.2001) all’interno della facoltà di Medicina e chirurgia. Attualmente, il percorso formativo può essere completato con il conseguimento della laurea magistrale in Scienze riabilitative e/o con master di I e II livello e il dottorato di ricerca.

Di cosa vi occupate, nello specifico?
I Terapisti occupazionali hanno un approccio centrato sulla persona e promuovono la salute ed il benessere attraverso l’occupazione. Le occupazioni sono le attività significative e rappresentative del sé e il mezzo e il fine per ricondurre le persone con limitazioni alla partecipazione al maggior grado possibile di autonomia nelle attività di vita quotidiana, tenendo conto dell’età, della patologia, della prognosi funzionale e del contesto sociale. Questo può avvenire attraverso l’utilizzo di strategie personalizzate per l’abilitazione o il recupero funzionale e/o individuando e adottando anche modifiche ambientali (la partecipazione, infatti, può essere sostenuta o limitata dall’ambiente fisico, sociale, attitudinale o legislativo); in ultimo ma non meno importante, il Terapista occupazionale partecipa alla scelta e all’ideazione di ortesi congiuntamente o in aggiunta a specifici ausili.

Le occupazioni svolgono un ruolo importante anche nell’attivazione e/o riattivazione della cosiddetta “motivazione” che di fatto è il motore attraverso cui la persona è spinta al “fare”. L’intervento del Terapista occupazionale comincia con la raccolta della storia di vita e la valutazione della performance occupazionale inserita in una più generale valutazione funzionale e psicologica, momento fondamentale per l’individuazione e la condivisione degli obiettivi primari con la persona e/o il suo caregiver, all’interno dell’équipe multidisciplinare. Questo permette di garantire la scelta della forma di trattamento con il livello più alto di partecipazione attiva e motivazione al fare in tutto il processo riabilitativo.

Il contesto in cui si inserisce la terapia occupazionale è ampio e comprende strutture pubbliche e private tra cui ospedali, centri per la salute mentale, luoghi di vita (domicilio, lavoro, scuole) e case di riposo, operando nell’ambito della prevenzione, cura e riabilitazione e trattando condizioni fisiche, psichiche e psichiatriche temporanee o permanenti in regime di dipendenza o in libera professione.

Vi sono, purtroppo ancora in numero esiguo, Terapisti occupazionali che operano prevalentemente in ambito universitario, o più in generale nella ricerca e nella formazione.

Ultimamente si parla spesso del ruolo delle professioni sanitarie di comunità. Quale contributo potrebbe apportare il Terapista occupazionale in questo contesto?
Nella Giornata internazionale delle persone con disabilità il ministro della salute ha scritto su Facebook che: “Sono ancora troppe le persone che nel nostro Paese, a causa i problemi di fragilità, vivono delle limitazioni nello svolgere anche semplici azioni quotidiane”.

Uno dei contributi del Terapista occupazionale è proprio quello di far svolgere “semplici azioni quotidiane”, nel contesto di vita. Per esempio, nei centri di riabilitazione si impara di nuovo a camminare, ma attraversare la strada facendo attenzione ai semafori in mezzo ai rumori della città richiede ulteriori strategie. In altri Paesi, vi sono diversi studi multiprofessionali che evidenziano come il Terapista occupazionale contribuisce a ridurre i ricoveri ospedalieri tramite la modifica dell’ambiente di vita, la riduzione del rischio di caduta, l’addestramento all’uso di tecnologie e ausili, e l’adattamento delle attività (ad esempio: prendere il farmaco dalla scatola al giusto orario, nonostante l’artrite o un lieve deficit cognitivo).
Sulla scia dell’Expanded Chronic Care Model (ECCM) il Terapista occupazionale mira a facilitare l’empowerment individuale e della comunità, a supportare l’autogestione, il self management, indipendentemente dal fatto che la persona abbia una diagnosi o stia sperimentando una condizione cronica da molti anni. Nello studio di Cieza et al (2020), pubblicato su Lancet, si sottolinea la necessità che lo sviluppo di servizi di riabilitazione sia prioritario in tutto il sistema salute, con una particolare enfasi sull’integrazione di Terapisti occupazionali e altri specialisti della riabilitazione in contesti di assistenza primaria per ridurre la prevalenza e ritardare l’insorgenza degli effetti disabilitanti delle condizioni di salute croniche.

