Salute metale e suicidio assistito

Salute metale e suicidio assistito

Salute metale e suicidio assistito

Gentile Direttore,
in maniera rapida ed inquietante, sta prendendo forma nella salute mentale la nuova categoria degli “inemendabili” con i loro destini. In verità una categoria nuova solo in parte, dal momento che basta leggere Foucault per rendersi conto che questa tipologia di pazienti, con i relativi percorsi, era ben nota e collaudata in passato. É lui a raccontarci come nel medioevo la resistenza dei pazienti alla riabilitazione lavorativa era da ritenersi demoniaca e da trattare drasticamente come tale.

Più modernamente, accanto a coloro per i quali la riabilitazione ha fallito, destinati alla ospitalità senza tempo in piccoli rinnovati manicomi, accanto ai sociopatici destinati ad istituti psichiatrici di custodia, ora compare la possibilità della eutanasia per i pazienti resistenti alle terapie. Questa possibilità nasce dalle formulazioni in tema di suicidio assistito della Corte Costituzionale, ricevendo poi forma dal Comitato Nazionale di Bioetica, quando scrive nel 2019 che un’assistenza di terzi nel suicidio assistito può avvenire qualora la malattia “sia fonte di sofferenze psicologiche giudicate intollerabili”, aprendo la possibilità ed il rischio che sia suicidio assistito sia allargato, da “condizioni inizialmente ristrette a patologie inguaribili e sofferenze insopportabili, anche a persone con disagi psicologici come la depressione o la “sofferenza esistenziale”.

Il rischio è concreto e non a caso cominciano a comparire relazioni su questo tema ai convegni e studi su casistiche all’estero.

Sia chiaro, nulla da eccepire su fatto che la psichiatria approfondisca anche questi aspetti.

Ma è difficile sfuggire come psichiatri a un senso di smarrimento nel vedere che le nuove prospettive, che il presunto progresso nelle conoscenze della scienza psichiatrica offre a taluni pazienti più problematici, siano alla fine riconducibili ad una scelta fra il manicomio ed una pietosa eliminazione.

Quello che in realtà sta avvenendo è a mio parere un cambiamento drammatico che segna la fine di un certo modo di pensare non solo la malattia mentale e la sua gestione, ma più in generale la collocazione dell’essere umano nella società attuale. A conferma di quanto i modelli sociali incidano sui destini dei pazienti affetti da sofferenze mentali, è scomparso il miraggio di una trasformazione della società che la porti a non creare sofferenza, diversità ed emarginazione, mentre si impone un nuovo ordine, in cui il diverso e l’improduttivo vengono accantonati o variamente eliminati, quasi fossero scorie tossiche.

Scomparsa cioè la idea di una psichiatria “senza resti” che possa offrire uno spazio di inclusione per tutti, prende forma la necessità di luoghi e modi per gli “inemendabili” che questi resti impersonano.

In questa direzione confluisce un certo approccio alla psichiatria biologica (ed al pensare quindi “cosa” siano mente, pensieri e scelte), dove il destino delle persone é affidato ad un impersonale gioco di molecole, in un presunto determinismo che identifica la risposta biochimica agli psicofarmaci con la vita ed il destino di quella persona.

In questo nuovo ordine la persona scompare, e per essa non esiste più né speranza né relazione umana, ma solo la solitudine di chi si trova da solo con la propria sofferenza a credere di poter decidere. Ed allo psichiatra il compito di ratificare la libera scelta di chi ritiene di non avere scelta, e senza poter mai veramente essere sapere se a decidere è stata quella persona, o una singolare e dolorosa coincidenza temporanea di molecole e situazioni.

Ma è davvero questa la psichiatria che vogliamo e per la quale abbiamo dato tempo, studio, fatica e passione?

Andrea Angelozzi
Psichiatra

31 Marzo 2025

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