Gentile Direttore,
c’è una medicina che non conosce corsie, che si pratica senza letti né pareti, né punti luce. Una medicina che si infila negli anfratti della terra, dove la vita è sospesa e ogni gesto pesa come una scelta. È la medicina dei luoghi estremi, degli spazi invisibili alla geografia urbana, dove la cura è resistenza e la presenza una forma di coraggio. Ne ha parlato Patrizio Rubcich, medico anestesista e rianimatore presso l’AOU Sant’Andrea di Roma, al Convegno annuale 4words, svoltosi il 15 maggio 2025, nella sessione dedicata alla Telemedicina. Ma definirlo solo medico sarebbe riduttivo: Rubcich è anche vice direttore della Scuola nazionale medici speleologi del CNSAS, esperto di soccorso in ambienti ipogei, e ha partecipato a spedizioni scientifiche in alcuni dei luoghi più inospitali del pianeta, dal deserto di Atacama ai Tepui del Venezuela.
Il suo intervento ha portato un’altra dimensione dentro un convegno spesso attraversato da parole come innovazione, reti, tecnologie digitali applicate alla salute. Perché la medicina che Rubcich racconta è fatta di fatica, di tempo lungo, di assenza di segnale e di luce. È una medicina che va oltre le tecnologie, pur facendone uso. Che vive di prossimità estrema, in condizioni impossibili.
L’ambiente ipogeo, ci spiega, è forse il contesto più ostile in cui un essere umano possa trovarsi a prestare soccorso. Le grotte sono luoghi scolpiti in milioni di anni dall’acqua, un elemento onnipresente. Le temperature sono basse, spesso estreme. L’umidità è costante, l’aria rarefatta, lo spazio imprevedibile. Ci sono grotte talmente vaste da richiedere giorni interi per essere percorse, altre così strette da impedire il passaggio di una barella. E in mezzo, un ferito. Da raggiungere, da stabilizzare, da riportare in superficie.
“Pensate cosa significa avere un incidente in grotta”, dice Rubcich. “Portare fuori una persona imbarellata, in certi ambienti, è un’impresa. Ma prima ancora c’è da raggiungerla, con tutti i vincoli che l’ambiente impone, e nel frattempo prendere decisioni, gestire dolore, paura, solitudine”.
Già, la solitudine. È una parola che torna spesso nel suo discorso. Perché la medicina di soccorso è, prima di tutto, una medicina solitaria. Chi la pratica in questi contesti non ha una squadra pronta a intervenire, né la certezza di un supporto immediato. Lavora con quello che ha, in condizioni limite, contando su preparazione, lucidità e sangue freddo.
Ed è qui che la tecnologia può fare la differenza. Non per sostituire, ma per accompagnare. Rubcich racconta allora anche di ERMES, un sistema di comunicazione avanzato pensato proprio per ambienti remoti e situazioni di emergenza. Un’intelligenza artificiale progettata per garantire, anche senza rete, uno scambio continuo di informazioni tra il soccorritore e il centro di coordinamento. Voce, parametri, comandi: tutto ciò che può servire per non sentirsi soli, per non decidere nel vuoto.
Ma non è solo questo il focus del suo intervento. Rubcich parla anche di altro: della necessità di prepararsi a un tipo di medicina che non può contare sulla consueta organizzazione ospedaliera. Una medicina che richiede allenamento fisico, competenze trasversali, conoscenze tecniche, capacità di adattamento e – soprattutto – un’etica profonda della cura. Perché quando ci si cala nel ventre della terra, quando si affrontano ore e giorni con un ferito da salvare, l’unica cosa che conta è esserci. Restare. Non arretrare.
È una lezione preziosa anche per chi lavora in sanità a latitudini più “comode”. Ricorda che la medicina è ancora fatta di corpi, di mani, di occhi che osservano, di decisioni prese in contesti incerti. E che la tecnologia, se ben orientata, può essere una compagna silenziosa, mai protagonista, che aiuta a portare la cura dove sembrava impossibile arrivare.
Forse, oggi più che mai, dovremmo imparare a guardare alla medicina di soccorso in ambienti estremi come a un laboratorio etico oltre che clinico. Un luogo in cui si sperimentano i limiti del possibile, si mettono alla prova le competenze, ma soprattutto si custodisce il senso più autentico di questo mestiere: stare. Con tutto quello che comporta.
A cura di Tiziano Costantini
Dipartimento di Epidemiologia SSR Lazio – ASL Roma 1