A livello europeo e mondiale qual è la collocazione?
A livello internazionale la situazione è sicuramente migliore per i nostri colleghi che vantano un riconoscimento marcato sia a livello clinico che universitario, oltre che remunerativo. Per esempio, abbiamo Terapisti occupazionali dirigenti a guidare non solo reparti ma addirittura dipartimenti.
All’estero possiamo vantare un inserimento della figura in settori e/o in reparti attualmente inesplorati in Italia come per esempio i pronto soccorso, le unità di terapia intensiva, le carceri, i centri per immigrati, le assicurazioni, le scuole, i servizi per persone con dipendenze di vario tipo (alimentari, da alcool, droga) e in alcuni Stati arruolati tra le fila degli eserciti militari ed impiegati anche in teatri operativi.

Inoltre, nel campo delle occupazioni, alcuni colleghi esplorano ambiti che in Italia sono sottovalutati, come l’attività sessuale, esclusa nelle valutazioni delle attività di base, in cui il Terapista occupazionale suggerisce la posizione adatta in base alle limitazioni e eventuali supporti o semplicemente come rimanere attivi anche in terza età.

Altro esempio significativo è il coinvolgimento di colleghi in tutte le fasi del Disaster Management, dove attraverso una formazione specifica il Terapista occupazionale da il suo contributo nella gestione delle “maxi-emergenze” (terremoti, tsunami, pandemie, etc.).

Il Money U.S. News & World Report, ha inserito il Terapista occupazionale al 10° (su 29) posto nella classifica 2021 dei migliori lavori della salute e al 19° in quella dei “100 best jobs” in America. Le classifiche tengono conto della posizione della professione negli anni precedenti, ma anche dello stipendio medio, il tasso di disoccupazione, il volume di crescita, la rapidità con cui si prevede che un’occupazione si espanda, la probabilità di trovare un lavoro in futuro.

E per quel che riguarda la formazione universitaria, crede sia adeguata sia per voi che per l’area della riabilitazione?
L’evoluzione del Sistema sanitario e il suo ammodernamento organizzativo e tecnologico non possono prescindere da un rinnovamento continuo della formazione universitaria sia nell’organizzazione che nei contenuti. Coloro che progettano un curriculum di terapia occupazionale, ma anche di qualsiasi altra professione sanitaria, e coloro che insegnano, devono conoscere e interpretare i bisogni di salute, devono avere la capacità di garantire che, quando completeranno il programma, gli studenti abbiano conoscenze, abilità ed atteggiamenti all’altezza di una pratica professionale efficace. In Italia, i Cdl in Terapia occupazionale attualmente attivi sono 11, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, con sedi Roma, Bolzano e Moncrivello (VC) , presso Padova , Milano, Modena e Reggio Emilia, Roma “La Sapienza” con due sedi, presso Chieti e a Catania.
L’attuale disomogenea distribuzione geografica delle sedi formative ha influenzato anche la diversa numerosità di Terapisti occupazionali nei vari territori. Regioni come la Campania, la Puglia o la Toscana, solo per citarne alcune, non hanno promosso l’attivazione di corsi di laurea o hanno lasciato alle università la libertà di decidere. Oltre a questo, un’altra criticità ricorrente è relativa ai programmi che vengono svolti, purtroppo non uniformi sul territorio nazionale, o decisi dalle università in base alle loro risorse.

