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Censis. “La fuga nel privato: 12,2 mln di italiani ricorrono sempre di più alla sanità a pagamento”

Ticket alti, tempi d’attesa troppo lunghi e sempre più mano al portafoglio se la prestazione sanitaria non si può rinviare. Nel privato molte le prestazioni che costano meno. E investire i propri soldi nella sanità integrativa non è più un tabù. I risultati dell’ultima ricerca Censis presentata da Carla Collicelli al Welfare Day 2013.

04 GIU - Nuovo appuntamento con il Welfare Day, la kermesse della mutualità integrativa italiana giunta alla sua terza edizione. Al centro del confronto le prospettive del “secondo pilastro” sanitario, tra fautori e critici della svolta neo mutualistica.
 
E come ogni anno il Censis fa il punto sulla situazione e quest’anno la conferma è che gli italiani, tra ticket troppo alti e liste d’attesa interminabili, cominciano a scegliere sempre di più la “scorciatoia” del privato.
 
Ecco la sintesi dei risultati Censis illustrati da Carla Collicelli:
 
Il ticket, la tassa più odiata dagli italiani. Il 50% degli italiani ritiene che il ticket sulle prestazioni sanitarie sia una tassa iniqua, il 19,5% pensa che sia inutile e il 30% lo considera invece necessario per limitare l’acquisto di farmaci. Il 56% dei cittadini ritiene troppo alto il ticket pagato su alcune prestazioni sanitarie, mentre il 41% lo reputa giusto. Si lamentano di dover pagare ticket elevati soprattutto per le visite ortopediche (53%), l’ecografia dell’addome (52%), le visite ginecologiche (49%) e la colonscopia (45%). È quanto emerge da una ricerca di RBM Salute-Censis sugli scenari evolutivi del welfare. Molto diffusa è la percezione di una copertura pubblica sempre più ristretta: il 41% degli italiani dichiara che la sanità pubblica copre solo le prestazioni essenziali e tutto il resto bisogna pagarselo da soli, per il 14% la copertura pubblica è insufficiente per sé e la propria famiglia, mentre il 45% ritiene adeguata la copertura per le prestazioni di cui ha bisogno.

 
Per curarsi, sempre più mano al portafoglio. Negli anni della crisi per curarsi 12,2 milioni di italiani hanno aumentato il ricorso alla sanità a pagamento, dalle prestazioni private all’intramoenia. La ragione principale è la lunghezza delle liste d’attesa (per il 61,6%) e la convinzione che se paghi vieni trattato meglio (per il 18%). La fuga nel privato riguarda soprattutto l’odontoiatria (90%), le visite ginecologiche (57%) e le prestazioni di riabilitazione (36%). Ma il 69% delle persone che hanno effettuato prestazioni sanitarie private reputa alto il prezzo pagato e il 73% ritiene elevato il costo dell’intramoenia.
 
Prestazioni nel privato meno care del ticket. Al 27% degli italiani è capitato di constatare che il ticket per una prestazione sanitaria era superiore al costo da sostenere nel privato, pagando tutto di tasca propria (il dato sale al 37% nelle Regioni con Piani di rientro, la cui sanità pubblica è stata colpita più delle altre dalla scure dei tagli). Si tratta di un paradosso relativo per ora ad accertamenti a bassa intensità tecnologica, ma non va sottovalutato, perché rende insicuri rispetto alla copertura pubblica. È questo l’esito più estremo di tagli e spending review, che per il 61% degli italiani hanno prodotto l’effetto di ridurre i servizi pubblici e abbassarne la qualità, piuttosto che eliminare gli sprechi e razionalizzare le spese. Per il 73% hanno accentuato le differenze della copertura sanitaria tra le regioni e tra i ceti sociali. Per il 67% si punta troppo sui tagli, invece di cercare anche nuove fonti di finanziamento.
 
Pronti per la sanità integrativa. Il 20% degli italiani sarebbe disposto a spendere una somma annuale pari in media a 600 euro per avere una copertura sanitaria integrativa per alcune prestazioni. La percentuale sale tra le famiglie con figli (23,4%), disposte a versare in media 670 euro all’anno. Il ricorso crescente alla spesa privata spinge minoranze consistenti a guardare con occhi diversi la spesa per la sanità integrativa. Vorrebbero che offrisse una copertura soprattutto per le visite specialistiche e la diagnostica ordinaria (52%), le cure dentarie (43%) e i farmaci (23%). Sarebbero incentivati ad aderire a forme integrative se l’iscrizione al Fondo sanitario garantisse un’assistenza medica per 24 ore 7 giorni alla settimana (il 39% lo indica come fattore incentivante), se riducesse i tempi d’attesa per le prestazioni di cui si ha bisogno (32%), se offrisse la copertura per tutta la famiglia, non solo per il sottoscrittore (30%).
 
I buchi informativi sulla sanità integrativa.Complessivamente il 68% degli italiani non ha mai sentito parlare di sanità integrativa (33%) o ne ha sentito parlare ma non sa cosa sia esattamente (35%). È sconosciuta soprattutto ai giovani (il 46% non ne ha mai sentito parlare) e agli anziani (44%), ed è poco compresa anche dagli adulti (il 40% dei 30-44enni non la conosce). Il 53% dei cittadini non conosce la differenza tra una polizza malattia e un Fondo sanitario integrativo, e il 57% non sa che i Fondi sanitari integrativi comportano un vantaggio fiscale rispetto alle polizze malattie.
 
Chi la sanità integrativa ce l’ha già. Sono 6 milioni gli italiani che hanno aderito a un Fondo sanitario integrativo. Considerando anche i loro familiari, si sale a circa 11 milioni di assistiti. L’84% di essi valuta positivamente la copertura offerta.

04 giugno 2013
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