L’8,5% dei pazienti oncologici sceglie un ospedale fuori della propria Regione

L’8,5% dei pazienti oncologici sceglie un ospedale fuori della propria Regione

L’8,5% dei pazienti oncologici sceglie un ospedale fuori della propria Regione
La migrazione sanitaria impoverisce famiglie e strutture: in media le Regioni perdono il 14% del finanziamento statale. A spostarsi sono le persone più giovani e con un livello di istruzione più alto. Secondo gli esperti la priorità è uniformare le reti oncologiche e migliorare la comunicazione con il territorio.

Giovane, con un livello di istruzione abbastanza alto e proveniente dal Centro e Sud Italia. È questo l’identikit del migrante sanitario, il paziente con tumore che cambia regione per farsi curare. A definirne le caratteristiche è un recente rapporto di Crea Sanità promosso dal gruppo “La salute un bene da difendere, un diritto da promuovere”, che ha analizzato la mobilità sanitaria oncologica nel 2018, stabilendo che l’8,5% delle persone che hanno un tumore sceglie di farsi curare al di fuori dei confini regionali.

Questa percentuale non considera la cosiddetta mobilità di prossimità, ovvero quegli spostamenti che, pur oltrepassando un confine regionale, non superano i 100 km. “La mobilità non va vista con un’accezione solo negativa – ha ricordato Daniela D’Angela, direttore dell’area Ricerca Crea Sanità, durante la presentazione dello studio – Quella di prossimità a volte è anche funzionale a minori tempi d’attesa per i pazienti. Inoltre, per alcune patologie, come quelle rare, i centri di eccellenza sono pochi”.

Il rapporto, però, vuole concentrarsi sugli spostamenti evitabili. Le regioni maggiormente penalizzate dalla migrazione sanitaria sono Calabria, Campania, Puglia, Sicilia e Lazio, mentre quelle più attrattive sono Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Veneto e lo stesso Lazio. “Nel nostro studio abbiamo cercato di fotografare chi siano queste persone, quali sono le patologie per cui si spostano di più e quale sia la conseguenza economica sulle regioni, che a causa della mobilità sanitaria perdono in media il 14% del finanziamento statale, con punte che arrivano al 30%”, ha aggiunto D’Angela.
 
Liste d’attesa e scarsa fiducia alla base degli spostamenti
“Attraverso i nostri canali social, abbiamo chiesto alle persone quali fossero le motivazioni che li spingevano a spostarsi per ricevere cure ospedaliere – ha raccontato Annamaria Mancuso, coordinatrice del Gruppo “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere” e presidente di Salute Donna Onlus – È emerso che la maggior parte abbandona la propria regione per liste d’attesa troppo lunghe. Tuttavia, un paziente su tre non ha fiducia nelle strutture presenti nel proprio territorio. Credo che si tratti soprattutto di un problema di comunicazione e della mancanza delle reti oncologiche, che non sono partite in tutte le regioni”.

Secondo Livio Blasi, presidente del Consiglio italiano dei primari oncologi medici ospedalieri (Cipomo) “spesso le strutture ci sono, ma il paziente non le conosce. E non gliene si può di certo fare una colpa: dovrebbe essere indirizzato dal medico di medicina generale. Per questo credo serva migliorare il percorso comunicativo, aprendosi al territorio. Se è vero che non tutti i centri sono uguali, oggi non ha senso però spostarsi per una chemioterapia. Dobbiamo impegnarci a fornire al paziente il miglior percorso per il suo caso specifico”.

Federico Spandonaro, presidente Crea Sanità e professore all’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” ha sottolineato un dato importante: “A spostarsi sono le persone che hanno un livello di istruzione più alto e, riteniamo, anche un reddito maggiore. Per garantire un accesso più equo alla salute, sarebbe importante far viaggiare i referti e facilitare le consulenze tra professionisti. I pazienti dovrebbero essere quelli che si spostano di meno e, quando sono costretti a farlo, sarebbe bello che lo Stato li aiutasse ad avere le stesse opportunità di chi è più abbiente”.
Le associazioni di pazienti hanno evidenziato come farsi curare in un’altra regione, spesso distante centinaia di chilometri da quella di residenza, costringa molte famiglie alla povertà.
 
L’eccezione delle sperimentazioni cliniche
Dal rapporto Crea emerge che chi si sposta lo fa soprattutto per tumori al fegato, alla prostata, alla vescica e alla tiroide. Un quarto lascia la propria Regione quando deve sottoporsi a un intervento chirurgico.

“Purtroppo le reti oncologiche non sono partite alla stessa velocità in tutto il territorio nazionale – ha ammesso Massimo Di Maio, segretario dell’Associazione italiana di Oncologia medica (Aiom) – Credo sia importante che il paziente preso in carico anche in un piccolo centro si veda proporre un percorso analogo a quello di strutture più grandi. In questi anni come associazione scientifica abbiamo cercato di diffondere linee guida e garantire l’omogeneità dei trattamenti”.

Un’eccezione è rappresentata dalle sperimentazioni cliniche, disponibili solo in alcuni centri: “Come Aiom abbiamo promosso una piattaforma per facilitare gli scambi tra pazienti idonei e strutture – ha spiegato Di Maio – In questo caso, la migrazione va vista come qualcosa di virtuoso, ma deve essere controllata e mirata”.
 
Michela Perrone

Michela Perrone

03 Marzo 2021

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