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I forum di Quotidiano Sanità. La sinistra e la sanità: quali prospettive?

di Ivan Cavicchi

Con Cesare Fassari, il direttore di questo giornale, abbiamo pensato, considerando la particolare circostanza in cui si trova oggi la sanità, di aprire sulla questione “sinistra e sanità”, alla quale è dedicato il mio ultimo libro, un dibattito aperto a partire da questo articolo al quale seguiranno interventi vari, i più diversi di tutti coloro che avranno piacere di partecipare e di dare un contributo

15 MAR - “La sinistra e la sanità, da Bindi a Speranza con in mezzo una pandemia” (Castelvecchi) è il titolo del mio nuovo libro, un pamphlet che non arriva a 100 pagine deliberatamente concepito per  non fare analisi super circostanziate, ma per provare, data la situazione drammatica in cui viviamo, a mettere il dito nella piaga o quanto meno a sollecitare una riflessione politica.
 
Da una parte”, si legge subito all’inizio dell’introduzione “la pandemia ci ha confermato ciò che sapevamo da tempo e cioè che vi è una grande necessità di una “quarta riforma”, dall’altra, la sinistra nel suo complesso, non è in grado di esprimere un pensiero riformatore degno della sfida” e poi, un po’ più avanti il paradosso dei paradossi, quello che purtroppo mi riguarda personalmente da vicino: “perché il pensiero riformatore di sinistra trova nella sinistra il suo più grande ostacolo?” 
 
E di seguito altri imbarazzanti quesiti, perché la sinistra in questi 40 anni di Ssn:

- ha sempre confuso i “problemi” con le “contraddizioni”, cioè le cose che per essere “risolte” non hanno bisogno di riforme ma solo di aggiustamenti con le cose che, al contrario, per essere “rimosse” non hanno bisogno solo di aggiustamenti ma di riforme culturali cioè di cambiamenti più profondi?
- ogni volta che le “contraddizioni” sono state  ridotte a “problemi” quasi sempre si è finito  per sconfinare nella controriforma e a volte nel pensiero neoliberale o comunque in una qualche lesione della natura pubblica della sanità? 
 
Perché oggi, neanche di fronte ad una pandemia che ha messo a nudo le criticità del Ssn, con così tanti morti e un ministro di sinistra, e per giunta con tanti soldi a disposizione, proprio come sinistra, non siamo in grado di buttare giù una bozza di riforma ma balbettiamo soluzioni abbastanza  insoddisfacenti?
 
E’ vero, in questi anni i concetti “riordino”, “riorganizzazione”, “razionalizzazione”, “potenziamento”, sono stati usati, soprattutto dalle regioni, come se fossero tutti sinonimi di “riforma”, ma in realtà senza esserlo veramente,  anche se è innegabile che, essi, hanno introdotto dei cambiamenti importanti, ma quasi sempre però a contraddizioni invarianti (si pensi solo agli squilibri territoriali e alle diseguaglianze, l’accesso ai diritti, quindi ai Lea, ai criteri di allocazione delle risorse, ecc).
 
Le “regioni rosse” non c’è dubbio hanno fatto i salti mortali per applicare le riforme e per salvare la baracca, riuscendo a reggere per anni lo scontro con il sotto-finanziamento e quindi riuscendo ad amministrare praticamente l’impossibile.
 
Ma perché, nell’amministrare al meglio la cosa pubblica, nonostante tutto, noi di sinistra, non siamo riusciti a riformare quello che, difronte ai tanti, tantissimi cambiamenti del mondo, avremmo dovuto e potuto riformare? Cioè perché in certe regioni abbiamo amministrato e riorganizzato tanto ma riformato così poco, al punto che per, riuscire a amministrare, comunque e in ogni caso, non abbiamo esitato a prendere anche  strade pericolose come le controriforme costituzionali, la privatizzazione, la centralizzazione della governance, ecc.?
 
Perché, gli ultimi tre ministri della salute, pur appartenendo ciascuno a forze politiche diverse, Lorenzin, Grillo e Speranza, rispettivamente riconducibili a tre diversi contesti politici del Paese,  sono, nonostante le loro diversità ontologiche, così epistemicamente tutti drammaticamente uguali? Cioè, perché costoro, nuance a parte, alla fine ragionano tutti allo stesso modo, come se tutti e tre fossero degli amministratori dell’ordinario cioè  dei “finti riformatori”? Bluffer, nulla di più.
 
E, al contrario, perché ministri cattolici di sinistra come la Bindi, straordinaria figura politica del nostro Paese, nella sua riforma del ‘99 per mediare ad ogni costo sul problema della sostenibilità finanziaria, da una parte cede culturalmente così tanto alle ideologie e politiche  avversarie (si pensi ai fondi assicurativi, all’introduzione dell’intramoenia, alla commistione pubblico privato, ecc.) e, dall’altra parte, pur investendo sul territorio sulla prevenzione, non le viene in mente perché del tutto inconcepibile, di riformare queste vecchie idee  appiattendosi  come tutti sul senso comune  contro  l’ospedale?
 
