Il suicidio di Desenzano: la morte è bianca, no la morte è nera

Il suicidio di Desenzano: la morte è bianca, no la morte è nera

Il suicidio di Desenzano: la morte è bianca, no la morte è nera

Gentile Direttore,
la locuzione “morte bianca” si applica alle persone decedute a causa di incidenti occorsi durante il lavoro, sono “bianche” poiché, generalmente, vi è l’assenza di un responsabile dell’incidente…

Nel 2023 molte persone hanno perso la vita sul posto di lavoro in Italia. I lavoratori stranieri muoiono il doppio degli italiani ed è facile capire il perché: nella maggior parte dei casi è manodopera non specializzata, non formata all’infortunistica e priva degli strumenti necessari alla prevenzione. Un’ingiustizia…Spesso la vittima non è provvista di permesso di soggiorno o comunque è un “irregolare” in Italia, nazione che ha un triste primato, essendo al terzo posto in Europa per numero di morti, rispetto al numero degli occupati.

Quella del giovane ginecologo di Desenzano, che dopo tre giorni dalla comunicazione di quello che ironicamente si chiama “avviso di garanzia” che invece, da chi è totalmente privo di difese penali, è interpretato come un atto di accusa ed ignominia, si getta da un ponte del Trentino, in Val di Non è una morte bianca? Il corpo viene scoperto dopo che la moglie aveva sporto denuncia di scomparsa, nelle stesse acque dove, verosimilmente (il corpo non è mai stato trovato) qualche anno prima, si era gettata la collega Sara Pedri, la ginecologa di 32 anni, in servizio all’ospedale di Trento, di cui non si sa più nulla dal 4 marzo di quattro anni fa. Avevano lavorato insieme Giuseppe e Sara, in Trentino. Dal telefonino di Giuseppe si comprende come nei giorni e nelle ore prima di togliersi la vita, Giuseppe ha ricercato compulsivamente le notizie relative a Sara, non è un caso quindi, nulla è un caso in questa storia.

Ripetiamo la domanda: quella di Giuseppe è una morte bianca? E qualcosa che non ha un colpevole? Qualcosa che deve essere pensata come inevitabile, imprevedibile e imprevenibile? O forse ci sono dei fili oscuri da riallacciare, che possono portare a una spiegazione sebbene parziale. Pensando che quello che è accaduto a Giuseppe può accadere a ciascuno di noi, che lavora quotidianamente nella sala parto e ogni giorno assiste madri e bambini, per farli nascere nel migliore dei modi possibili e si certo può compiere degli errori, come tutti gli esseri umani come tutti i medici, ma per questo deve essere esposto al pubblico ludibrio? Per questo deve essere lasciato solo e abbandonato?

Giuseppe Perticone avrebbe compiuto 39 anni l’11 febbraio, era un ottimo medico, siciliano, si era specializzato a Perugia, in ostetricia e ginecologia con il massimo del punteggio e lode, aveva lavorato in vari ospedali in Italia e all’estero, per poi migrare con la moglie, ginecologa, per lavorare al nord. Le storie di emigrazione associano questa morte con quelle delle morti bianche viste sopra, quelle degli extracomunitari, quelle delle persone con pochi diritti e con poche tutele, anche in questo caso si tratta di emigrazione, di uscire dal proprio contesto a causa di una necessità lavorativa, costruirsi una famiglia, avere un reddito, fare dei figli.

Come si lavora nei piccoli ospedali? Un ospedale tutto sommato periferico, quello di Desenzano senza università e istituti di ricerca. Eppure, non necessariamente la qualità assistenziale è determinata dal volume dei parti, anche se al di sotto di un certo limite è difficile poter mantenere la gestualità necessaria per l’assistenza. Esiste in questo e in altri ospedali la possibilità di un pronto soccorso per la seconda vittima? Un pronto soccorso emotivo che abbia in sé un contenuto tecnico assistenziale di elevato livello, se non vi è la possibilità di farlo, si dovrebbe costruire un sistema in cui altri professionisti vengono in aiuto da altri luoghi.

Molti anni fa chi scrive (Antonio Ragusa) fu coinvolto dalla ministra della sanità di allora, insieme a Riccardo Tartaglia, allora direttore del Centro Rischio Clinico e Sicurezza del Paziente della Regione Toscana, nelle ispezioni ministeriali da noi inaugurate, in un dicembre in cui, in Italia morirono in una triste sequenza, alcune donne di parto. Dopo queste ispezioni io e Riccardo Tartaglia ci rendemmo conto che non serviva una ulteriore inquisizione per i medici, esistendo già la giustizia civile, la giustizia penale ed anche i sistemi di audit, per raccogliere i dati necessari e i giudizi relativi a ciò che era successo. Perché un ulteriore ispezione ministeriale? Sebbene questa ispezione concentri la sua attenzione soprattutto sui sistemi assistenziali dell’ente, sulle strutture, piuttosto che non sull’operato dei singoli individui. Riccardo ed io parlammo con la ministra, sostenendo la necessità di un aiuto, più che la necessità di un’indagine ulteriore, che si univa alle altre. Peraltro, la composizione della commissione, che era costituita per la maggior parte da forze di ordine pubblico, carabinieri dei Nas eccetera, piuttosto che da clinici esperti sull’argomento, non deponeva a favore di un azione di aiuto. La ministra non ci diede retta e le ispezioni continuano tutt’oggi, problema politico e di immagine più che di sostanza. Io e Riccardo Tartaglia ci siamo dimessi, restando totalmente inascoltati.

