Gentile Direttore,
ho letto in questi anni diversi articoli polemici sulla psicologia e psicoterapia pubblica, scritti quasi tutti, da persone che si occupano di tutt’altro. Difficile trovare articoli, ad esempio, dì cardiologia, ginecologia, neurologia o psichiatria scritti da persone che si dedicano ad altro. Per carità, non voglio affatto sostenere che ognuno deve guardare solo il suo orticello, il confronto fa bene, la condivisione di conoscenze è una linfa vitale. Però bisognerebbe avere anche rispetto delle competenze. Riconoscere che non tutti siamo psicologi e che la psicoterapia non è una chiacchierata al bar. Altrimenti chi scrive questi articoli sembra interpretare in chiave moderna il ruolo che avevano i colonizzatori bianchi verso i popoli indigeni.
In questi anni ho letto valutazioni e giudizi che neanche uno studente al primo anno di psicologia avrebbe potuto sostenere.
Ad esempio confondere le attività dello psicologo clinico con quelle dello psicologo scolastico, sostenere che il fatto di coordinare gli psicologi delle aziende sanitarie per ottimizzarne le attività (visto che sono molto pochi rispetto agli obiettivi previsti da LEA e normative varie) è una misura eversiva che rischia di far crollare i servizi, da ultimo che lo psicologo di base non serve perché psicoterapia e farmaci per i disturbi mentali equivalgono al placebo. Confondendo quindi le funzioni dello psicologo di assistenza primaria con quelle dei servizi specialistici.
Sui dati di efficacia della psicoterapia ci sarebbero molte cose da dire, a cominciare dal fatto che l’effetto placebo non è qualcosa di inerte ma è l’effetto della psiche sul corpo che si attiva in determinate circostanze, oppure citare i dati dello studio PsyCare condotto da cinque università sul guadagno di salute ed economico della psicoterapia finanziata dal bonus.
Oppure notare che queste citazioni, quando mettono sullo stesso piano psicoterapia e farmaci, vengono usate per affermare l’inutilità della prima piuttosto che scandalizzarsi dell’uso eccessivo dei secondi. E non si dice che tre persone su quattro preferirebbero una cura psicologica, dato importante considerando il ruolo delle preferenze personali sull’efficacia.
Si potrebbero citare gli effetti delle terapie psicologiche sulle strutture cerebrali, sui processi biologici ed epigenetici, sul decorso delle patologie fisiche: mi riprometto di farlo in un prossimo articolo. Non credo sia un caso che le linee guida internazionali sulle principali patologie raccomandino anche l’assistenza psicologica in base alle evidenze.
Ma, trattandosi dello psicologo di base, la letteratura che interessa è quella sugli effetti della prevenzione, dell’empowerment, della promozione delle risorse psicologiche. Una letteratura troppo vasta per limitarsi a qualche citazione, che ho provato a sintetizzare in “La psiche tra salute e malattia: evidenze ed epidemiologia” (Edra 2020).
Sono tanti quelli che si sentono autorizzati a decidere non solo di cosa si debbono occupare gli psicologi ma persino cosa sono o dovrebbero essere. In genere non sono politici o grandi manager della salute, quindi portati a letture di sistema, bensì professionisti di altre discipline. Evidentemente considerano la psicologia una sorta di terra di nessuno, nella quale il rispetto delle competenze altrui e dei limiti delle proprie non conta, un territorio sul quale si può decidere senza porsi alcun problema.
Prima di difendere la professione io voglio qui difendere i concetti di competenza, di rispetto e di dignità. Se non si parte da questo non c’è dialogo ma sopraffazione, semplicemente la legge del più forte magari mascherata da buone intenzioni.
Una legge che oggi sta rallentando se non impedendo l’adeguamento del sistema salute (cominciamo a chiamarlo così se questo è l’obiettivo) ai problemi del 2025, che non sono gli stessi di quaranta o cinquant’anni fa.
Una legge, quella del più forte o di chi si crede tale, che è più forte delle leggi approvate dal Parlamento.
Basti pensare alla legge 176 del 2020 che prevede l’organizzazione unitaria degli psicologi nelle aziende sanitarie, già citata prima, e che cinque anni dopo non ha ancora una intesa stato-regioni.
Oppure la legge sullo psicologo di base, condivisa da maggioranza e opposizione in Parlamento ma ancora bloccata da quasi due anni nella sua approvazione.
Parlando di competenze vorrei chiudere questo articolo parlando delle competenze delle persone in tema di benessere e salute.
La scienza deve dire la sua ma anche il punto di vista delle cittadine e dei cittadini conta. E su questo non ci sono grandi dubbi, è ormai opinione comune che la dimensione psicologica sia una componente essenziale non solo della salute globale (mentale e fisica) ma anche della cura, più in generale della qualità della vita, delle relazioni e della convivenza sociale.
Su questo tema registriamo oggi, purtroppo, la più grande distanza tra bisogni e aspettative dei cittadini e risposte dei decisori. Una distanza che sta costando sempre di più in termini di capitale umano, di salute e di economia.
David Lazzari