Il protocollo arlecchino e l’oro degli sciocchi

Il protocollo arlecchino e l’oro degli sciocchi

Il protocollo arlecchino e l’oro degli sciocchi

Gentile Direttore,
come sempre occorso nel recente passato di cui posso serbare memoria, a turno rappresentanti istituzionali reali, presunti ed aspiranti sprecano le loro carriere ed il loro tempo ad insegnarci quello che a loro volta hanno già appreso riguardo un indottrinamento sociologicamente e politicamente tollerato in riferimento a quanto serva o servirebbe alle professioni sanitarie per la loro emancipazione (dalle professioni mediche, ovviamente) e la loro valorizzazione. Traguardi che peraltro restano perennemente – ci sarà pure almeno qualche motivo – miraggi nel deserto.

Tali contenuti sono sempre rivolti ad una incerta platea di decisori, che di volta in volta in volta viene opportunamente “sfoltita” dei soggetti che – per varie inesplicabili ragioni – proprio non si vogliono rendere responsabili di quanto è successo e/o di quanto accadrà … del resto il tutto risponde rigorosamente a quello che definirei “protocollo arlecchino” : additare sempre chi non c’entri nulla, così da salvaguardare e contemporaneamente ingraziarsi, in pretestato e presunto “politically correct” quelli che invece … c’entrano.

A fare un po’ di chiarezza in codesti incerti e nebbiosi scenari spesso è intervenuto il sottoscritto, che ha voluto ricalcare le orme di pochi altri “volenterosi” (mi perdoni l’odierno prestito semantico) come i dottori Alemanno [1] e Sciacca [2], che (sempre meno) spesso e (sempre meno) volentieri sono intervenuti a dipanare (spesso inutilmente) questioni tanto annose quanto nodali nel panorama di tutte le professioni sanitarie non mediche – non soltanto della propria – anche se la propria (ossia la nostra) ha così tanti aspetti negativi da poter essere spesso presa ad esempio di ciò che non dovrebbe mai accadere.

Tanto a premessa, vorrei rimarcare un altro aspetto misconosciuto, insondato e trascurato delle attività dei radiographers italiani, che mette in evidenza la completa assenza di autonomia professionale da molti invece osannata ed incensata: la gestione delle worklist informatiche.

Come ormai (si spera) risaputo da diversi anni, con l’avvento dell’informatizzazione di tutta la diagnostica per immagini, si è passati dallo scrivere a penna e pennarello i dati anagrafici dei pazienti, con il computarli a tastiera su computer, per finire poi con il selezionare l’intero pool di dati necessari ad identificare inequivocabilmente una persona da un elenco di dati preimpostati e caratterizzati da ulteriori associazioni numeriche, definite “numero di identificazione paziente” (o ID) e “numero di accesso” (o AN), presente in una c.d. “lista di lavoro”, meglio conosciuta, al pari di ogni vocabolo dell’informatica, con l’angloamericano “worklist”. Il tutto per escludere gli effetti degli errori indotti dalla reiterata digitazione a mano di medesimi dati.

Nei primi anni del passaggio dalla mano-scrittura alla video-scrittura in caso di errori di attribuzione di parti della identificazione come errori nel cognome/nome/data di nascita/sesso, era possibile tornare al medesimo terminale e, pure tramite operazioni alquanto complesse, redigere le opportune correzioni.

Ebbene, con l’introduzione delle worklist, nel tentativo di eliminare questi errori parziali si è giunti all’indotto paradossale rischio di errori maggiori: identificare un paziente con l’intero pool di dati di un’altra persona, che come già detto, identificano inequivocabilmente una persona dall’altra.

Apparentemente sembrerebbe un errore così grossolano da essere tanto poco probabile quanto altamente negligente, ma in realtà non è così, perché è sufficiente che il radiographer non si accorga che il computer abbia evidenziato un nominativo al posto di un altro della lista (magari quello sopra o quello sotto) … e la frittata è fatta, perché attenzione: contrariamente a quanto si sarebbe indotti a ritenere, il tecnico radiologo una volta eseguite immagini biomediche di una persona con i dati di un’altra persona … non può più intervenire direttamente a modificarli.

Per un indotta distorta applicazione di un apparente misterioso combinato disposto normativo che vorrebbe – assai giustamente nelle intenzioni, visto che viviamo nel paese dei furbi – impedire varie falsificazioni di attribuzione, non è più possibile apporre qualsivoglia variazioni. Il che rappresenta un enorme problema, sia per la iconografia ottenuta con l’utilizzo delle radiazioni ionizzanti, ma anche per quella originata con l’uso di campi magnetici (RMN) o ultrasonori (ETG), perché l’unico modo di ovviare a ciò sarebbe (andando contro i principi di radioprotezione, oltreché contro le normali logiche amministrative di qualsivoglia organizzazione) ripetere l’acquisizione del medesimo esame con le credenziali esatte. Dico sarebbe perché – facta lex inventa fraus – esisterebbero delle escamotages tecniche (note agli amministratori di sistema ed agli application specialists) per (forse) rimettere le cose a posto.

La sintesi di tutto questo parapiglia tecnologico è che si ritiene che il radiographer, malgrado la laurea, l’obbligo ECM, l’iscrizione ad un ordine (e non più collegio) professionale, un codice deontologico fresco di aggiornamento, nonché una ridda di norme di legge che su di lui gravano, identificandolo come il primo e forse unico necessario responsabile di eventuali abusi, quali il falso ideologico in atto pubblico – art. 476 c.p. , NON sia un soggetto sufficientemente affidabile ed attendibile sotto il profilo formale per affidargli (il pur, tutto sommato, banale) strumento di modifica delle informazioni di un paziente in caso di errore dello stesso sanitario, anche limitatamente (ad es.) alle strette tempistiche di “corso d’opera”.

Tale paradosso – un professionista sanitario che non è in titolo nemmeno di correggere un proprio errore – è soltanto uno dei numerosi emergenti “heavy problems” mai sollevati da altri, che invece di occuparsi a causa del loro ufficio di questioni vere e nodali, continuano a tempestarci ed annoiarci anche all’interno di congressi faraonici che ripropongono sempre le solite inutili filastrocche ed iniziative legislative da oro degli sciocchi (ad es. il recente DDL n. 1241 che sembra ignorare esista l’agenzia delle entrate), sostenute da argomentazioni impalpabili quando non contraddittorie o addirittura aberranti, meri raggiri istituzionali a sfacciato scopo di lucro, sponsor tanto incomprensibili quanto ininfluenti ed impossibili propagande riguardo le professioni sanitarie non mediche.

Calogero Spada
TSRM – Dottore Magistrale
Libero professionista

[1] https://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=126885

[2] https://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=128419

01 Aprile 2025

© Riproduzione riservata

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