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Caso Venturi. Sentenza inappellabile ma molto discutibile

di Ivan Cavicchi

Come tutti sanno le sentenze della Corte sono inappellabili tuttavia questo non vuol dire che esse siano indiscutibili, nel senso che noi comuni cittadini non si possa ragionare e riflettere su di esse. Nel ragionare su quanto deciso dalla Corte intendo ribadire le mie perplessità nei confronti della sentenza e la mia solidarietà all’ordine di Bologna ma nello stesso tempo, con eguale convinzione, il mio pieno rispetto nei confronti della Corte

16 DIC - Ho letto la sentenza sul caso Venturi che la Corte Costituzionale ha reso pubblica e confermo, dalla prima all’ultima parola, quanto già scritto sull’argomento il mese scorso (QS, 11 novembre 2019).
 
Come tutti sanno le sentenze della Corte sono inappellabili tuttavia questo non vuol dire che esse siano indiscutibili, nel senso che noi comuni cittadini non si possa ragionare e riflettere su di esse.
 
Nel ragionare su quanto deciso dalla Corte intendo ribadire le mie perplessità nei confronti della sentenza e la mia solidarietà all’ordine di Bologna ma nello stesso tempo con eguale convinzione il mio pieno rispetto nei confronti della Corte.
 
Il problema ontologico
Inquadriamo il problema ma all’osso:
• abbiamo un medico e un assessore le cui norme  di riferimento sono tra loro in contraddizione,
• il medico non si comporta da medico mentre l’assessore si comporta da assessore, quindi il medico di fatto entra in conflitto con l’assessore cioè entrano in conflitto le rispettive normative,

• l’ordine dei medici di Bologna, non potendo fare altro, decide di intervenire sul medico usando le norme deontologiche a propria disposizione,
• la regione in cui opera l’assessore  ritiene  che  l’iniziativa dell’ordine, pur usando le proprie norme deontologiche, non sia contro il medico ma contro l’assessore, e per estensione contro l’istituzione regionale,
• la regione  ricorre su base amministrativa alla Corte per avere giustizia,
• la Corte risponde al “conflitto di attribuzione” promosso dalla regione  sopprimendo ontologicamente il medico e quindi considerando solo  l’assessore, cioè ignorando la problematica deontologica e rispondendo solo sul piano ammnistrativo,
• l’ordine viene condannato come se non fosse tale, cioè come se fosse una istituzione amministrativa di ordine inferiore  senza nessun potere di intervento su una istituzione superiore.
 
Il problema
La sentenza privilegiando gli aspetti ammnistrativi di fatto finisce per svalutare la deontologia Questo è il vero problema.
 
Cioè nel conflitto tra deontologia e gestione la sentenza anziché trovare una soluzione equilibrata tra normative in aperta contraddizioni, si schiera dalla parte della gestione.
 
In questo modo la deontologia come valore ne risulta piuttosto menomata e di conseguenza la professione medica si trova ridotta nella sua legittima facoltà di difendersi anche, se il caso, nei confronti dell’istituzione che gestisce alla quale è assicurata una assurda intangibilità.
 
La sentenza ci dice dopo anni di de-finanziamento della sanità, anni di restrizioni, anni di privazioni, che l’istituzione che gestisce non può essere una istituzione nemica ma deve essere per principio una istituzione amica aggiungendo che nessuno ha la facoltà di dubitarne.
 
Per la logica (reductio ad absurdum) una tesi che tradisce troppe contraddizioni logiche, è probabile che non sia vera, se non ha troppe contraddizioni (legge del terzo escluso) è più probabile che sia vera.
 
La sentenza a mio avviso è piena di contraddizioni logiche e non solo logiche, per questo non può essere vera cioè, detto meglio, per la logica, è improbabile che questa sentenza sia vera.
 
Le contraddizioni
Le contraddizioni sono tantissime ma è impossibile in un breve spazio riportarle tutte.
 
La prima è ontologica: l’alterazione della realtà ontologica e della sua complessità. La vicenda si caratterizza in modo inedito perché non esiste solo l’assessore, esiste innegabilmente il medico altrimenti a quale titolo l’ordine avrebbe potuto intervenire? Il medico è disciplinato da una normativa che l’ordine ha il dovere di applicare, proprio perché esiste una contraddizione tra norme, si sarebbe dovuto segnalare a chi di dovere il problema. Ma non è stato fatto, perché?
 