Un’altra ancora è rappresentata dalle docenze delle materie professionalizzanti non sempre assegnate a professionisti sanitari della materia e alla difficoltà per i professionisti sanitari di accedere alla carriera universitaria. I tirocini, cardini della formazione, non sempre garantiscono esperienze in tutti gli ambiti che dovrebbero costituire il “saper fare” di una professionista sanitario e, quindi, anche del Terapista occupazionale.
I problemi che stiamo vivendo a causa della pandemia dovrebbe portarci a consolidare il rapporto Università e Sanità riconducendo la formazione ad un processo in evoluzione, con i suoi progressi nella tecnologia, sull’uso e l’adattamento degli ausili, della stessa cultura riabilitativa, del sapere scientifico e del progresso intellettuale in ambito sanitario, rimodulando i contenuti e la durata dando maggiore spazio a materie e pratiche (tirocini) professionalizzanti, aggiungendo alla laurea triennale master di specializzazione per i vari ambiti in cui si esercita la terapia occupazionale, da valutare, per esempio, tra le norme di accesso come titolo aggiuntivo e come titolo privilegiato per le assunzioni finalizzate per un servizio a cui si riferisce la specializzazione.

Ci parli meglio del ruolo nella ricerca. E della situazione nel resto d’Europa, è diversa?
Sicuramente si, in ambito internazionale colleghi Terapisti occupazionali sono stimati ricercatori e contribuiscono attivamente ad accrescere il livello della cosiddetta scienza occupazionale che permette di sviluppare, promuovere ed implementare la terapia occupazionale. Tutto ciò grazie anche alla possibilità di accedere alla carriera universitaria unitamente alla possibilità di utilizzare fondi di ricerca di vario genere. La ricerca permette di esplorare aspetti differenti, attenzionando, per esempio, il rapporto di costo-efficacia. Una ricerca mostra che l’assunzione di TO nei dipartimenti di pronto soccorso degli Ospedali Royal Gwent e Nevill Hall, rispettivamente a Newport e Abergavenny, nel Galles meridionale, ha impedito l’ammissione del 50-60% dei pazienti. Un altro studio dimostra che l’analogo utilizzo di TO nell’area di Edimburgo sta impedendo 100 ammissioni al mese, risparmiando almeno 864.000 sterline all’anno.

Il numero dei Terapisti occupazionali è conforme alla domanda sul territorio?
La presenza della nostra figura sull’intero territorio nazionale è fortemente disomogenea: ci sono differenze significative tra una Regione e l’altra con il risultato che non tutti i cittadini hanno la stessa possibilità di accedere ai servizi di terapia occupazionale. Il sistema legislativo sanitario vigente non sempre inserisce il Terapista occupazionale in tutti i percorsi di prevenzione, cura e riabilitazione, con la conseguente mancata appropriatezza e qualità delle prestazioni erogate che dovrebbero essere di pertinenza del Terapista occupazionale come da profilo previsto dal D.M. 136/97 (G.U: 24/05/1997). In un Paese come il nostro ad alto tasso di anzianità e con un trend di crescita della disabilità, la necessità di rispondere ai bisogni di autonomia e di partecipazione nelle attività di vita quotidiana non sempre trovano la giusta risposta. La nostra presenza numericamente resta esigua anche per la scarsità di un potenziale formativo fornito da pochi corsi universitari a noi dedicati che non sono in grado di soddisfare il reale fabbisogno sanitario della popolazione. Il risultato è che mentre nella quasi totalità dei Paesi Europei la presenza di Terapisti occupazionali è decisamente consistente, l’Italia con soli 4 Terapisti occupazionali ogni 100.000 abitanti si posiziona agli ultimi posti a fronte di paesi quali, ad esempio, la Francia con 18, l’Inghilterra con 59, la Germania con 72, la Norvegia 97, la Svezia con 116 e la Danimarca con 187.

