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Le vere ragioni della privatizzazione del Ssn non sono quelle che ci raccontano Bindi, Dirindin e Geddes

di Ivan Cavicchi

Gli autori dell’articolo apparso su QS ci vogliono far credere che il rischio della privatizzazione sia una probabilità orientata al futuro dimenticando che la privatizzazione, ormai proprio a causa delle politiche fatte in particolare dalla Bindi sino ad ora, è già una realtà conclamata. Cioè non è un rischio quindi una probabilità ma un drammatico dato di fatto

17 SET - Premessa
L’altro giorno su questo giornale è stato pubblicato un articolo a 6 mani (Bindi, Dirindin, Geddes) con il quale molto semplicemente ci si dice che nella nostra sanità pubblica esiste una “privatizzazione strisciante”. (QS 14 settembre 2021)
In questo articolo non si cita mai il ministro in carica e meno che mai si fa riferimento alla missione 6 del PNRR e meno che mai si fa riferimento alle controriforme fatte in passato, per cui il dubbio che viene è che questa cosa “strisciante” sia quanto meno opera dello spirito santo.
 
Senza troppi salamelecchi e giri di parole a differenza di Maffei, (QS 15 settembre 2021) considero questo articolo, proprio in ragione dei suoi “autori” e dei suoi “contenuti” tutt’altro che “autorevole”.
 
Non abbiamo l’anello al naso
Capisco che per la Bindi quindi per l’associazione da lei fondata “Salute diritto fondamentale”, non sia per niente facile avere, di questi tempi, un proprio originale spazio politico rispetto a quello di art 1 cioè dell’attuale ministro della salute e del PNRR.

Ma questo, per quanto legittimo e comprensibile, in alcun modo autorizza lei e i suoi accoliti a considerare tutti noi degli sprovveduti con l’anello al naso e meno che mai ad intortarci con dei discorsi posticci nel tentativo, secondo me tanto ridicolo quanto grottesco, di rifilare anche a noi come a Speranza, quella minestra ormai andata a male e che si chiama 229. E che però la Bindi non avendo altro da offrire continua ad offrirci.
 
Non ripeterò la mia analisi sulla 229 e soprattutto sulla sinistra di governo che come ci testimonia proprio la Bindi, ha dimostrato, fatti alla mano, di essere incapace nonostante le necessità di avere sulla sanità un vero pensiero riformatore. Per questo rimando al mio libro “La sinistra e la sanità dalla Bindi a Speranza con in mezzo una pandemia” (Castelvecchi editore) e al forum che a partire dal libro si è svolto con grande successo di critica su questo giornale.
 
Tesi irricevibili
La tesi politica di fondo dell’articolo, ricordando a tutti che siamo in una pandemia, è quella tipica della sinistra che chiede soldi ma per non cambiare mai cioè per tirare a campare: si tratta di “rafforzare” (Speranza cioè il PNRR dice “potenziare”) la sanità che c’è quindi a sistema invariante di rifinanziarla in modo adeguato. Vecchia storia nulla di originale.
 
In altre parole senza un pensiero di altro tipo si tratta di confermare, giammai cambiare, tutte le “scelte” politiche che abbiamo fatto in questi anni anche quelle che si sono rivelate un fiasco (titolo V, aziende, riordini, privatizzazione, mutue, de-ospedalizzazione, precarizzazione del lavoro, dm 70 , quota capitaria ponderata, mobilità sanitaria, medicina amministrata ecc)
 
Siccome il PNRR e la missione 6 si ispirano anch'essi al postulato del rafforzamento dell’invarianza, ne deriva che gli autori dell’articolo, ma senza dirlo esplicitamente, si schierano a sostegno del PNRR e della missione 6, cioè a sostegno del loro amato compagno di partito Speranza.
La missione 6 nelle sue logiche di fondo altro non è che la riproposizione mutatis mutandis della 229 del '99, delle sue logiche e delle sue scelte. Chi se ne frega della pandemia.
 
Secondo gli autori dell’articolo ciò che mette in pericolo l’operazione del rafforzamento di quello che c’è sono le politiche finanziarie di sotto-finanziamento del governo. Questa è la prima tesi. Speranza può stare tranquillo.
 
