Liste d’attesa: più trasparenza, più prestazioni, ma con quali risorse?

Liste d’attesa: più trasparenza, più prestazioni, ma con quali risorse?

Liste d’attesa: più trasparenza, più prestazioni, ma con quali risorse?

Gentile direttore,
le liste di attesa per l’accesso costituiscono una preoccupante criticità sistemica. Generano situazioni emergenziali e danni irreparabili a chi subisce ogni genere di ritardo diagnostico, spesso vitale.

Con il decreto legge n. 73/2024, recante “Misure urgenti per la riduzione dei tempi delle liste di attesa delle prestazioni sanitarie”, il legislatore ha inteso porre un primo e parziale argine normativo a tale fenomeno. Lo ha fatto introducendo alcune innovazioni volte al rafforzamento dei meccanismi di monitoraggio e trasparenza delle liste di attesa, tra cui l’istituzione della Piattaforma nazionale presso Agénas e nuove forme di interoperabilità informativa tra strutture pubbliche e accreditate private.​

Tra le innovazioni più rilevanti della anzidetta disciplina si presenta la Piattaforma Nazionale Liste di Attesa (PNLA), concepita come snodo tecnologico centrale per garantire trasparenza e monitoraggio capillare dell’offerta sanitaria. Così come l’istituzione, presso il Ministero della Salute, dell’Organismo di verifica e controllo sull’assistenza sanitaria, che svolge le funzioni attribuite al SiVeAS e di cui costituisce uno strumento di supporto tecnico.

La vera novità è rappresentata dalla neo-previsione afferente alle competenze dei Centri Unici di Prenotazione (CUP) previsti come interagenti con gli erogatori privati accreditati/contrattualizzati. Ciò con l’obiettivo esplicito di assicurare piena trasparenza nella gestione del calendario delle prenotazioni ed esecuzioni delle prestazioni sanitarie. Un fine di alta rilevanza, in termini di garanzia pubblica per l’utenza, implementato dalla previsione legislativa di prorogare l’attività erogativa estendendo gli orari di erogazione anche ai fine settimana, con turni prolungabili. Una opzione che, se da un lato amplia le condizioni e i tempi dell’offerta, dall’altro rischia di gravare sul personale già in condizione di super impegno a fronte delle carenze di organico, con inevitabili ricadute sulla sostenibilità fattuale del sistema della salute. Al riguardo, viene infatti previsto un superamento del tetto di spesa per le assunzioni, modulabile secondo la condizione economica delle Regioni, così come introdotta un’imposta sostitutiva del 15%, sui compensi aggiuntivi percepiti dagli operatori sanitari che contribuiscono a smaltire le liste d’attesa.

Ed è qui che viene a porsi un preoccupante interrogativo. Esso interessa la concreta e attuale effettiva applicabilità della norma nei territori sottoposti a piani di rientro, dove i vincoli finanziari permangono stringenti. Un contesto territoriale e demografico non indifferente, dal momento che sono interessate sette Regioni: Abruzzo, Calabria, Campania, Lazio, Molise, Puglia e Sicilia che contano circa 24 milioni di abitanti, rappresentativi del 40% della popolazione nazionale.

Anche a proposito, viene individuata, a sostegno delle misure da assumere, l’attivazione di un utilissimo Piano d’azione per il rafforzamento dei servizi sanitari e sociosanitari, finanziato dal Programma nazionale “Equità nella Salute” 2021–2027.

Con tutti i suoi limiti, il decreto legge n. 73/2024 fa comunque un passo avanti. Evidenzia e affronta le criticità senza tuttavia mettere sotto la lente di ingrandimento i veri punti caldi della crisi del sistema sanitario pubblico, primo fra tutti la crescente fuga dei medici e degli infermieri. Sul punto, la norma potrebbe infatti indurre ad un peggioramento dello status quo, in quanto ripone nella volontà di questi ultimi gli incrementi di servizio attraverso la produzione di prestazioni aggiuntive volte a smaltire le lunghe liste di attesa, con la conseguenza di generare carichi di orari di lavoro ancora più estenuanti. Il tutto con seri dubbi di compatibilità con i CCNL di riferimento (della dirigenza sanitaria 2019-2021) e un contestuale rischio di ripercussioni sulla qualità delle prestazioni erogate.