Il Ssn italiano forse non vi valorizza a sufficienza. È un problema strutturale?
Se il Servizio sanitario nazionale non valorizza il ruolo del Terapista occupazionale è sia un problema strutturale sia culturale. Per considerare a pieno gli ambiti dove sono richieste le competenze del Terapista occupazionale si dovrebbero realizzare le politiche del modello bio-psico-sociale, promosse dall’OMS, dalla comunità Europea e dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, recepite anche dallo Stato italiano. In questo contesto, si svilupperebbero a pieno le competenze della professione che puntano decisamente alla prevenzione primaria, secondaria e terziaria e consentirebbe di perseguire l’obiettivo primario della professione di promuovere la salute e la partecipazione dell’individuo attraverso l’impegno in occupazioni. Nella realtà assistiamo ad una carente definizione degli organici rispetto alle linee di attività e ad un insufficiente sistema di verifica e valutazione degli accreditamenti che lascia le Regioni e, di conseguenza le strutture sanitarie e sociosanitarie, pubbliche e private, libere di decidere se e in quale quantità prevedere Terapisti occupazionali. È anche un ritardo culturale della Riabilitazione che pecca ancora di conservatorismo di modelli organizzativi che non tengono nella debita considerazione i ruoli e le competenze specifiche rendendo i processi di recupero più lunghi e, di conseguenza, più costosi.

Con l’emergenza Covid-19, qual è stato il vostro ruolo?
L’emergenza ha scardinato le abitudini, le routine, i ruoli, proprio la materia di cui si occupa principalmente il Terapista occupazionale. I decreti e le normative di riduzione del contagio hanno cambiato drasticamente i nostri settings. Ci siamo dovuti reinventare e adattare, trovare nuove modalità operative, modificare l’ambiente lavorativo. Abbiamo percorso più strade. Una, rivolta alla popolazione, lungo la quale abbiamo consigliato come riorganizzare la giornata, per i genitori che si trovano con i figli in casa e alle prese con la DAD, per i caregiver che, con centri diurni e ambulatori chiusi, hanno dovuto aumentare il proprio carico di lavoro. In questa strada, abbiamo dovuto imparare ad usare nuovi strumenti di lavoro, quelli a distanza, videochiamate o anche semplici telefonate. Il Terapista occupazionale ha sperimentato il lavoro da casa, sulla scia delle esperienze degli altri Paesi.

La teleriabilitazione si è confermata un buon mezzo da utilizzare per la valutazione, l’intervento, il monitoraggio, la supervisione e la consulenza, non sostituendo del tutto il face-to-face ma per la prevenzione della perdita della partecipazione nelle occupazioni, il mantenimento dei risultati che si stavano ottenendo o si erano ottenuti prima dell’interruzione del trattamento. La teleriabilitazione è stata utilizzata anche nell’altra strada, quella legata alla persona con esiti di Covid-19 per monitorare la ripresa delle occupazioni nel rientro a casa, accompagnando le dimissioni.

Il Terapista occupazionale ha un ruolo fin dalle prime fasi della malattia. Come riportato dall’Organizzazione mondiale della sanità, man mano che i sintomi respiratori di un paziente migliorano, quando la persona viene staccata dal supporto di ventilazione, arriva il momento della riabilitazione funzionale gestita dell’intero team multidisciplinare, che può includere Terapisti occupazionali, Fisioterapisti, Logopedisti etc. Utilizzando un approccio centrato sulla persona, i Terapisti occupazionali valutano i bisogni delle persone, identificano e esaltano gli aspetti motivazionali, i punti di forza, insegnano tecniche di risparmio energetico e offrono educazione ai caregiver. Partecipare ad occupazioni significative e attività funzionali già durante il ricovero, rafforza la nostra identità e crea un ponte con l’esterno, alleviano alcuni dei problemi di isolamento, deprivazione sensoriale e occupazionale e l’inattività cognitiva, che sono rischi per il benessere futuro. Non conosciamo ancora gli esiti neurologici e nella salute mentale a lungo termine delle persone con esiti di Covid-19, ma il Terapista occupazionale ha le competenze per affrontarli.

Crede possibili riforme nel Ssn che vi riguardino? Come bisognerebbe agire?
Certo che ci credo! Ci battiamo da anni per questo. Credo che i principi della Costituzione e della legge di Riforma sanitaria del 1978 e degli atti seguenti debbano trovare applicazione reale in un Sistema sanitario realmente universalistico e deve applicarsi su tutto il territorio nazionale. Fondamentalmente credo in un sistema che si fondi realmente sulla programmazione territoriale in relazione alla rilevazione dei bisogni di salute e di benessere della comunità, in un sistema integrato socio/sanitario coerente con il modello bio/psico/sociale. Penso ad una riforma che riorganizzi e riqualifichi le strutture nell’ottica della integrazione vera ospedale/territorio/domicilio e viceversa per realizzare il necessario processo di continuità assistenziale/riabilitativo. L’eccellenza del ruolo del Terapista occupazionale è proprio quella del reinserimento della persona nel proprio ambiente di vita e di lavoro.