Ma di quale strisciante privatizzazione parlate?
La seconda tesi è speculare alla prima: le politiche di sottofinanziamento “favoriscono l’espansione dell’offerta privata”. Anzi gli autori dell’articolo scrivono testualmente che addirittura esiste “il disegno di privatizzare la sanità italiana, iniettandovi generose dosi di mercato”.
Gli autori dell’articolo ci vogliono far credere che il rischio della privatizzazione sia una probabilità orientata al futuro dimenticando che la privatizzazione, ormai proprio a causa delle politiche fatte in particolare dalla Bindi sino ad ora, è già una realtà conclamata. Cioè non è un rischio quindi una probabilità ma un drammatico dato di fatto.
 
Chiariamo un momento come stanno le cose. Il primo a riesumare le mutue e i fondi assicurativi è stato De Lorenzo nel 1992 pur limitandosi ad ammettere solo prestazioni sanitarie non comprese nei lea. La Bindi nel 1999 allarga la platea delle prestazioni private ed ammette anche quelle comprese nei lea, quelle accreditate, quelle socio sanitarie (punto 4 art 9 229). Cioè con la Bindi l’assistenza integrativa diventa sostitutiva. Il privato può sostituire il pubblico.
 
Per soppiantare la tutela pubblica con una tutela privata la Bindi non si limita a spalancare le porte alla speculazione finanziaria ma opera un vero ribaltamento neoliberista (e meno male che era la pasionaria della sanità e dei diritti), ribaltamento prima di tutto di principi:
• prima sancisce il principio “dell’economicità nell’impiego delle risorse” (punto 1 articolo 1),
• quindi riconosce il principio di compatibilità (punto 2 art 1) subordinando di fatto il diritto alla salute al limite economico,
• infine definisce “contestualmente” i lea alle risorse rese disponibili dal governo (punto 1 art 1),
• gli scarti tra risorse e diritti di fatto li delega al privato ormai del tutto sdoganato e libero di competere con il sistema pubblico.
 
La caccia è aperta. La Bindi ha creato i presupposti dai quali costruire una vera sostituzione di sistema. Quindi una controriforma.
Senza questa contro riforma non sarebbe stato possibile parlare successivamente né di sistema multipilastro (Sacconi 2009) e né spianare la strada con il jobs act, quindi con Renzi, al welfare aziendale.
 
Bisogna ricordare che la Bindi, nella sua controriforma, non contrastò ma al contrario mutuò la norma di De Lorenzo, che prevedeva tra le fonti istitutive dei fondi integrativi contratti e gli accordi collettivi, anche aziendali.
A questo proposito bisogna ricordare che sulla base del jobs act in nome del “welfare on demand” ai fondi assicurativi si garantiscono gli incentivi fiscali. Cioè lo Stato con i soldi delle tasse incentiva il privato contro il pubblico cioè se stesso riconoscendo al privato una funzione importante nei confronti del governo della sostenibilità.
 
Ma non solo vorrei ricordare, ancora, che con il decreto Crescita 2019 (art. 14) gli speculatori hanno ottenuto (anche con l’appoggio scandaloso del M5S) di inserire i fondi sanitari integrativi nell’ambito del no-profit, o meglio nell’ambito delle attività non commerciali, ritenendo che l’intermediazione finanziaria che, come tutti sanno, è la promotrice dei fondi non sia un soggetto speculativo.
Perché osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio?
 
Chiarito ciò parlare da parte della Bindi di privatizzazione strisciante è un insulto tanto alla nostra memoria che alla nostra intelligenza. Il vero problema oggi non sono le barzellette di cui si parla nell’articolo, cioè i 4 indizi, ma è quello di riparare ai danni causati dalla contro-riforma neoliberista che di fatto ha già sostituito, in parte certamente, un sistema pubblico con un sistema multi-pilastro. Oggi la sanità pubblica almeno quella intesa dalla 833 nel '78 non esiste più.
 