Seconda contraddizione: la negazione ontologica dell’esistenza del medico, nega a catena l’esistenza dell’ordine, di una problematica deontologica e di conseguenza l’esistenza della Cceps, cioè dell’autorità riconosciuta per legge che sovraintende l’ordine e le questioni deontologiche. Non si comprende a quale titolo si è deciso di espropriare le funzioni della Cceps?
 
La terza: in nessun caso la norma con una natura deontologica può essere confusa con una norma con una natura ammnistrativa, la prima riguarda il medico la seconda l’assessore. La sentenza annulla con argomenti amministrativi un provvedimento deontologico, questo, sia chiaro, non significa che il provvedimento deontologico non è annullabile ma solo che secondo le regole vigenti chi lo dovrebbe annullare è solo l’autorità competente. In questo caso l’autorità competente non è la Corte ma la Cceps.
 
La quarta, il problema nasce perché:
• nella sentenza viene accettata l’idea del “conflitto di attribuzione” teorizzato dalla Regione, che in realtà  non esiste, l’ordine ha contestato un suo iscritto in qualità di medico ma in nessun caso il proprio assessore, in qualità di amministratore,
• si è considerata l’azione deontologica una interferenza nei confronti dell’azione ammnistrativa. Di che interferenza si parla se l’assessore ha continuato imperterrito il suo lavoro e la delibera contestata è ancora in vigore?
 
La quinta: il grande equivoco è che il provvedimento di radiazione non è contro l’amministratore ma contro il medico. Un amministratore non può essere radiato al massimo può essere dimissionato, sfiduciato. La radiazione è una sanzione disciplinare di tipo deontologico tesa a proteggere l’integrità e la credibilità della professione da comportamenti non deontologicamente corretti, ma non è, come capita per gli amministratori, la revoca di un incarico.
 
La radiazione non prevede responsabilità risarcitorie, la revoca sì.Il potere sanzionatorio dell’ordine ha interferito semmai solo con la carriera professionale del medico.
 
Considerazioni politiche
La sentenza suo malgrado si colloca in un contesto politico culturale molto più ampio e secondo me sempre suo malgrado diventa un importante indicatore di una importante crisi dei valori:
• essa è una estensione di un cambiamento importante che è avvenuto a suon di sentenze e a partire dagli anni ‘90, proprio in seno alla Corte cioè la trasformazione del diritto alla salute non negoziabile perché sancito come fondamentale in un diritto negoziabile quindi finanziariamente subordinabile. (QS, 25 novembre 2019). Se la Corte considera negoziabile il diritto alla salute figurarsi la deontologia che quel diritto punta a tutelare in modo apodittico e perentorio. Non esiste nessuna vera deontologia che si possa permettere il lusso di ignorare il diritto del proprio malato. Se questo diritto per mille ragioni viene ignorato è ovvio che la deontologia è candidata a diventare niente più e niente meno che un predicozzo inutile e velleitario. Con la sentenza della Corte oggettivamente la deontologia perde di ruolo;
 
• oggettivamente la sentenza si affianca alla tendenza contro-riformatrice in atto, peraltro inquadrabile anche negli articoli 117 e 118 della Costituzione e che punta con il regionalismo differenziato a far acquisire alle regioni quasi lo stato di autarchia più che di autonomia come è ben testimoniato dalla recente delibera del Veneto;
 
• oggettivamente la sentenza finisce per rinforzare forti spinte corporative in atto quelle che inseguono le competenze avanzate e in ragione delle quali sostengono a spada tratta il regionalismo differenziato. Chi oggi esulta per la sentenza sono tutti coloro che sperano di ricavare dai nuovi poteri regionali nuovi e maggiori vantaggi corporativi. Non è un caso se chi parla bene della sentenza parla bene anche della delibera del Veneto ed è favorevole al regionalismo differenziato;
 
• oggettivamente la sentenza mette in difficoltà la professione medica. Oggi sulla crisi conclamata di questa professione, proprio come su un animale ferito, si stanno avventando tutti per dividersi quasi le sue spoglie. Tutti vogliono un pezzo di leone per diventare leone. Una follia scatenata non dal voler riformare la medicina per avere una medicina migliore ma solo per spartirsi un po di potere in più.  Ciò che è in atto ormai non è più la guerra delle competenze ma è la guerra dei ruoli, dei confini, dei perimetri, tra professioni.
 