D’altronde, per come rilevato da diversi studi, anche internazionali, il modo migliore per contrastare le liste d’attesa non è attuare dei finanziamenti secondo modalità non sistemiche e di breve periodo, come ad esempio la tassazione agevolata prevista ex art. 7 della legge, bensì impegnare risorse ad incremento progressivo in un’ottica di lungo periodo. In quest’ottica, occorrerebbe pertanto individuare un diverso assetto regolatorio/negoziale, attraverso l’adozione di norme e la stipulazione di contratti collettivi, entrambi organicamente tendenti ad incrementare l’attrattività del rapporto di lavoro dirigenziale medico-sanitario all’interno del Servizio Sanitario Nazionale.

La soluzione del problema delle liste di attesa, che coinvolge tutto il mondo occidentale, è di una complessità tale che, per risolverlo, occorre risalire alle origini. Con questo non soffermarsi alle cause incidentali, bensì indagare su quelle divenute strutturali per un difetto di cultura. Di quella che sta via via dimenticando la persona in quanto tale e assumendo a modello il protocollo, a primato la cessione di diagnosi e a freno la medicina difensiva. Certamente, i medici e gli infermieri che mancano costituiscono un elemento essenziale per la generazione del dramma delle liste d’attesa, determinate, rispettivamente, da politiche di formazione universitaria irresponsabili e inavvedutezza del ceto di servizio sanitario, divenuto sempre di più burocrate attaccato al Pc e lontano dallo stetoscopio del diagnosta.

Ad aggravare il fenomeno della rarefazione degli operatori sanitari sul territorio nazionale è intervenuta una sorta di globalizzazione della chiamata al lavoro da parte dei siti esteri, soprattutto europei, incentivanti di maggiori retribuzione e di agevolazioni complementari di facilitazione per i trasferimenti (esempi: di alloggio, di istruzione per i figli, di occupazione per i coniugi).

Un tale clima di disagio assistenziale per l’utenza generalizzata, soprattutto quella incapace di accedere alle prestazioni cash, ma anche registra come sofferenti i professionisti del settore. Lo dimostra lo studio Future Health Index 2025, detto Rapporto Philips, che rappresenta il risultato di una vasta indagine che ha coinvolto migliaia di utenti dei servizi pubblici e di operatori sanitari attivi. Dati che rappresentano il divario crescente tra la domanda dell’utenza e l’offerta disponibile. Circa i tre quarti della popolazione è disumanamente in attesa di accertamenti diagnostici a cascata e visite specialistiche, a causa anche dell’assenza del filtro dignitosamente attivo della medicina di prima istanza, a corto dei medici diagnosti di un tempo, con conseguenziale scarico a valle per giungere a valutazioni cliniche peculiari dell’esercizio medico. Un handicap venutasi a generare a causa della caduta vertiginosa della pratica della semiotica medica, la “scienza” che studia il significato dei termini e delle espressioni usate nel contesto medico. In possesso del medico di prossimità vigile del segni clinici e attento alla loro interpretazione, manifestazione dei sintomi.

La media di 70 giorni di attesa è la media più favorevole, con picchi elevatissimi registrati nei Paesi più avanzati dell’occidente. Il peggio in Canada (131), in Spagna (128), nel Regno Unito (109), in Francia (99) e Germania (93), per non parlare dalle nostre parti. Infatti, qui da noi i tempi di attesa sono così lunghi da registrare che, per almeno una volta, l’80% delle persone rinunciano oggi ad una prestazione sanitaria pubblica. Ciò in netto peggioramento rispetto al 2024 ove la percentuale non superava il 65%.

Matteo Garruto e Azzurra Santoro

Matteo Garruto e Azzurra Santoro

17 Giugno 2025

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