Cioè perché si è fatta la 229  o non un altro genere di legge?
 
Insomma che a sinistra in questi 40 anni siano emersi molti problemi è innegabile e cioè:
- un enorme limite culturale, (implementare una qualsiasi riforma non è mai un lavoro  banale di applicazione) e poi “applicare” una legge e “attuare” una legge sono impegni culturalmente tra loro molto diversi;
 
- un “senso comune” prevalentemente amministrativo che alla fine ha dettato alla politica soluzioni soprattutto amministrative, ritenute ovviamente necessarie, uniche e irrinunciabili quindi senza alternativa (si pensi all’azienda, all’appropriatezza, agli scorpori degli ospedali, agli accorpamenti territoriali, ecc.);
 
- una politica che, di, fronte a potenti contraddizioni e a grandi cambiamenti sociali ha di fatto preferito le scorciatoie, cioè le soluzioni più facili, rifiutando, a priori, con la scusa immancabile dell’emergenza e dei piedi per terra, le faticose strade del cambiamento culturale e del pensiero riformatore (si pensi solo al mondo del lavoro che è ancora oggi  interamente pietrificato in un quadro giuridico, quello sostanzialmente  del 761, che dire obsoleto è poco);
 
- errori gravi di valutazione politica, come quello che per rispondere alla spinta federalista della Lega, decide di  contro-riformare il titolo V e alla fine senza definire davvero una governance adeguata alla complessità della sanità;
 
- omissioni pesanti come pensare di poter riformare la sanità senza per lo meno aggiornare la medicina e quindi i presupposti della formazione, congelando le prassi delle professioni come se fossimo ancora al tempo delle mutue.
 
Oggi in questo quadro e con la pandemia che ci perseguita, forse una riflessione sul “manico”, quindi sulla sinistra come soggetto riformatore mancato, bisogna farla. La posta in gioco è sul serio molto alta.
Probabilmente, dopo che avremo raggiunto  la fantomatica soglia di gregge, la sanità si troverà con i problemi di prima e più di prima, per di più a contendersi al momento delle leggi finanziarie  le risorse che la spesa pubblica  deciderà o non deciderà di rendere disponibili.
 
Questo specie di possibile “crepuscolo della sanità” probabilmente coinciderà con il confronto elettorale che avremo con le prossime elezioni politiche. Con quale sanità, dopo la pandemia, ci presenteremo ai cittadini? E quale sanità ci serve per risolvere i tanti problemi degli  operatori, del lavoro, i problemi di funzionalità dei servizi e come sovraprezzo le future sfide epidemiche ?
 
Sono anche convinto che, se sciuperemo l’occasione della pandemia per cambiare le cose che non vanno, sciuperemo un’occasione storica irripetibile. 
 
Ma alla fine, proprio io che da anni per amore della  sanità pubblica inseguo, quasi sempre a dispetto dei santi e purtroppo anche della sinistra, la soluzione riformatrice, mi sono convinto che alla fine non ha senso contestare a Speranza (e a chi lo ha preceduto) le sue proposte, se la sinistra non è in condizioni di essere “di sinistra” cioè non è in grado di essere il soggetto riformatore che per le necessità del mondo dovrebbe essere.
 
Sono anni che, anche su questo giornale, dico che dovremmo tirare una riga, fare una sintesi  ben circostanziata delle criticità, scrivere una “quarta riforma” nella quale sistemare tutte le nostre cose, tutti noi liberi di usare il nostro ingegno, le nostre conoscenze, le nostre esperienze, quindi di andare oltre i soliti schemi, i soliti opportunismi e le solite apologie, cioè di emanciparci financo dalle nostre “sacre” riforme, quelle che in questi  anni abbiamo trattato, salvo controriforme, come se fossero verità scolpite nel bronzo   quando ovviamente sono altro.
 
Se, neanche con una pandemia abbiamo il coraggio di essere e di pensare come sinistra allora siamo messi davvero male.
A me interessano due cose:
- che la sanità diventi più pubblica non meno e che continui a essere più universale di prima;
- che la sanità sia sempre più adeguata (non appropriata) quindi ancora più coerente con i bisogni della società  ricostruendo per questa strada un più forte grado di fiducia sociale.
 
Con Cesare Fassari, il direttore di questo giornale, abbiamo pensato, considerando la particolare circostanza in cui si trova oggi la sanità, di aprire sulla questione “sinistra e sanità” un dibattito aperto a partire da questo articolo al quale seguiranno interventi vari, i più diversi di tutti coloro che avranno piacere di partecipare e di dare un contributo.
 
Grazie a tutti, anticipatamente
 
Ivan Cavicchi

 

15 marzo 2021
© Riproduzione riservata


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