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Le Regioni, la Costituzione e la Sanità/1. “Il perché di un fallimento”

di Ivan Cavicchi

Penso che le accuse di questo periodo contro le regioni devono essere più meditate. Le loro colpe sono principalmente due: non essere riuscite a “diventare regioni veramente” e non essere riuscite a onorare il contratto politico che in cambio di poteri chiedeva loro una capacità riformatrice

05 NOV - Stiamo assistendo ad un funerale più triste del solito, quello delle regioni. Il tempo è piovoso, comincia a far freddo, nessuno che dica una parola di pietà e di circostanza. Dietro il feretro oltre alla mestizia meteorologica neanche un cane. Da questa indifferenza generale si capisce quanto esse siano state amate e odiate.
 
Non passa giorno senza che qualcuno ne parli male. Oggi è facile. Meno facile, è stato durante il loro massimo splendore e ancor più difficile è stato criticarle senza pagare pegno. Non voglio dire di più. Titolari di un immenso potere sulla sanità non hanno solo mortificato l’indipendenza di pensiero, non hanno solo piazzato nei posti chiave uomini mediocri che alla sanità non hanno dato niente, ma hanno conteso decisioni importanti allo Stato centrale, condizionato il Parlamento, mortificato ministri…e tutto ciò non in ragione di una autorevole leadership, ma di poteri esibiti come ”muscoli” e di una politica generalmente decadente fatta da gente spesso o a volte mediocre, maneggiona, cooptata da quell’eclettismo stucchevole che ancora oggi assegna la sanità a chiunque come se fosse un bar.

 
Di tanti assessori che ho conosciuto non ne ricordo uno che avesse un’idea politica di sanità che non fosse semplicemente quella di amministrarla. Molti sono stati e sono bravi amministratori ma nulla di più. Oggi le regioni incassano a testa bassa l’onta del disonore anche quelle che non se lo meriterebbero perché male non hanno fatto. Tra loro tuttavia non c’è nessuno che abbia un pensiero riformatore capace di governare il difficile momento che stanno vivendo. Quando leggo che Errani, colui che non si è reso conto di quanto, in questi anni, i suoi accordi gli sottraessero sovranità, protesta contro la legge di stabilità invocando la riduzione dei Lea, mi chiedo dove sia finita la politica.
 
Quando leggo che le regioni litigano tra loro su come fare i costi standard, non su come definire qualcosa che le rappresenti come peculiarità, mi chiedo come non si rendano conto che la trappola è proprio quella di avere una “regione standard” che proprio perché standard può essere gestita “massiccciamente” con un computer? Se le regioni sono standard che senso ha dare in gestione la sanità a 21 assessori regionali?
Quando sento certi assessori che alle restrizioni finanziarie del primo ordine imposte loro dal governo rispondono con restrizioni del secondo ordine chiamandole “misure di riordino”, mi chiedo che fine ha fatto il riformismo. Vabbè tutto quello che si vuole…ma fatemelo dire, nella riforma del Titolo V non è l’obbligo della tenuità intellettuale. Come non c’è obbligo al pressapochismo che è di coloro che invece alle regioni vogliono fare la pelle. Quando leggo su “Qs” che le colpe delle regioni sono gli “scandali” e le “diseguaglianze” per cui le regioni andrebbero punite togliendo loro i poteri per darli al ministero della Salute, beh mi piacerebbe discutere un po’ di più sul problema e sulle soluzioni.
 
Di scandali purtroppo non siamo scarsi a nessun livello della nostra Repubblica quanto alle diseguaglianze esse ci sono sempre state prima e dopo la riforma del Titolo V. Anzi a me pare che negli ultimi anni le diseguaglianze si siano ridotte ma solo perché chi stava meglio oggi sta peggio. Se fino ad ora solo 8 regioni garantivano i lea, oggi il massimo rappresentante delle regioni, il presidente Errani, ci propone di ridurre i lea per tutti cancellando “finalmente” questa orribile diseguaglianza (sic!).
No…signori cari…io penso che le accuse contro le regioni devono essere più meditate. Le loro colpe, per me, sono principalmente due: non essere riuscite a “diventare regioni veramente” per essere adeguate ai loro poteri; non essere riuscite a onorare quel contratto politico che in cambio di poteri chiedeva loro una capacità riformatrice. Oggi la crisi e il resto presentano il conto.
 
E’ vero che le regioni sono state tartassate dai limiti finanziari ma è altrettanto vero che i limiti da sempre fanno parte della sanità e che i limiti in ogni caso sono culturalmente resistenti a qualsiasi pensiero debole, e poi in futuro avremo non meno ma più limiti. Le regioni non hanno saputo rispondere alle sfide del cambiamento di cui i limiti sono solo una parte. E soprattutto, l’ho detto tante volte, non sono riuscite a trasformare i limiti in possibilità quindi a non cogliere le opportunità della post modernità.
Oggi se avessero davvero fatto le regioni se fossero diventate veramente regioni non saremmo in questa drammatica situazione. La principale colpa per me, è quindi soprattutto politica. La modifica dell’art. 117 che si sta proponendo saprà colmarla? Io credo di no perché non si risolve un problema di strategia riformatrice dislocando semplicemente poteri dalle regioni al centro.
Credo che avesse ragione Aristotele che non separava mai la “forma di governo” dalle “capacità di comando” come lui le chiamava, che come dimostra la storia, non dipendono mai dai poteri tout court ma dall’incontro felice tra comando, pensiero, contesti e azione. I controriformatori dell’art .117 ci dicano cosa intendono fare della sanità oggi per domani e poi discuteremo della “forma di governo” e della “capacità di comando” più adatta. Riprenderemo il discorso.
 
Ivan Cavicchi
 


05 novembre 2012
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