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Con quale sanità, dopo la pandemia, ci presenteremo ai cittadini?

di Calogero Spada

19 MAR - Gentile Direttore,
noi beneficiamo già di una sanità di stampo Beveridgiano, pubblica ed al servizio di tutti … però condivido pienamente la questione, sollevata nei diversi interventi del Forum di Quotidiano Sanità sul tema della sinistra e la sanità, che la sanità diventi più pubblica e più universale. Sulle riforme culturali, sulla esigenza di scegliere, magari anche ridefinendo le più «faticose strade del cambiamento culturale e del pensiero riformatore» ed auspicando «grandi cambiamenti sociali», identificherei, tra i vari “guasti” introdotti l’attuale arbitrario rigetto delle più comuni e consolidate evidenze scientifiche ed il generale scetticismo sulla scienza.
 
A riguardo, pur senza pretese di disegnare catene causali, ricordo quanto occorso nel 2004: l’esclusione dai programmi scolastici delle teorie evoluzionistiche.
 
Quello della cultura in generale è forse lo scenario più preoccupante della società moderna, che influenza e sempre più influenzerà ogni ambito: non si può pretendere di vivere in un pianeta ipertecnologico senza avere anche una minima dimestichezza con i caposaldi sia scientifico-tecnologici, sia umanistici; fondamenti che più che fornire nozionismo contribuiscono ad una eterogenea formazione improntata al c.d. “dubbio metodologico”, che rende il migliore approccio, sia esso didattico o di ricerca.

 
Sono riflessioni storiche già assunte da secoli, quale quella dello scienziato persiano Alhazen (II secolo d.C.), che qui mi piace riprendere: «Trovare la verità è difficile e la strada è ardua. Come cercatori della verità siate saggi nel trattenere il giudizio e non limitatevi a porre fiducia negli scritti degli antichi; dovete metterli in discussione ed esaminarli da ogni punto di vista. Sottoponete ogni cosa ad esame dialettico e sperimentale senza fidarvi ciecamente dell’opinione altrui, perché ogni essere umano è vulnerabile ad ogni possibile imperfezione. Come cercatori della verità dobbiamo anche sospettare e dubitare delle nostre idee mentre continuiamo ad indagare per non cadere noi stessi vittime del pregiudizio o del pensiero incauto. Seguite questa strada e presto la verità vi sarà rivelata.».
 
Se invece si balbettano «soluzioni abbastanza insoddisfacenti» è perché oggi la difficoltà maggiore è non soltanto quella di dare la parola a tutti, ma di analizzarne i contenuti e di metterli in una scala di priorità: in questo processo non dovremmo mai dimenticare che l’organizzazione della sanità è seconda in complessità (e non sempre) solo alle agenzie spaziali.
Preso atto del risultato «amministrato e riorganizzato tanto ma riformato così poco», è proprio il “trade-off” Stato Regioni, forse la principale causa tanto di problemi quanto di contraddizioni, che andrebbe riformato: o ci si ispira integralmente all’articolo 32 della Costituzione, con regole generali valide uniformemente, oppure non sarà il regionalismo differenziato che ci porterà nel baratro, e nemmeno le «controriforme costituzionali, la privatizzazione, la centralizzazione della governance» … ma il caos indotto da tutti questi aspetti.
 
Da professionista sanitario non medico, (chiedo venia) un paio di campanilismi:
1. Sulla «precarietà dei presupposti della formazione» e del loro fondamentale ruolo in una logica davvero riformatrice, ha ragione Lucia Di Lorenzo: bisogna essere «preparati e coraggiosi»; una linea sottoscritta da me e da molti altri. La emancipazione dei non medici dovrà partire nelle università ma troverà il suo giusto coronamento nell’aggiornamento degli atti governativi, che li libereranno definitivamente da ogni vincolo di subalternità.
 
2. Per quanto alla disamina sugli «ultimi tre ministri della salute» + Bindi: visto che i professionisti sanitari non medici hanno raggiunto vette insperate, quali la dirigenza delle aziende ospedaliere e che in Italia abbiamo anche accettato che con la sola scuola dell’obbligo si possa assurgere alle poltrone ministeriali … allora diciamo che forse, quando avremo per ministro della Salute un professionista sanitario non medico, vedremo qualcosa di diverso e di buono.
 
Infine, per non sciupare questa «occasione storica irripetibile» quella che si impone è proprio una attenta riflessione sulla criticità di disaffezione cultuale che la pandemia ha sollevato; vorrei qui anche ricordare la vicenda di Ignaz Philipp Semmelweis – prima metà del 1800 – nota negli atenei di medicina: un tragico esempio di una vita dedicata alla ricerca scientifica in campo medico, spezzata anzitempo dall’ottusità dei clinici di allora, che attaccarono la sua pratica del lavaggio delle mani, osteggiandola ferocemente e mettendo a tacere le sue pionieristiche intuizioni.
 
Una “frizione” delle mani che questa pandemia ha invece riproposto quale metodo fondamentale.
Quindi la riflessione che propongo a fianco all’interrogativo «Con quale sanità, dopo la pandemia, ci presenteremo ai cittadini?», in sintonia con quanto indicato da Vittorio Carrieri: serve «la partecipazione della gente ed un reale controllo democratico», è: Quale sanità sarà desiderata e voluta dai cittadini?
 
Evidentemente la migliore sanità sarà quella pensata e voluta da chi avrà saputo fare le più opportune riflessioni, cioè quella migliore «sintesi ben circostanziata».
 
Dr. Calogero Spada
Dottore Magistrale
Abilitato alle Funzioni Direttive
Abilitato Direzione e Management AA SS
Specialista TSRM in Neuroradiologia

 

19 marzo 2021
© Riproduzione riservata


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