Marchette
L’articolo di Benci sulla sentenza della Corte (QS, 11 dicembre 2019) non è una interpretazione, ma è solo una apologia e di quelle che a mio parere pretendono di convincerci che Cristo è morto di freddo.
Le sentenze sono inappellabili è vero ma questo non vuol dire che siano verità metafisiche delle quali prendere atto.
 
Del suo articolo, mi ha colpito la sua conclusione e precisamente quando dice che bene ha fatto la Fnopi, a scrivere nel codice deontologico degli infermieri l’art. 52 con il quale si dice che “l’ordine professionale non interviene nei confronti dell’Infermiere impegnato in incarichi politico istituzionali nell’esercizio delle relative funzioni”.
 
In un articolo dal titolo molto eloquente “il nuovo codice deontologico degli infermieri ha ucciso la deontologia” (QS, 18 aprile 2019) a proposito dell’art. 52 non ho esitato a scrivere che si trattava di una vera e propria “marchetta” fatta a favore delle regioni e in particolare di tutti coloro che appoggiavano la linea delle competenze avanzate e quindi deliberatamente contro l’ordine di Bologna che con la radiazione di Venturi ha contestato la pratica delle competenze avanzate.
 
Il mio sconcerto sull’art. 52 riguarda tre cose:
• se si usa la deontologia per avere dei favori politici allora la deontologia perde il suo valore principale che è l’autonomia morale, senza la quale  essa diventa volgarmente un merce di scambio;
• se si usa la deontologia in modo strumentale rispetto ai professionisti è un tradimento cioè un calarsi le brache davanti allo strapotere gestionale rinunciando a fronte dei soprusi della gestione a proteggere i propri lavoratori e i cittadini;
• quando si usa la deontologia per avere in cambio dei favori corporativi allora si arriva alla massima ignominia: per dare con le competenze avanzate dei privilegi a pochi, la famosa elite di super infermieri, si sacrificano i diritti e gli interessi della massa di infermieri.
 
Conclusioni
Bologna è stata punita dalla sentenza perché nell’interesse supremo della deontologia si è ribellata al sopruso delle competenze avanzate. Ribadisco che se a suo tempo la politica avesse fatto il suo dovere, non saremmo arrivati a tanto.
 
Il sopruso consiste nell’aver deciso degli atti amministrativi ad alta sensibilità deontologia senza nessuna concertazione con chi rappresenta la deontologia. Cioè il sopruso è l’imposizione alla deontologia di necessità puramente gestionali.
 
Oggi il tentativo in atto è quello di conferire i più ampi poteri alla gestione e se necessario di sottomettere alle sue necessità perfino quelle morali. Per me nel rispetto dei cittadini e degli operatori non è possibile, nel senso che non ci conviene, non è giusto, non è cosa buona, accettare la subordinazione della deontologia alla gestione.
 
La gestione quella ragionevole e intelligente deve imparare a trovare soluzioni capaci di rispettare il valore morale. E la deontologia a sua volta deve darsi una mossa e ripensarsi se il caso anche profondamente per interpretare le nuove complessità sociali.
 
E’ fin troppo facile far quadrare i conti a spese della morale. La condizione è sempre una: colpire i cittadini e chi lavora. Colpire la morale significa colpire la persona.  Come è fin troppo facile rifiutare la realtà dei problemi economici per ragioni morali.
 
Si tratta di rendere compossibili i rapporti tra gestione e deontologia, ma bisogna discuterne come si deve e trovare le soluzioni che ancora dopo anni di conflitti non sono state trovate ma solo perché nella debolezza di questa politica anemica e esangue nessuno le ha mai volute cercate veramente.
 
Ivan Cavicchi

16 dicembre 2019
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