Il nuovo tariffario della specialistica supera la logica dei prezzi amministrati sganciati dalla realtà. Ma apre una questione: lo stesso prezzo nazionale può davvero garantire gli stessi LEA in territori diversi?
Recentissimamente il Servizio sanitario nazionale cambia tariffario. Ma sarebbe un errore leggere il decreto Salute-Mef del 7 agosto 2026 come un semplice ritocco dei prezzi di visite, diagnostica, dialisi, riabilitazione e protesica.
Il provvedimento segna qualcosa di più importante: il ritorno del costo effettivo della prestazione nella determinazione di quanto il SSN deve riconoscere a chi quella prestazione produce.
Sembra un’ovvietà. Non lo è affatto.
Il precedente tariffario del novembre 2024 era stato investito da un vasto contenzioso e il Tar Lazio ne aveva disposto l’annullamento, con efficacia differita. È lo stesso nuovo decreto a ricordarlo e a prendere atto della necessità di «definire nuovamente» le tariffe.
Questa volta il Ministero ha avviato una rilevazione dei costi effettivi, costruendo una base conoscitiva aggiornata. Una scelta coerente con l’art. 8-sexies del d.lgs. 502/1992, che lega la remunerazione ai costi standard delle prestazioni, all’efficienza, all’appropriatezza e alla qualità delle strutture. La stessa norma impone aggiornamenti periodici che tengano conto dell’innovazione tecnologica e organizzativa e dell’andamento dei fattori produttivi. La rilevazione dei costi era stata avviata dal Ministero proprio con l’obiettivo dichiarato di ricostruire analiticamente le componenti economiche delle prestazioni.
È questo il vero punto politico-sanitario. Una tariffa insufficiente non produce efficienza: produce inevitabilmente qualcos’altro. Riduce l’offerta, rende alcune prestazioni economicamente insostenibili, alimenta le liste d’attesa e può spingere l’assistito verso il pagamento privato. Il prezzo amministrato, quando perde il rapporto con il costo, rischia dunque di trasformarsi in un razionamento silenzioso del diritto.
Il nuovo decreto tenta di correggere questa distorsione. Le prime visite vengono mediamente portate a 26 euro; aumentano alcune prestazioni diagnostiche nelle quali la rilevazione aveva mostrato uno squilibrio tra costi e ricavi; la dialisi viene adeguata, con un incremento particolarmente significativo per quella peritoneale; viene riconosciuto il maggior peso del personale nella riabilitazione e vengono aggiornate numerose tariffe della protesica.
Per sostenere l’operazione sono stati vincolati 100 milioni nel 2026 e 183 milioni annui dal 2027. Non è dunque soltanto un nuovo nomenclatore: è un pezzo di finanziamento dei LEA, utile – anche se lontanamente – a definire finalmente i rispettivi costi standard.
Rimane tuttavia un problema, forse il più interessante. Il decreto stabilisce tariffe massime nazionali, valide anche come riferimento per la compensazione della mobilità interregionale; consente alle Regioni di andare oltre, ma subordinatamente alle condizioni poste dall’equilibrio economico-finanziario.
Ed è qui che riappare l’Italia delle differenze.
Produrre la medesima prestazione a Milano, in un grande centro urbano, o in un presidio delle aree interne calabresi non significa necessariamente sostenerne lo stesso costo. Il decreto stesso, aumentando di 50 centesimi il prelievo venoso per sostenere i punti territoriali “spoke”, riconosce indirettamente il problema: la capillarità costa.
Il nuovo tariffario rappresenta dunque un passo avanti importante perché recupera il rapporto tra costo e remunerazione. Ma suggerisce una conseguenza ulteriore. Se i LEA devono essere uguali per tutti, i costi necessari a garantirli devono essere misurati seriamente anche nelle loro differenze territoriali. Da qui, la determinazione dei fabbisogni standard e la messa a terra delle perequazione. Altrimenti le chiacchiere rimarranno tali e non fatti! Continueremo ad avere un diritto nazionale finanziato come se fosse uguale produrlo ovunque. Ed è proprio lì che, spesso, nasce la diseguaglianza sanitaria italiana.