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Inquinamento e ambiente. A Roma il più alto rischio di infertiità

È quanto emerso dal progetto “Previeni”, lanciato nel 2008 dal Ministero dell’Ambiente. Queste sostanze, presenti in oggetti di uso quotidiano, alterano il sistema riproduttivo dell’uomo. La placenta non riesce a protegge il feto e, 8 bambini su 10, potrebbero avere problemi riproduttivi.

27 OTT - Gli interferenti endocrini sono sostanze presenti nell’ambiente, negli alimenti e negli oggetti della vita quotidiana, che possono alterare l’equilibrio dei sistemi ormonali sia nelle specie animali che nell’uomo, mettendo a rischio funzioni cruciali della vita, come lo sviluppo e la fertilità.
Il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, ha lanciato a partire dal 2008 il progetto “Previeni”(Studio in aree Pilota sui Riflessi ambiEntali e sanitari di alcuni contaminanti chimici emergenti - interferenti endocrini: ambiente di Vita, Esiti riproduttivi e ripercussioNi nell’età evolutiva).
Diversi interferenti endocrini sono da tempo attentamente sorvegliati, come le diossine, tuttavia altri interferenti endocrini sono ancora presenti in prodotti di uso quotidiano e possono contaminare l’ambiente e le catene alimentari. Esempi sono i perfluorati (PFOS e PFOA) nonché gli ftalati (DEHP) ed il bisfenolo A nelle plastiche.

Giunto alla sua conclusione, il progetto ha permesso di evidenziare i seguenti aspetti:

-    gli adulti di una grande area metropolitana e di alcuni centri medio-piccoli risultano esposti in maniera prolungata e continua ad una miscela di interferenti endocrini nell’ambiente e negli alimenti;


-    la popolazione del grande centro urbano è comunque quella maggiormente esposta: in particolare nel grande centro urbano, le persone affette da infertilità e/o da specifiche patologie riproduttive (endometriosi) presentano livelli più alti di inquinanti (bisfenolo A, DEHP, PFOS); inoltre, questi soggetti presentano alterazioni cellulari che indicano un’alterazione dell’equilibrio ormonale;

-    Le analisi sul sangue di cordone ombelicale di coppie madre-neonato dopo una gravidanza sana e priva di problemi indicano un trasferimento di taluni interferenti endocrini (ad es., DEHP) dalla madre al feto. Queste sostanze potrebbero indurre alterazioni (ad esempio, infertilità nella vita adulta) non visibili al momento della nascita;

-    Il confronto fra due oasi del WWF in Abruzzo, rispettivamente a monte e a valle di un sito inquinato, mostrano che una ferma ed oculata gestione dell’ambiente riesce a contenere i danni derivanti dall’inquinamento chimico.


“E’ ormai evidente che nell’ambiente si diffondono con sempre maggiore intensità particolari categorie di sostanze naturali o di sintesi in grado di interferire negli equilibri degli ormoni sessuali determinando effetti nocivi sul sistema riproduttivo di animali e persone – ha spiegato Donatella Caserta, del Dipartimento Salute della Donna e Medicina Territoriale , Ospedale Sant’Andrea -. Queste sostanze sono denominate interferenti endocrini”. “La nostra attenzione – ha precisato - si è concentrata sulle persone non esposte per motivi occupazionali ma esposte cronicamente alle basse concentrazioni presenti nell’ambiente e negli alimenti”.
Durante la gravidanza l’attività ormonale programma lo sviluppo di organi e tessuti del feto che non è ancora dotato di un adeguato meccanismo di detossificazione dei composti che possono essere trasmessi dalla madre attraverso la placenta. L’effetto finale di questa disregolazione endocrina può provocare uno sviluppo inadeguato e causare un’alterazione che si manifesterà più avanti nel corso della vita del nascituro sul sistema riproduttivo, neuro-endocrino e immunitario.

“La nostra attenzione – ha sottolineato Caserta - si è concentrata su alcuni interferenti endocrini, quali bisfenolo A (BPA), ftalati (MEHP e DEHP), composti perfluorurati (PFOS e PFOA) e su alcune aree rappresentative di diverse realtà di esposizione”.
-    una grande città, quale Roma;
-    un centro urbano a misura d’uomo, quale Ferrara;
-    un territorio prevalentemente agricolo come il basso Lazio.

