Gentile direttore,
il tema della crisi della medicina generale è spesso affrontato qui su Qs da tanti professionisti che l’hanno praticata o la stanno praticando. Ho ritenuto utile portare anche una testimonianza dalla Regione Marche, dove ho lavorato come medico di medicina generale fino a poche settimane fa. Anche nelle Marche la medicina generale è in crisi, come testimoniato dalla percentuale di posti non occupati all’ultimo corso di formazione per medici di medicina generale organizzato dalla Regione Marche con 106 posti non occupati, pari al 68% dei posti messi a bando, la percentuale più alta in Italia (fonte GIMBE).
Per contestualizzare la mia esperienza premetto che sono figlio della “pletora medica”: come tutti sanno fino alla introduzione del numero programmato (Legge 264 del 1999) l’accesso alla Facoltà di Medicina era libero. Così in tanti, anzi in troppi, ci siamo laureati tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 con la conseguenza che in molti abbiamo conosciuto per anni la disoccupazione. Tutti i posti di lavoro, sia pubblici che privati (Ospedale, Università, Case di Cura, Enti vari) erano stati saturati dalle generazioni precedenti. Uno dei pochi sbocchi occupazionali consisteva nel diventare medico di famiglia. Così, dopo una serie di esperienze che mi hanno professionalmente arricchito e preparato, ho iniziato la professione di medico di famiglia (definizione che preferisco a quella di medico di medicina generale) ad Osimo, in Provincia di Ancona. Col tempo sono diventato animatore di formazione, tutor e docente per il Corso Specifico per la Medicina Generale e ho avuto il privilegio di essere stato il tutore di centinaia di giovani medici che hanno conseguito l’abilitazione alla professione e che poi sono diventati medici di famiglia come me.
Sarei potuto arrivare come medico di famiglia a “fine corsa”, fino al compimento dei 70 anni, ma ho preferito fermarmi 18 mesi prima. Ed è di questa scelta che voglio soprattutto parlare. A farmi prendere questa decisione è stato il declino progressivo della professione. Il medico di famiglia è oberato da una mole enorme di richieste, spesso inappropriate, dettate da falsi bisogni di salute indotti da un “consumismo sanitario”, gonfiato ad arte dalla pubblicità e dalla disinformazione ad opera dei social media. La giornata del medico di famiglia è scandita da centinaia di telefonate, mail e messaggi (Whatsapp) con le richieste più “strampalate” e la pretesa di ricevere risposte immediate. Piuttosto che richiedere visite, consultazioni, suggerimenti, la domanda dei pazienti è orientata ad ottenere prestazioni, farmaci o accertamenti, non raramente inutili ed inappropriati. Al medico di famiglia vengono inoltrate le prescrizioni indotte dagli specialisti con liste infinite di esami e farmaci da ricopiare. Come noto, si tratta di un comportamento scorretto per le responsabilità (deontologiche, legali, amministrative) che vengono scaricate sulle spalle del medico di famiglia. Esistono fior di leggi nazionali e regionali che stabiliscono in maniera inequivocabile che “chi decide, prescrive”: vale a dire che lo specialista che lavora nell’ambito del servizio sanitario ha il dovere di prescrivere gli accertamenti e i farmaci che richiede, ma mancano sanzioni per chi viola queste leggi.
La spinta decisiva a lasciare mi è stata data da un episodio apparentemente banale. Alcuni mesi fa, mentre ero sommerso e sopraffatto dalla marea di pratiche amministrative da sbrigare, si è affacciata alla porta la segretaria di un collega. Vedendo il mio affanno, ha cercato di consolarmi: “Guido, non ti affannare: l’80% di questo lavoro posso farlo io”. Aveva perfettamente ragione: NON ci vuole un medico per prescrivere pannoloni, traverse, cateteri, materassini, esenzioni, piani terapeutici, codifiche, ripetere ricette, emettere certificati, redigere relazioni e report per l’azienda sanitaria, compilare format per la regione, richiedere trasporti sanitari, monitorare l’andamento delle prescrizioni facendo zapping su 4 o 5 programmi contemporaneamente, classificare e conservare chili di carta ed inchiostro. È sufficiente un impiegato amministrativo. Ecco a cosa è stato ridotto il medico di famiglia: un amministrativo che non ha più “tempo clinico”, cioè il tempo per ascoltare, visitare, fare diagnosi, consultarsi con i colleghi, studiare e seguire un percorso di formazione per prendersi cura delle persone che hanno dei problemi di salute. La decisione di anticipare la pensione, che meditavo da tempo, è divenuta certezza a partire da quel giorno.
Ma la perdita di qualità nel lavoro del medico di famiglia, carico burocratico a parte, ha anche altre cause, almeno nella mia esperienza. In primo luogo esiste una barriera tra l’Ospedale (il livello specialistico) e il Territorio (il medico di famiglia): il passaggio dei dati sanitari è indispensabile per garantire la continuità della cura delle persone. Lo strumento che deve garantire tutto ciò è il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE), ma nelle Marche ne esiste solo un “abbozzo” nel quale sono inseriti solo alcuni dati. Per i cittadini marchigiani il FSE è come se non esistesse (solo l’1% all’ultima rilevazione l’aveva utilizzato negli ultimi 90 giorni). Per di più la connessione tra portali, fascicolo e software gestionali è frammentaria, così che ci sono giornate in cui il medico di famiglia non riesce a “scaricare” né referti né esami. Si aggiunga come ulteriore elemento di criticità e insoddisfazione nel lavoro del medico di famiglia il problema della “presa in cura” da parte del livello ospedaliero di alcune patologie che gli vengono “scippate”: ad esempio il diabete e le malattie metaboliche e l’ipertensione e le malattie cardiovascolari (ma la lista completa sarebbe lunga). A parte i casi complicati e complessi (che sono una esigua minoranza), tali patologie sono per definizione a gestione ambulatoriale e territoriale. Adoperare il livello specialistico (attraverso i cosiddetti “centri” dove si cura un’unica patologia, senza visione d’insieme) produce soltanto uno spreco di risorse, senza alcun beneficio in termini prognostici e di efficacia terapeutica. Ad onore del vero anche i medici di famiglia hanno responsabilità notevoli, non avendo cercato a sufficienza una integrazione con gli specialisti (almeno laddove fosse stata possibile) e avendo troppo spesso delegato al livello ospedaliero le attività diagnostiche e terapeutiche di patologie tranquillamente gestibili al primo livello, accomodandosi in una sudditanza ai vari centri. Chi si è appiattito su questi standard non ha soltanto perso professionalità e capacità di prendersi cura, ma ha anche recato un danno all’intera categoria fornendo un’immagine di basso profilo, facendo perdere di credibilità a tutta la categoria.
Quanto a cosa fare per migliorare la situazione in cui versa il lavoro del medico di famiglia, mi limito a dire da cosa partirei: inizierei col ridare dignità alla sua formazione attualmente gravemente carente e forse anche per questo poco attrattiva. Per il resto… a un’altra eventuale puntata.
Guido Sampaolo
ex medico di medicina generale, Osimo (AN)