Femminicidi, ecco perchè, come sanitari, ci riguarda

Femminicidi, ecco perchè, come sanitari, ci riguarda

Femminicidi, ecco perchè, come sanitari, ci riguarda

Gentile Direttore,
all’indomani dell’ennesima giornata nera per la vita delle donne, di fronte ai terribili femminicidi, due nello stesso giorno, che hanno coinvolto donne giovanissime e certo non marginali, in molti si sono interrogati su quello che possiamo concretamente fare per interrompere questo sciagurato crescendo che ferisce la nostra società.

Tredici femminicidi nei primi 3 mesi dell’anno, più di 4 al mese, sembrano infatti davvero troppi per una società che si definisce civile. Del resto il Consiglio d’Europa affermava nel 2004 che la violenza domestica anche nel nostro civilissimo Continente, rappresenta la prima causa di morte per le donne tra 14 e 44 anni, più del cancro e degli incidenti stradali.

È evidente che non basta l’inasprimento delle pene, anche se avere inserito ufficialmente il termine femminicidio nella nostra cultura giuridica, è certamente da considerarsi un passo avanti.

Da tempo si dice che si deve arrivare prima, che si deve essere in grado di prevenire e dunque non aspettare il peggio per risvegliarci.

Ma allora tutto questo come sanitari ci riguarda?
Da anni le nostre Società Scientifiche, che si occupano della salute delle donne, si sono impegnate per diffondere la consapevolezza che la violenza di genere non rappresenta solo un problema sociale, politico o psicologico, ma anche “un grave problema di salute pubblica” come dichiarava l’INU nel 1999.

Deve quindi fare parte della nostra professionalità, noi che siamo “i medici delle donne”, riconoscere, intercettare, decodificare e fare emergere il problema, accompagnando le nostra assistite a possibili vie di uscita.

Il femminicidio rappresenta certamente la punta di un iceberg, quello che ci scuote e ci fa reagire: ma sotto quell’iceberg ci sono tante silenziose condizioni di asimmetria relazionale, violenza fisica o psicologica, che, se intercettate per tempo potrebbero forse riuscire a risparmiare qualche vita.

Tanto per citare solo alcuni esempi l’ultima indagine Istat, che risale purtroppo al 2014, ci dice che l’11.8% delle donne intervistate avevano subito almeno un episodio di violenza in gravidanza, con rilevabili conseguenze sulla salute delle donne e dei nascituri.

Ma la violenza si nasconde anche dietro a molte altre situazioni di patologie o disagio che possiamo incontrare. È presente nel 40-50% delle donne con dolore pelvico cronico, ci dice già nel 2004 l’Acog, prestigiosa società scientifica USA. Uno studio Italiano condotto da Patrizia Romito nel 2009 mostra come la depressione post parto sia 13 volte più frequente nelle donne che subiscono violenza rispetto a quelle che vivono una situazione serena.
Infine, una ricerca multicentrica condotto in Italia da Aogoi nel 2012 rilevava un’incidenza di violenza quasi doppia nelle donne che ricorrevano a IVG ripetute .

E allora non c’è dubbio: ci riguarda!
Riguarda noi come medici che si occupano di salute delle donne ma anche tutto il personale sanitario che, adeguatamente formato, potrebbe essere in grado di intercettare il problema là dove si riconoscano i segnali.

Anche questa può e deve essere una strada per contribuire a creare una cultura diversa ed una consapevolezza maggiore da parte di tutti: formazione per gli operatori, capacità di porre domande, strutturazione di percorsi di uscita come quelli indicati dal Dpcm 4 Novembre 2017 e già sperimentati in alcune regioni (vedi il Codice Rosa in Toscana), rappresentano gli elementi cardine.

Ma l’altro elemento essenziale è rappresentato dalla valorizzazione e implementazione degli interventi rivolti ai giovanissimi, come già sta avvenendo in tanti consultori giovani, anche con momenti di confronto nelle scuole per parlare con ragazze e ragazzi di stereotipi di genere, proponendo nuovi modelli culturali in cui si metta in discussione la confusione, ancora diffusa nelle giovani generazioni, tra amore e possesso, passione e ossessione, desiderio e pretesa.

Per dirlo con le parole con cui si conclude lo studio Who del 2009 “Il sistema sanitario è spesso la prima possibilità di contatto per le donne vittime di violenza. I servizi sanitari che si occupano di salute riproduttiva costituiscono un potenziale unico per confrontarsi su questi problemi, dal momento che la maggior parte delle donne hanno occasione di accedervi in qualche momento della loro vita”.

Insomma, sta anche a noi come Società Scientifiche contribuire alle azioni di contrasto alla violenza di genere puntando sulla prevenzione, parlando con i giovani e sostenendoli nelle loro difficoltà, alimentando la consapevolezza delle ragazze e delle donne, rafforzando la attività territoriali che possono essere un punto di osservazione privilegiato nei confronti di queste tematiche.

Lo stiamo facendo, ma moltiplicheremo il nostro impegno.
Ancora una volta, come diceva De Andrè, “siamo per sempre coinvolti”.

Valeria Dubini
Presidente AGITE (Associazione ginecologi territoriali)
Segretaria Nazionale SIGO

Valeria Dubini

07 Aprile 2025

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