Naturalmente, l’invio dell’avviso di garanzia è un atto dovuto, da cui il giudice non può esimersi, diversa è invece l’abitudine al sequestro della cartella clinica, disposta dal sostituto procuratore di Brescia, Benedetta Callea. Questo non è un atto dovuto, ma una scelta del magistrato, che in questo caso agisce come se tutti i sanitari fossero potenziali delinquenti, pronti ad alterare le “prove del reato”. Questo sequestro talvolta è talmente tempestivo, che non consente neanche ai medici di scrivere, sulla cartella clinica, le note necessarie su quanto è accaduto, sebbene i medici abbiano il diritto e il dovere di farlo e di far rispettare questo diritto con le forze dell’ordine, molti di loro non lo sanno.

Cosa è successo nel tempo a questa professione? Un tempo nobile ed ora motivo per gettarsi da un ponte? Senza aver la possibilità di essere aiutati, senza nessuno che ti porga una mano, senza un sistema che stenda un velo pietoso sulla tua esistenza e sul dramma che necessariamente chi assiste prova. Giuseppe si era detto “molto scosso” dopo la morte della neonata. Quando accade qualcosa di grave, si entra del cosiddetto problema della seconda vittima, molto noto, molto conosciuto, ma purtroppo poco ascoltato in Italia: è l’altra colpa non è penale, ma morale.

Eppure, le soluzioni ci sarebbero: esistono i sistemi no fault che potrebbero essere implementati come è stato efficientemente ed efficacemente fatto in Giappone, le proposte non mancano anche in Italia. La Francia, la Germania, la Finlandia, la Danimarca, e la Svezia accanto ad un sistema basato sull’accertamento della colpa, contemplano tutte un sistema NO FAULT. Esiste la necessità di un intervento legislativo che sposti la problematica della malpratica verso il diritto civile, nel tempo vi sono state alcune proposte politiche tutte finora disattese, Forse i medici dovrebbero crearsi opportunità di autoaiuto, bypassando l’assenza dello Stato, che in questo caso è il vero colpevole della morte che non è affatto bianca, ma è nera, tinta della responsabilità che ciascuno ha nell’omissione dell’assistenza a chi assiste. Chi assiste ha bisogno e necessità di essere aiutato, di essere supportato, anche nel caso di errore, non solo il gesto clinico e gravido sempre di enormi responsabilità, ma coloro che lo compiono quotidianamente devono essere tutelati, non essere impuniti o impunibili, nessuno desidera una casta di intoccabili.

Tuttavia, ciò che è accaduto getta un’inquietante luce sul degrado della professione oggi è sull’abbandono in cui vessano coloro che la praticano, serve un grido d’aiuto, serve una risposta istituzionale forte, se non ci saranno l’intero sistema assistenziale crollerà. C’è quindi necessità di un primo soccorso emotivo. Tutti gli errori possono essere perdonati, ammesso e non concesso che qui vi sia stato errore, non esistono errori imperdonabili, soprattutto nel sistema colposo, dove l’errore è inscritto in un contesto di sostanziale lecita, anzi in un’istanza necessaria di aiuto all’altro, questa è una delle ragioni dello stridere del diritto penale applicato ai reati colposi di carattere medico.

Ogni suicidio colpisce gravemente, non solo un singolo individuo, ma un intera comunità: nei familiari e negli amici il dolore, il senso di colpa e la tristezza, possono persistere per anni, causando traumi emotivi, spese mediche, perdita di produttività e costi per i servizi di supporto. Le comunità ospedaliere, colpite dal suicidio, vedono un aumento della paura e dell’insicurezza, esso influenza il benessere collettivo e la capacità assistenziale dell’intero gruppo clinico, che deve essere a sua volta curato nella sua interezza.

È essenziale fornire accesso a servizi di supporto psicologico, e creare ambienti ospedalieri che incoraggino la comunicazione aperta e il sostegno reciproco. È vitale che i medici e le società scientifiche si adoperino per creare gruppi di sostegno: sostenendo incontri con persone che condividono esperienze simili, che possono fornire un senso di comunità e appartenenza e per spingere sui legislatori affinché sperimentino e applichino azioni di miglioramento.

Le strutture di gestione del rischio clinico e i risk managers devono essere i punti di riferimento dove il fenomeno è segnalato per poter attivare una pianificazione di analisi con gli strumenti opportuni. Le azioni correttive proposte vanno veicolate alle direzioni strategiche, dove devono trovare applicazione. Le strutture sanitarie devono fornire non solo il supporto psicologico ai professionisti, ma hanno l’obbligo morale, etico e deontologico di promuovere iniziative a sostegno secondo un approccio sistemico, considerando in questo caso sia la prima vittima (il paziente ed i familiari), sia la seconda vittima (il professionista) ma anche la terza vittima (la struttura) che ne esce altrettanto devastata.

Antonio Ragusa,
Presidente comitato etico AOGOI
Francesco Venneri
Clinical Risk Manager Regione Toscana

A. Ragusa, F. Venneri

27 Febbraio 2025

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