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Psichiatria. Pavidi e temerari lascino perdere. Non fa per loro

09 DIC - Gentile Direttore,
ho letto con un certo disorientamento la lettera, pubblicata qualche giorno or sono da un Collega, relativa alla questione della responsabilità professionale degli psichiatri e alla cosiddetta “posizione di garanzia”. Debbo dire che sconcerta il fatto che un argomento così delicato, che investe radicalmente le funzioni degli operatori della salute mentale (di tutti gli operatori, ma specialmente di quelli che lavorano nelle istituzioni pubbliche della salute, nei servizi di salute mentale, negli ex OPG, nelle nuove REMS, nei servizi sanitari delle carceri), venga trattata con tanta superficialità.
 
Nella lettera si diceva, in buona sostanza, che non è giusto che lo psichiatra, che ha funzioni di cura, si occupi anche del “controllo” dei suoi pazienti; che bisogna far uscire la psichiatria dalle aule dei tribunali, poiché tutte le persone, quando commettono dei reati, sono capaci di intendere e di volere; che è bene, quindi, che i folli-rei vadano in galera.


Occorre prima di tutto rammentare che la psichiatria moderna nasce nelle carceri. Nasce a Firenze (con S. Dorotea de’ Pazzerelli) a metà del 1600. Poi nasce in tutto il mondo occidentale un secolo e mezzo più tardi, quando dei medici sensibili e avveduti fanno presente al mondo della giustizia e delle pene (che allora erano eminentemente pene “corporali”) che taluni soggetti, ancorché autori di reati, magari efferati, andavano curati perché sofferenti nella mente e non andavano soltanto puniti.
 
A due secoli di distanza, invece, ecco che qualcuno propone di rimandare in carcere i folli rei, avendo essi dimostrato, compiendo dei reati, di essere anche cattivi, oltre che folli. Se captivi, devono ovviamente (etimologicamente) stare in galera. Aboliamo il doppio binario, aboliamo cioè la non imputabilità per incapacità di intendere o di volere. Restituiamo il diritto alla pena al malato di mente e mandiamolo, quando colpevole di reati, nelle patrie galere, così civili da ricevere dalla CEDU “medaglie” come la sentenza Torrigiani (la condanna per condizioni disumane e degradanti). Ma sì: mettiamo in galera i folli cattivi e, soprattutto, scordiamoci di loro! Scordiamoci di curarli una volta che saranno entrati in carcere! Soprattutto perché, essendo stati giudicati come responsabili (come capaci di intendere e di volere) per i reati compiuti, non si capisce perché dovrebbero essere meno “responsabili” nel momento in cui, del tutto inconsapevoli della loro malattia mentale e quindi not compliant, rifiuteranno le cure.

La proposta di abolizione del doppio binario è la più aggiornata e surrettizia conseguenza di una ideologia che suppone (e che in passato ha affermato con forza) che la malattia mentale non esiste, che la tossicodipendenza è una modalità con cui si neutralizza la protesta sociale, che il carcere è del tutto inutile e che va abolito (mantenendolo solo per i folli-cattivi, si capisce!).

Ho lavorato e lavoro da quasi trentasei anni in carcere, in OPG, nella prima residenza psichiatrica italiana per folli-rei, nei servizi pubblici di salute mentale. La mia esperienza clinica mi ha insegnato che, quando curo un paziente affetto da una grave patologia (specie se si tratta di una forma paranoide, oppure di un grave disturbo dell’umore), mi occupo precisamente della sua salute quando preservo lui per primo, e quindi l’intera società, dalla pericolosità sociale che in talune fasi quella grave patologia potrebbe comportare (non sono ipocrita e chiamo la pericolosità sociale col suo nome). Preferisco, in genere, occuparmene preventivamente, ricorrendo se del caso a ricoveri in ambito ospedaliero (anche in regime di trattamento sanitario obbligatorio, come estrema ratio e dolorosamente anche per me) ovvero alla nomina di un amministratore di sostegno (sono fra coloro che propongono l’abrogazione della interdizione e della inabilitazione) o infine, come faccio da tre lustri, approntando per i folli-rei soluzioni terapeutiche e trattamentali alternative al carcere e all’OPG.

Mi piace occuparmi di queste persone, sofferenti e molto difficili da curare. Penso che molti operatori della salute mentale siano professionalmente capaci di una buona assistenza. La differenza tra una buona e una cattiva assistenza però, come ci ricorda Ian McEwan in Sabato, è pressoché infinita: la colpa professionale, come la rintracciamo in chirurgia, la potremmo anche rintracciare in salute mentale. Perché la Psichiatria non muoia proprio lì dove è nata pochi secoli or sono, occorre che gli operatori siano competenti, resilienti e coraggiosi: i pavidi e i temerari non si impegnino in questa avventura terapeutica.
 
Mario Iannucci
Psichiatra del DSM di Firenze (anche nel Carcere di Sollicciano)
Responsabile de ‘Le Querce’, Residenza Psichiatrica per pazienti autori di reato 


09 dicembre 2015
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