Abbiamo preso in considerazione coppie sterili e fertili appartenenti alle tre diverse aree geografiche e coppie madre-bambino della realtà romana.
Lo studio ha messo in evidenza che a Roma si riscontra la più elevata concentrazione di bisfenolo A (BPA) sia nella popolazione femminile che in quella maschile. Al contrario, i residenti nel basso Lazio presentano una concentrazione di acido perfluoroctanoico (PFOA) nettamente superiore rispetto a quella rilevata nelle altre due aree. Nel liquido seminale la sostanza maggiormente presente è lo PFOA, con la più alta concentrazione negli uomini residenti nel basso Lazio. La più alta concentrazione di MEHP si osserva a Roma per quanto riguarda la popolazione femminile, e a Ferrara per quanto concerne il gruppo degli uomini.
 
Tab 1. Concentrazione plasmatica media degli IE nella popolazione femminile

IE (ng/mL)

Donne Roma

Donne basso Lazio

Donne Ferrara


BPA  (media)

17,4

6,9

1,9


PFOA  (media)

0,7

2,2

3,1


MEHP   (media)

67,8

6,5

7,9



 
Tab 2. Concentrazione plasmatica media degli IE nella popolazione maschile

IE (ng/mL)

Uomini Roma

Uomini basso Lazio

Uomini Ferrara


BPA  (media)

15,1

2,2

2


PFOA  (media)

0,5

5,2

3,1


PFOA liq. seminale

0,4

3,5

1,5


MEHP  (media)

5,6

2,1

8



 
Dal confronto delle concentrazioni plasmatiche tra le pazienti sterili e le pazienti fertili si evidenzia che, tra le prime, a Roma sono presenti in quantità più elevata tutte le sostanze esaminate, mentre a Ferrara e nel basso Lazio si rilevano concentrazioni superiori di PFOA, MEHP e DEHP nelle donne con problemi di fertilità, anche se i livelli significativi da un punto di vista statistico riguardano soltanto il BPA a Roma (20,4 verso 7,4 ng/mL nelle pazienti fertili).
Per quanto riguarda la popolazione maschile, gli uomini sterili di Roma presentano concentrazioni plasmatiche di BPA e PFOS (perfluoroctano sulfonato) significativamente più elevate rispetto al gruppo di controllo (20,6 ng/mL vs 10,8 e 8,5 vs 1,7 rispettivamente). Nelle altre due aree, gli interferenti endocrini presenti in concentrazione più elevata nel gruppo di pazienti sterili, sebbene non in maniera statisticamente significativa, sono soprattutto il BPA e il DEHP (dietil esil ftalato).
“In sintesi – ha osservato Caserta - si è osservato come Roma risulti non solo il centro con la più alta concentrazione di interferenti endocrini, ma anche l’area con il maggiore tasso di alterazione nell’espressione dei recettori ormonali coinvolti nella regolazione del sistema riproduttivo”.

Dall’elaborazione dei dati relativi alle coppie madre-bambino si osserva un marcato passaggio trans-generazionale di ftalati e BPA, ad indicare che la placenta non costituisce un filtro sufficiente per queste sostanze. La correlazione individuale tra i valori materni e neonatali dei composti considerati non è elevata; tuttavia, non può essere trascurato che in gravidanze del tutto prive di problemi, abbiamo riscontrato livelli significativi di interferenti endocrini non persistenti, come il MEHP e il BPA nel sangue del cordone ombelicale dei neonati. Questo dato suggerisce un’esposizione ambientale all’interno dell’utero diffusa e continua, e lo stesso deve essere valutato alla luce delle evidenze  presenti in letteratura riguardo gli effetti a lungo termine di questi composti sullo sviluppo endocrino-metabolico del feto. L’alterazione di un singolo meccanismo può innescare dei cambiamenti a cascata che alla fine compromettono il funzionamento di tutto il sistema. “L’adozione di misure di prevenzione  e di cautela nei comportamenti, nell’esposizione  e nell’alimentazione – ha concluso l’esperta -  può ridurre il rischio e proteggere non solo la fertilità ma anche lo sviluppo e la salute dell’individuo”.

27 ottobre 2011
© Riproduzione riservata


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