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Noi giovani e quel lavoro gratuito e dequalificante in sanità

28 GIU - Gentile direttore,
Sono una specializzanda in Biochimica Clinica ed ho la fortuna di frequentare da 18 mesi la U.O.C di Biochimica Clinica di un noto ospedale napoletano; fortuna perché, nonostante il servizio prestato quotidianamente sia del tutto gratuito, noi giovani vogliamo vedere in ogni situazione una possibilità e questa è stata per me una grande occasione per ampliare ancor di più il mio bagaglio professionale, specializzandomi ulteriormente. Il mio reparto, di recente visitato anche dal nostro Governatore De Luca, sembrerebbe che sia alla avanguardia per strumentazioni e tecnologie, per le quali, negli ultimi due anni, sono stati investiti centinaia di milioni, al fine, suppongo, di migliorare la qualità del servizio sanitario.

Dietro le quinte di questo spettacolo, esiste un’altra realtà, quella degli specializzandi, biologi volontari e tecnici di laboratorio, che collaborano attivamente a mandare avanti la grande mole di lavoro che si è riversata sul nostro reparto al seguito dell’accorpamento con altre due strutture ospedaliere in cui i reparti di biochimica clinica sono stati chiusi. Questa categoria eterogenea di professionisti, accomunata dalla giovane età e dalla grande voglia di imparare, fare bene ed affermarsi, si reca ogni giorno presso i reparti per fornire il proprio supporto professionale, a titolo gratuito, a dispetto di impiegati pubblici, medici e biologi strutturati e dirigenti che ricevono invece profumati stipendi per recarsi sul posto di lavoro, talvolta, solo formalmente, quando ci arrivano.


Premetto, senza alcuno scrupolo, che sono contro il lavoro gratuito, dequalificante e poco motivante, che sembrerebbe essere una prassi molto diffusa. Reputo tale prassi ingiusta soprattutto quando la motivazione è la carenza di fondi della Sanità Campana. Come gli addetti al settore ben già sapranno, molti soldi sono sprecati per acquistare kit diagnostici che sono lasciati in frigo a scadere, per comprare macchinari costosissimi, utilizzati al minimo delle potenzialità per pigrizia o negligenza, per l'uso inappropriato dei materiali, soldi con i quali si pagherebbero contratti a ragazzi in gamba, volenterosi e preparati che potrebbero addirittura avviare nuovi progetti di ricerca e aumentare l'efficienza dei singoli reparti.

Questo meccanismo senza morale danneggia il sistema pubblico, accresce il debito Italiano, e sminuisce la dedizione di chi lavorerebbe producendo il doppio con la metà delle spese.

Ora mi domando, se questo meccanismo legittima i lavoratori pubblici a fare il minimo indispensabile sul posto di lavoro, se il sistema non gratifica come dovrebbe chi si impegna e lavora in modo professionale, chi garantirà la qualità del servizio negli anni futuri? E soprattutto cosa deve fare un ragazzo che ha studiato tanti anni e vorrebbe poter guadagnare e crescere professionalmente quando l'impegno e la preparazione sembrano non valere più nulla? Siamo davvero sicuri che dietro le tante risposte: "Non la posso pagare perché non ci sono soldi" ci sia il reale tentativo di cambiare questa dinamica lavorativa e migliorare i servizi?

Da questo punto di vista la mancanza del lavoro è una problematica che interessa tutti, anche coloro che, incapaci di guardare oltre il proprio piccolo io, sono felici perché loro o i loro figli hanno per fortuna un lavoro.

E’ arrivato il momento che i giovani si riprendano il loro futuro e che risollevino le sorti di questo paese e la qualità dei nostri servi pubblici. E’ il momento che lo stato ci tuteli dandoci la concreta possibilità di trovare lavori dignitosi e remunerati.
 
La mia osservazione non è rivolta ad un contesto lavorativo in particolare ma a tutte le dinamiche ospedaliere ed universitarie che accomunano i miei colleghi.

Il mio è un dispiacere legato alla situazione personale ma anche a ciò che si potrebbe fare per migliorare le dinamiche dei nostri ospedali e che ahimè non si fa.
 

Alessia Borgia 
specializzanda in Biochimica Clinica

28 giugno 2016
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