In un eventuale processo di riforma è fondamentale ridefinire il sistema di accreditamento e di valutazione delle strutture del sistema sanitario prevedendo la certezza dell’efficienza strutturale/organizzativa e prevedendo criteri certi per la definizione della qualità e quantità delle professionalità necessarie, tali da realizzare l’efficacia e l’appropriatezza delle prestazioni mettendo al centro la persona, le sue esigenze e i suoi diritti. Quindi un sistema che ci consenta di “fare”, e sottolineo fare, di esprimere le potenzialità della professione, all’interno di un’eéquipe multiprofessionale, per arrivare all’obiettivo di rendere il più autonomo possibile l’individuo nelle attività della vita quotidiana per Lui significative.
Penso anche alla necessità di sviluppare gli approfondimenti necessari per adattare il profilo professionale per una maggiore autonomia, per adattarlo alle nuove sfide e bisogni di salute emergenti e per renderlo più omogeneo a quello dei paesi Europei che hanno una maggior esperienza e tradizione culturale di Terapia occupazionale e soprattutto per impedire che si continui ad assistere impotenti al fenomeno dell’esercizio abusivo di nostre competenze specifiche.

Bisognerebbe prendere esempio dal resto d’Europa?
In molti stati Europei, il Terapista occupazionale è una figura fondamentale e di riferimento nel team/équipe della riabilitazione/riabilitativo, supportato dall’evidenza scientifica e da propri strumenti e modelli specifici di Terapia occupazionale. Ne danno conferma i numeri: in Germania sono oltre 60 mila, nel Regno Unito 40 mila, in Danimarca 11 mila, in Belgio 12 mila… in Italia supera di poco le 2000 unità. Siamo convinti che sia giunto il momento per uniformarci al resto d’Europa.

Veniamo ora al rapporto con la Fno TSRM e PSTRP.
La Commissione di albo nazionale dei Terapisti occupazionali ha fin dall’inizio instaurato un rapporto di piena disponibilità e collaborazione con la Federazione.

Ci rendiamo conto che la struttura è nuova ed ancora in fase di sviluppo, e che saranno necessari numerosi momenti di confronto su molti temi e progetti che verranno proposti a tutta la Federazione. D’altra parte, siamo l’unico Ordine a mettere insieme 19 professioni sanitarie con una eterogeneità che è anche un elemento di ricchezza, ricordandoci che c’è una base che ci accomuna: siamo tutti professionisti che prendono parte al processo di cura della persona.

Le sfide della FNO dei prossimi anni è di trovare una prospettiva condivisa sugli obiettivi, un equilibrio e una coesione tra tutte le professionalità per poter agire negli interessi degli iscritti e del cittadino. Questo partendo da una buona rete di relazioni sia interna che esterna alla Fno. E noi, come Commissione d’albo nazionale dei Terapisti occupazionali siamo pronti a raccogliere la sfida per far diventare la Fno quella “Casa comune” alla quale tutti possano sentire di appartenere.

E come vede la coesistenza fra 19 professioni così diverse?
La ricchezza sta nella diversità; la coesistenza è possibile nel rispetto delle competenze specifiche di ogni professione, la nostra presenza è finalizzata al fornire un servizio il più possibile completo, strutturato e di qualità alla popolazione.

Siamo tutti ingranaggi di un unico motore e il suo funzionamento risulterà difficile se anche solo uno dei suoi ingranaggi salta. Nella clinica la coesistenza è alla base del lavoro di équipe su cui la nostra professione punta molto.

Lorenzo Proia

Leggi le interviste precedenti: Audiometristi (Cino); Perfusionisti (Scali); Tecnici di neurofisiopatologia (Broglia); Podologi (Cassano).

21 aprile 2021
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