Gentile Direttore,
approfitto dello spazio della sua rubrica per segnalare, con dispiacere, la carenza visiva della farmacologia, o almeno di quelli che si trovano ad elaborare le valutazioni di merito per l’ammissione al ruolo di Professore Associato o Ordinario nell’ambito dell’Abilitazione Scientifica Nazionale.
La farmacologia studia i meccanismi d’azione (in vitro e in vivo, fino all’uomo) dei farmaci e delle sostanze; ma in un epoca di “traslational e precision medicine”, abbiamo ormai capito che la farmacologia abbraccia un ventaglio più ampio di argomentazioni che non possono escludere gli aspetti regolatori e procedurali. Qualcuno recentemente ha detto, e lo condivido al 100%, che la “politica regolatoria” che si intende dare al settore farmaco, può a ben ragione essere considerata una vera e propria “politica industriale” del sistema Italia.
Ecco, io ho lavorato per 15 anni con l’obiettivo di dare all’Italia una regolamentazione del farmaco dignitosa, attrattiva e competitiva, interagendo praticamente con tutte le parti in gioco. Ho partecipato a decine di convegni della SIF (Società Italiana di Farmacologia) aprendo spesso i loro eventi più importanti; lo stesso dicasi per quelli di altre sigle prestigiose nell’ambito farmaceutico, proprio per il ruolo istituzionale e cruciale che sviluppare la normativa del farmaco comportava. In totale ho partecipato ad oltre 500 eventi come relatore in ogni parte d’Italia e del mondo ma questi non sono bastati per poterli considerare “ partecipazione a convegni di carattere scientifico”.
Ho rappresentato, con orgoglio, l’Italia all’EMA e all’Unione Europea nell’ambito del settore farmacologico (efficacia, sicurezza, farmacogenomica, regolatorio), ma evidentemente queste strutture non sono considerate “Qualificate istituzioni pubbliche o private”.
Posso dire di aver “insegnato” la metodologia e le regole della ricerca clinica in ogni ateneo italiano (e non solo), nell’ambito dei Master post-universitari (e anche nella facoltà di Farmacia in inglese dell’Università di Tor Vergata a Roma). Ma niente: tutto questo impegno ultradecennale non è bastato per far si che fosse riconosciuto come requisito qualificato per la “formale attribuzione di incarichi di insegnamento”.
Forse, chi governa la farmacologia, dovrebbe riconsiderare le sue griglie di valutazione per l’accesso all’insegnamento; non si è farmacologi solo se si maneggiano provette in laboratorio, si manipolano cellule e/o animali o si eseguono studi di PK e PD sull’uomo. Senza nulla togliere agli eminenti colleghi che fanno queste tipologie di studi, l’appello che vorrei lanciare (non per me, ma per i futuri candidati) è quello di dare la giusta dignità al settore regolatorio altrimenti la visione sarà limitata alla punta del nostro naso e non al vero futuro della farmacologia.
Carlo Tomino
IRCCS San Raffaele, Roma