Gentile Direttore,
sempre più appare evidente la necessità di tutelare i giovani dalle varie forme di malessere psichico (poste sotto la dizione onnicomprensiva di disagio) che mettono a repentaglio il proprio futuro individuale e quello della società che sarà prima o poi chiamata a pagare costi elevati, non solo economici, per non aver intercettato precocemente le difficoltà emotive e relazionali dei ragazzi o pur avendolo fatto senza la capacità di intervenire proficuamente
La famiglia dovrebbe essere il primo polo di intercettazione dei malesseri di un figlio. A seguire la Scuola. Per la prima spesso possono giocare comprensibili e inconsapevoli resistenze che impediscono di percepire la reale portata del problema di un ragazzo minimizzandolo. Diverso potrebbe essere il ruolo dei docenti se nella loro formazione di base fossero preparati a riconoscere i segnali di alcune difficoltà di un giovane non solo in relazione ad ansia e deflessione dell’umore, ma riguardo comportamenti di abuso e di dipendenza seria, ad esempio, dai dispositivi tipo smartphone e ovviamente alla ideazione non auto conservativa. A scuola si osservano comportamenti relazionali invisibili a casa e perciò l’integrazione dei due presidi educativi appare ormai irrinunciabile. È un obbligo sociale.
C’è anche ovviamente il medico di medicina generale a baluardo di questi iniziali malesseri psicologici che non vanno mai sottovalutati con le ridondanti raccomandazioni di fare sport e coltivare degli hobby. Ed a seguire a breve potrebbe esserci lo psicologo di base per comprendere meglio la portata di uno stato d’animo claudicante. Si tratta di due figure chiamate a comprendere la portata di fenomeni a volte sfumati, non organizzati in sintomi evidenti, indirizzandoli nei luoghi di presa in carico delle Asl e chiedendo ad un tempo la presa di coscienza dei familiari sulla necessità di accertare meglio una diagnosi indirizzando il figlio verso percorsi clinici integrati.
Parlare di salute mentale a scuola è oggi un obiettivo necessario e perseguibile per evitare di demonizzare alcune difficoltà pre e adolescenziali che non vanno viste come stigma e perciò rifiutate e neppure banalizzate come qualcosa che si dovrà risolvere da sé. Colpisce come in una scuola secondaria di Brescia si è rilevato, attraverso un sondaggio anonimo, che gli studenti temevano di ammettere alcune loro fragilità per non essere etichettati come matti o strani e potremmo aggiungere fragili.
I ragazzi spesso si suicidano per l’elevato gap tra l’immagine da fornire al mondo esterno e il vissuto personale di tutt’altro peso. Anche nei ragazzi contro ogni apparenza di evoluzione culturale permane perciò lo stereotipo di una debolezza considerata un difetto di cui vergognarsi. Una concezione evidentemente trasmessa dal contesto anche familiare e dai modelli che affollano il web e fatto proprio con un processo di interiorizzazione frustrante e sconveniente.
L’idea, tra l’altro, di aver bisogno di un farmaco o di un percorso di rivisitazione cognitiva ed emotiva attraverso l’acquisizione di nuove e più funzionali competenze viene negato da fasce di popolazioni che includono i giovanissimi sino agli adulti. È un trend che andrebbe affrontato con una prevenzione primaria a tutto tondo, non a caso si diceva dalla scuola primaria in poi. Un programma di salute psichica capillare per la presa d’atto che ci si può incrinare delle costole e allo stesso modo avere malesseri psicologici. Imparare ad esempio che l’ansia è come il vento, non si vede, ma dalle foglie che si muovono si può capire che c’è.
È singolare che assuntori di droghe di ogni tipo esecrino l’assunzione pur a tempo di farmaci per trattare la loro dipendenza fidandosi solo dell’auto medicamentazione attraverso l’utilizzo di sostanze ad effetto calmante o eccitante. Niente psicofarmaci o se accettati essi vanno autogestiti. Nella cultura del super uomo evidentemente non ancora tramontata, di colui che fa da sé, senza avere bisogno di nessuno e soprattutto che non ha necessità di chiedere aiuto per fatti che riguardano l’assetto psichico tutto ciò ha un senso. Ma l’auto inganno che questa idea nasconde ha privato troppi giovani di costruire un futuro degno di essere spesso persino vissuto. Un futuro-minaccia per il quale è necessario rivedere senza resistenze il proprio glossario esistenziale puntando alla propria serenità e non alla tutela ad ogni costo delle proprie convinzioni, anche le più disfunzionali.
Roberto Cafiso
Tavolo tecnico Salute Mentale Ministero della Salute