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Coronavirus e visoni

17 NOV - Gentile Direttore,
fra le diverse specie animali naturalmente e/o sperimentalmente sensibili nei confronti dell'infezione da SARS-CoV-2 - il tristemente famoso coronavirus responsabile della CoViD-19 e, nondimeno, della pandemia che ha finora colpito oltre 55 milioni di persone, con almeno 1.300.000 casi di malattia ad esito infausto -, vi e' anche il visone. Trattasi di un animale (mustelide) da pelliccia, che viene allevato in molti Paesi (fra cui l'Italia) e che, oltre ad esser naturalmente suscettibile nei riguardi dell'infezione da SARS-CoV-2, si e' parimenti rivelato in grado di ritrasmettere il virus all'uomo.
 
Tale fenomeno, denominato "viral spillback", e' stato documentato per la prima volta, qualche mese fa, in alcune aziende olandesi e, piu' recentemente, in diversi allevamenti danesi, spagnoli, italiani e greci, relegando il visone nella "scomoda" posizione della sola specie animale capace, a tutt'oggi, di "restituire" il virus - per cosi' dire - all'uomo dopo averlo acquisito dallo stesso.
 
Ed e' proprio sulla scorta di questi elementi conoscitivi che in diversi Paesi, fra cui il nostro, sono stati emanati dalle competenti Autorita' Sanitarie tutta una serie di provvedimenti restrittivi nei confronti degli allevamenti di visoni con casi accertati o sospetti (come anche senza casi) d'infezione da SARS-CoV-2, fino alle "draconiane" misure adottate dalla Danimarca, ove e' stato disposto l'abbattimento dell'intera popolazione di visoni allevati in quella Nazione, assommante a circa 17 milioni di capi.

 
Quel che maggiormente preoccupa le Autorita' Sanitarie e che alimenta, al contempo, vivaci ed accese discussioni in seno alla Comunita' Scientifica e' la documentata presenza, nei visoni SARS-CoV-2-infetti - cosi' come in alcuni addetti operanti all'interno dei succitati allevamenti, che avrebbero a loro volta acquisito l'infezione dagli stessi -, di una variante del virus diversa, quanto al mosaico antigenico di superficie ("proteina S" o "Spike protein") che la caratterizza, dai ceppi/dagli isolati/dalle varianti di SARS-CoV-2 comunemente riscontrate/i nella nostra specie. Secondo alcune fonti, la variante identificata nei visoni avrebbe una ridotta immunogenicita' rispetto a quelle circolanti nella popolazione umana, vale a dire che l'efficienza/efficacia della reazione immunitaria derivante dall'esposizione ad essa sarebbe (piu' o meno) ridotta se confrontata con la "magnitudo" della risposta immunitaria conseguente all'infezione sostenuta dalle varianti/dai ceppi virali presenti nell'uomo.
 
Un ulteriore elemento di preoccupazione risiederebbe nella protezione conferita dai futuri vaccini anti-SARS-CoV-2/CoViD-19 nei riguardi della variante virale dei visoni, che secondo alcuni potrebbe risultare anch'essa (piu' o meno) ridotta.
 
Si tratta di dubbi e preoccupazioni che, per quanto legittimi e sorretti da plausibilita' biologica, non sarebbero in alcun modo confortati, allo stato attuale, da studi che annettano o, al contrario, tolgano loro forza.
 
Concludendo, mentre si rimarca la necessità e la cogenza di ricerche "ad hoc", da un lato, andrebbe parimenti sottolineato, dall'altro, che SARS-CoV-2 - il settimo coronavirus noto nella nostra specie - avrebbe, da un punto di vista strettamente "evolutivo e conservazionistico" (dove gli aggettivi "evolutivo" e "conservazionistico" vanno intesi come specificamente riferiti all'agente virale, non a noi!), scarso interesse ad infettare "nuovi" animali, allorquando il "salto di specie" dallo stesso compiuto, "illo tempore", dal pipistrello all'uomo (passando probabilmente attraverso una specie "intermedia", non ancora identificata a tutt'oggi), lo ha messo in condizione di infettare, potenzialmente, ben 8 miliardi di persone, un vero e proprio "bingo"!
 
Prof. Giovanni Di Guardo
Docente di Patologia Generale e
Fisiopatologia Veterinaria
Universita' di Teramo
Facolta' di Medicina Veterinaria

 

17 novembre 2020
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