Oggi abbiamo un sistema a più gambe. Esattamente quel sistema prefigurato prima dalla Bindi nel 1999 e poi teorizzato da Sacconi, quindi dal governo Berlusconi, nel 2009 e alla fine perfezionato da Renzi con il welfare aziendale nel 2014. Era il tempo dove lo slogan più in voga era “non è più possibile dare tutto a tutti”.
 
Per cui trovo oltraggioso prenderci in giro con la storia della “concorrenza sleale” (terzo indizio). Se non ci fosse già anche grazie alla Bindi un sistema di fatto multi-pilastro non ci sarebbe il problema della concorrenza sleale.
 
Appalti e dm 70
Mentre si paventa una fasulla “privatizzazione strisciante” trovo curioso che si tace del tutto sul fatto che nel PNRR viene prevista un’altra forma di privatizzazione che è l’appalto di certi servizi (assistenza domiciliare, anziani, soggetti fragili e non autosufficienti ecc) al privato e al privato sociale.
 
Il privato sociale so che piace molto alla Bindi e a tutti cattolici di sinistra come lei e so che la sua associazione si rifà ad un movimento che si chiama “prima la comunità”
Ma sempre di privatizzazione si tratta, cioè il nostro sistema multi-pilastro con il terzo settore, da tre passa a quattro gambe.
 
Per la Bindi e colleghi la “quarta gamba” evidentemente non rientra nel processo avanzato di privatizzazione. Al contrario è condivisione sociale è sussidiarietà. Eppure la sanità, esattamente come la Luna, o per una ragione o per l’altra continua a perdere dei quarti e a diventare sempre più sottile. Ed io che mi ero illuso che dopo la pandemia avremmo avuto più sanità pubblica non meno.
 
Infine una cosa che piace molto a Maffei il dm 70. Vorrei consigliare a lui per primo ma anche a tutti di leggersi il documento pubblicato l’altro giorno su questo giornale e scritto dal Forum Permanente sul Sistema Sanitario Nazionale nel post-Covid coordinato dal presidente di Foce Francesco Cognetti (QS 15 settembre 2021).
 
Si tratta di ben 12 illustri società scientifiche con in più qualche professore universitario che a gran voce sulla base della loro esperienza di ospedale in pandemia chiedono sostanzialmente l’abolizione del dm 70 e un mucchio di altre cose (rimando al documento). Ci si chiederà che c’entra il dm 70 con la privatizzazione?
 
La deospedalizzazione scriteriata di questi anni e soprattutto l’idea ottusa quanto burocratica di “ospedale minimo” che è alla base del dm 70 ha favorito tutti quei fenomeni di privatizzazione ben descritti da Maffei. Io credo che l’ospedale minimo nei fatti abbia favorito non solo la fuga dei malati dagli ospedali pubblici a quelli privati ma anche, e in questo concordo con Maffei, la fuga ancora in corso di molti bravi medici dal pubblico al privato.
 
La logica di far dipendere il numero di posti letto dal territorio è quella che sta alla base della legge 229 ma è anche che quella che sta alla base della missione 6.
 
Se le case di comunità e gli ospedali di comunità sono una funzione che decide secondo il dm 70 il numero dei posti letto necessari a parte le terapie intensive e pochi altri reparti si rischia di avere un ospedale più minimo di prima.
 
Se così fosse confermare il dm 70 vale a proposito di privatizzazione strisciante come accentuare il processo di privatizzazione già in atto
 
Conclusione
L’articolo della Bindi, della Dirindin e di Geddes mi è sembrato nei confronti dei rischi reali che corre la sanità con il PNRR una maldestra operazione di depistaggio politico, cioè una operazione opaca e strumentale.
 
Esso è un espediente per tirare la volata a Speranza quindi per riparare il PNRR cioè la missione 6 dalle critiche che lo stanno sommergendo e per bloccare qualsiasi tentativo di riforma.
 
Alla fine ciò che è per me irricevibile è il suo cinismo.
 
E tutto questo perché? Per negare i propri errori, per nascondere i propri limiti, per nascondere l’inesistenza di un pensiero riformatore, cioè per farci credere quello che non si è e per negare altre possibilità.

Ivan Cavicchi

17 settembre 2021
© Riproduzione riservata


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